Milano attende da più di un anno che il sindaco Beppe Sala trovi una soluzione al problema dell’urbanistica. Aspettano le famiglie che hanno comprato una casa e non sanno quando potranno entrarci. Restano ferme le cooperative con progetti bloccati da mesi.
Si interrogano tecnici e operatori che chiedono al Comune una risposta, anche negativa, purché arrivi. In questi mesi, però, mentre l’edilizia restava impantanata, Palazzo Marino ha continuato a spendere tempo ed energie su altri dossier, dal futuro politico del sindaco alla ricerca di una sistemazione per il Leoncavallo, oggi interessato all’ex mercato di piazzale Selinunte, in zona San Siro.
Il Tar mette Sala con le spalle al muro sull’urbanistica
Ma adesso, a imporre una scadenza alla giunta di centrosinistra è arrivato il Tar della Lombardia che mette il primo cittadino con le spalle al muro. In una sentenza pubblicata ieri, infatti, i giudici amministrativi hanno dichiarato illegittimo il silenzio del Comune su un progetto residenziale in via Cletto Arrighi 16 e hanno dato a Palazzo Marino sessanta giorni per completare l’istruttoria e decidere. Se non lo farà, potrà arrivare «un commissario ad acta».
È una sentenza che pesa sulla gestione dell’urbanistica dopo le inchieste, perché arriva dopo mesi di promesse, riorganizzazioni e tentativi di rimettere in moto una macchina che continua invece a procedere con enorme fatica.
Il commissario, del resto, aleggia da quasi un anno sul caso Milano. Se ne è parlato come possibile soluzione per sbloccare una situazione incancrenita, senza che sia mai arrivato. Adesso diventa uno scenario concreto che fotografa il doppio fallimento della giunta Sala, prima nella stagione delle Scia e delle interpretazioni urbanistiche finite sotto indagine, poi nella fase successiva, quando la paura di sbagliare ha trasformato la semplificazione in immobilismo e il Comune ha smesso perfino di decidere.
Il caso di via Cletto Arrighi
La vicenda nasce il 10 dicembre 2025, quando Lambretto Immobiliare presenta una domanda per un permesso di costruire convenzionato in via Cletto Arrighi, con demolizione dell’esistente e nuova costruzione.
Il Comune interrompe i termini sostenendo che manca la convenzione già approvata, la società replica e sollecita Palazzo Marino, ma senza ottenere risposta. «L’amministrazione non ha fornito alcun riscontro», scrive il Tar, aggiungendo che non risulta svolta «alcuna effettiva attività istruttoria di natura tecnica».
Palazzo Marino sostiene che il procedimento debba svilupparsi in due fasi, prima la convenzione e poi il titolo edilizio. La Seconda sezione, presieduta da Gabriele Nunziata, con Antonio De Vita consigliere e Luigi Rossetti estensore, non condivide questa lettura.
Per i giudici il Comune non può lasciare una pratica ferma all’infinito, creando una «stasi procedimentale potenzialmente indefinita» capace di «paralizzare l’intero iter del titolo» e di «sterilizzare indefinitamente il dovere di provvedere». A rendere il passaggio ancora più imbarazzante c’è il richiamo alle stesse regole comunali.
Il Regolamento edilizio stabilisce infatti che «il procedimento di formazione del titolo edilizio è unitario» e che progetto e convenzione devono essere istruiti insieme. Il Tar non impone di approvare il progetto, ma obbliga il Comune a decidere.
Ed è qui che la sentenza colpisce il riassetto voluto da Sala dopo le inchieste. Nel 2025 Palazzo Marino aveva riorganizzato la Direzione rigenerazione urbana e approvato nuove linee di indirizzo per uniformare le istruttorie, affidandone l’attuazione ai vertici tecnici guidati da Paolo Guido Riganti, direttore della Rigenerazione urbana, e Massimiliano Lippi, direttore dell’Attuazione diretta Pgt e Sportello unico edilizia.
Un anno dopo, però, il Tar rileva che su una pratica presentata nel dicembre 2025 non è stata svolta «alcuna effettiva attività istruttoria di natura tecnica». Il nuovo sistema non sta funzionando.
Case ferme e famiglie in attesa: il nuovo stallo di Palazzo Marino
A giugno era stato il Ccl, Consorzio cooperative lavoratori, una delle principali realtà milanesi dell’edilizia cooperativa, a denunciare 440 alloggi e cinque progetti fermi che, secondo il Consorzio, non presentavano le caratteristiche finite al centro delle inchieste urbanistiche. È il punto sul quale insiste il Comitato famiglie sospese. «I giudici affermano chiaramente che l’inerzia è un comportamento fuorilegge», dice il portavoce Filippo Borsellino, che parla di «un blocco che colpisce direttamente migliaia di famiglie milanesi».
Per il Comitato, Palazzo Marino «non ha più scuse», deve sbloccare i progetti e, se necessario, affrontare anche l’ipotesi di un commissario. Borsellino chiede inoltre una legge nazionale che chiarisca titoli edilizi, oneri e responsabilità.
Il paradosso è che mentre famiglie, cooperative e operatori aspettano risposte sulle case, continua la partita sul futuro del Leoncavallo.
Leoncavallo, il caso Selinunte riaccende lo scontro politico a Milano
Dopo le voci su un possibile accordo con la proprietà di via Watteau, sempre smentite dalla famiglia Cabassi, e l’ipotesi di via San Dionigi, Marina Boer, presidente delle Mamme del Leoncavallo, non esclude la partecipazione al bando per l’ex mercato di piazzale Selinunte. «Sarebbe da folli», attacca il consigliere di Forza Italia Alessandro De Chirico. Silvia Sardone della Lega parla di «una provocazione vergognosa», mentre Riccardo De Corato di Fdi la definisce «uno scherzo di pessimo gusto».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >