Le vittime sono tali solo se di sinistra
Gli omaggi floreali lasciati in memoria vicino a una fotografia della parlamentare britannica Jo Cox assassinata il 16 giugno 2016 (Ansa)
  • Da Jo Cox, deputata inglese assassinata «invano» secondo Gianni Riotta per il «sì» alla Brexit, al sindaco di Danzica che ha reso la città un paradiso Lgbt: i migliori che se ne vanno, stanno sempre da una parte. Mentre quelli di destra sono sistematicamente i «cattivi».
  • Il corrispondente (cieco) della Bbc becca il supporter che ha visto tutto. Gary O’Donoghue prima racconta da sdraiato le fucilate e poi intervista il testimone oculare.

Lo speciale contiene due articoli.

Ancora una volta, ci frega quel barlume di buon senso. Una pallottola resta una pallottola. Attentare alla vita di un politico è abominevole. Destra o sinistra non importa. Giusto? Invece, pare che sparare a un leader non sia sempre così esecrabile. Anche nei momenti più oscuri, l’impero del bene progressista riesce a dare patenti di eroismo solo ai meritevoli. I buoni dalla parte giusta. E i cattivi da quella sbagliata. Ci sono feriti e feriti, vittime e vittime…

Vedi l’audace commento vergato su X da Gianni Riotta, già pluridirettore e ora editorialista della Stampa. Un post laconico ed esemplificativo in memoria di Jo Cox, la deputata laburista uccisa il 16 giugno del 2016 durante la campagna elettorale. Morì «invano», ricorda il giornalista, e riposi in pace. Riotta, dunque, incautamente teorizza: il sacrificio della fiera europeista sarebbe stato inutile, visto il voto favorevole del paese alla Brexit una settimana dopo l’omicidio. Se avesse vinto il «Remain», è l’audace tesi, sarebbe almeno morta per un buona causa. A differenza di Trump, sembra. Tentiamo allora di indovinare il taciuto e spericolato contrappasso: l’ex presidente americano, al contrario, è stato ferito perché sostiene la causa sbagliata.

Ecco, ci risiamo. Il solito, trito e ritrito, doppiopesismo dei benpensantoni. Un manicheismo che omette l’avvilente evidenza: sparare alla gente è comunque sbagliato. Jo Cox è diventata, giustamente, un’eroina della democrazia. Persino la Camera dei deputati italiana, guidata in quella legislatura da Laura Boldrini, nel 2016 intitola alla politica inglese la Commissione parlamentare su intolleranza, xenofobia, razzismo e fenomeni di odio. E le dedicano, ancora oggi, borse di studio universitarie. O premi di laurea alla memoria, come quello della fondazione Astrid, guidata dall’ex ministro diessino, Franco Bassanini. Senza dimenticare i sentiti panegirici, all’epoca, della stampa italiana.

Costretta a ripetersi, due anni e mezzo dopo, quando l’Europa viene scossa da un altro omicidio politico: Pawel Adamowicz, sindaco di Danzica, città polacca, viene accoltellato da un oppositore a gennaio del 2019. Adamowicz è un uomo di simpatie progressiste e liberali, molto critico nei confronti del governo di centrodestra al potere in Polonia. Ma è, soprattutto, un sostenitore di migranti, rifugiati e comunità Lgbtq+. «Era il volto della Polonia aperta sul Baltico e al mondo, la Polonia che ha combattuto per la libertà e che a quella libertà non rinuncia», ricorda Il Corriere della sera. «Un omone simpatico e preparato, politico moderno e molto popolare», aggiunge Il Foglio. Ha trasformato Danzica «in un luogo aperto, ricco di cultura, tollerante, vicino all’Europa».

Un trattamento, ovviamente, mai riservato ai mefitici puzzoni di destra, che altri svalvolati hanno tentato di far fuori negli ultimi anni. Lo scorso maggio il premier slovacco, Robert Fico, viene colpito da quattro pallottole sparate da un pensionato di idee progressiste. Ricoverato in gravi condizioni, è operato d’urgenza. Dopo l’attentato, arriva comunque l’inclemente ritrattone di Repubblica, eloquente già dal titolo: «Chi è Robert Fico, il premier slovacco accusato di ‘ndrangheta tra l’amicizia con Putin e la guerra ai giornalisti». Già, chi è? «Il primo ex comunista ad aver (ri)conquistato il potere scippando le bandiere della destra, diventando ferocemente nazionalista, xenofobo, complottista, omofobo e no vax». Grande ammiratore di Vladimir Putin, per giunta. Ma c’è un «altro primato triste», aggiunge il quotidiano. «Sei anni fa è stato costretto a dimettersi a furor di popolo dopo l’omicidio di un giovane giornalista d’inchiesta, Ján Kuciak, che indagava sui legami tra l’entourage del primo ministro e le ‘ndrine». Insomma: sarebbe un Viktor Orbán, spietato collega magiaro, in sedicesimi. Anzi, peggio: «È forse il più opportunista e il più sanguigno degli autocrati dell’Est che hanno sfidato in questi anni l’Europa». Mentre Fico rischia la pellaccia, Repubblica ricorda pure il suo soprannome: «Red Bullo, per i modi spicci e l’insulto facile». Nessun commento sull’attentatore, invece. Ai giudici spiegherà: non voleva uccidere il primo ministro, ci mancherebbe, ma solo «danneggiare la sua salute» per evitare l’invio di aiuti militari all’Ucraina.

L’altro «impresentabile» vivo per miracolo è Jair Bolsonaro. A settembre 2018, un mese prima di diventare presidente del Brasile, viene accoltellato all’addome mentre saluta la folla. Il sito del Corriere della sera ripubblica, dunque, il suo spietato ritratto: «Sostiene ed esalta, quasi fosse una parodia dell’ultrà di destra, l’intero armamentario dell’impresentabile: armi libere per tutti i cittadini, pena di morte, cure mediche ai gay, voglia di militari al potere, donne zitte e al loro posto, torture agli spacciatori e quanto d’altro gli passa per la testa».

Viene identificato l’aggressore. È un quarantenne che assicura di aver agito «per ordine di Dio». Il Corriere, in un articolo a corredo, però informa: «Non mancano i dubbi, sulla possibilità che questa aggressione possa diventare oggetto di propaganda da parte dei sostenitori di Bolsonaro. In rete viene fatto notare come avesse partecipato, nei giorni scorsi, a una riunione con i proprietari di O Globo, uno dei maggiori quotidiani brasiliani. Inoltre, suscita perplessità il fatto che, inizialmente, fonti vicine al candidato abbiano parlato di ferite lievi». Ricorda qualcuno?

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