A otto anni dal crollo del Ponte Morandi, i danni totali non sono ancora stati quantificati e neppure si capisce chi rifonderà chi. C’è un nuovo contenzioso tra la «nuova» Autostrade per l’Italia nazionalizzata e la vecchia proprietà, che faceva capo alla famiglia Benetton, sui danni milionari non compresi negli accordi sul passaggio di Aspi allo Stato.
Ancora una volta, insomma, vengono al pettine i nodi di quell’operazione scellerata impostata dai governi di Giuseppe Conte e ratificata dal governissimo di Mario Draghi nel 2022, con la quale la famiglia di Ponzano Veneto si è sfilata da Autostrade ricevendo pure una «buonuscita» da 8,3 miliardi di euro dei contribuenti. Alla faccia della revoca delle concessioni più volte minacciata dall’Avvocato del popolo e da Luigi Di Maio. Visti i guai penali per la morte di 43 persone, la vecchia holding dei Benetton che controllava Aspi, Atlantia, ha prontamente cambiato nome in Mundys. Che oggi è controllata al 57% da Edizione (famiglia Benetton) e vede come soci la medesima Blackstone con il 38,8% e la Fondazione Cassa di risparmio di Torino (5,2%), che all’epoca era feudo di un grande amico dei Benetton come Fabrizio Palenzona. La compagine che ha rilevato Aspi vede la Cassa depositi e prestiti come primo azionista attraverso Cdp Equity (51%) e poi gli australiani di Macquarie e gli americani di Blackstone con il 24,5% ciascuno. La doppia presenza del fondo Usa sta lì a testimoniare una certa consonanza tra venditore e compratore.
In ogni caso, il bilancio di Mundys ricostruisce con lodevole precisione lo stato dei contenziosi legali in essere che legano le due società e i conflitti rimasti latenti sulla copertura di eventuali, nuovi, risarcimenti. Si scopre, per esempio, che c’è un fondo di garanzia che può arrivare fino a un massimo di 459 milioni. Funziona così: dal subentro del 5 maggio 2022, la nuova Aspi può rivalersi su Mundys integralmente fino a 150 milioni e per il resto al 75%. Questo tetto di 459 milioni era stato stimato cinque anni fa, quando i processi erano ancora da cominciare. Nel frattempo, quei 459 milioni di euro sono giudicati sovrabbondanti rispetto al potenziale di successo di molte richieste di risarcimento.
Sempre nel bilancio di Mundys si scopre che la cordata acquirente ha presentato altre richieste di risarcimento per tre filoni processuali «satellite» del primo filone sul Morandi e che riguardano le barriere antirumore, il crollo del soffitto della galleria Berté sull’A26 nel 2019 tra Ovada e Masone e i falsi report con cui la vecchia Aspi e la controllata Spea sostenevano che ponti e gallerie erano a posto. Il contenzioso, in silenzio, va avanti dall’autunno del 2022 e Mundys ha respinto le richieste della nuova Aspi. In tutto questo caso, spunta pure Silvia Salis. Il sindaco di Genova, imitato poi dal presidente della Liguria, Marco Bucci, a febbraio ha chiesto risarcimenti a Mundys per il processo Morandi bis, tuttora in corso, facendo riferimento a quel fondo da 459 milioni. Mundys però ha risposto che al momento in cui firmò gli accordi con la Cdp e i fondi stranieri, nulla si sapeva dei due filoni Bertè e false ispezioni.
Secondo la società dei Benetton, insomma, il fondo per i risarcimenti era un fondo chiuso. Praticamente tombale. Se hanno ragione loro, significa che quella vendita è stata ancora più sciagurata e sospetta di quando fosse sembrata in quella primavera 2022, quando la Repubblica italiana non ebbe il coraggio di mandare una semplice lettera di recesso ai Benetton e di mettere a gara le concessioni autostradali. Si scelse invece di dar loro 8,3 miliardi e, come si scopre oggi, di manlevarli pure da molti possibili danni.
Intanto, va ricordato che lo scorso 16 luglio è arrivata la sentenza di primo grado per il crollo del Ponte Morandi, con 32 condanne (12 anni all’ex amministratore delegato Giovanni Castellucci) ma anche con un’assoluzione in blocco rispetto all’accusa di falsi report. Questo verdetto di primo grado nel filone principale va ovviamente a impattare sul processo Morandi bis in corso sempre a Genova, procedimento parallelo nato dall’inchiesta sulla gestione della rete e sui presunti mancati controlli. Qui, sono imputati 46 dirigenti e funzionari di Autostrade e Spea Engineering.
A Roma, poi, c’è un’altra inchiesta insidiosa per Aspi. Lo scorso 28 maggio, la Procura della Capitale ha notificato a 38 persone la chiusura indagini per un presunto falso in bilancio. Tra gli indagati figurano il presidente di Aspi, Antonino Turicchi, l’ex ad di Enel, Fulvio Conti, il direttore finanziario di Cdp, Fabio Massoli, e l’economista ed ex senatore del Pd Nicola Rossi. Contestazioni anche per i manager espressione dei soci stranieri, da Allianz alla cinese Silk Road Fund, fino ai soci Blackstone e Macquarie. Aspi è indagata come società per false comunicazioni sociali, manipolazione del mercato e ostacolo alla Consob. Secondo i pm, parte dei pedaggi sarebbe stata sottratta agli investimenti sulla rete e destinata a dividendi e remunerazioni, alterando il valore reale dell’azienda. Nel 2022, il patrimonio netto sarebbe stato maggiorato indebitamente a 2,761 miliardi, contro un valore reale stimato in 2,149 miliardi. La Procura contesta quindi un ammanco di oltre 611 milioni di euro dal fondo destinato alla manutenzione autostradale. Le presunte irregolarità coprirebbero il periodo fino al 5 maggio 2022, data della vendita di Aspi da Atlantia alla cordata guidata da Cdp.
Ora Aspi chiede una proroga delle concessioni di 10 anni e la patata bollente è sul tavolo della Commissione Ue. Se fosse concessa, Autostrade entrerebbe nel Guinness dei primati con 92 anni di gestione consecutiva. Nel frattempo, i fondi speculativi di Blackstone e Macquarie, come era facilmente prevedibile già nel 2022, vogliono una remunerazione del capitale investito a due cifre e quindi sono per un aumento dei pedaggi e una gestione parsimoniosa delle manutenzioni. Quando la Corte dei Conti chiese al Tesoro lumi sulla governance della nuova Aspi, scoprì non solo che Cdp aveva solo sei consiglieri su 14, ma che Blackstone e Macquarie avevano il diritto di veto su ogni delibera. E meno male che al governo c’era uno del mestiere, Mario Draghi.
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