Confermato il Piano anti fake news: vietato dubitare di scienza e vaccini
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  • Nessuna modifica alle linee del ministero sulla comunicazione, malgrado le perplessità dei governatori. Con la scusa della lotta alle bufale, Iss e Aifa decideranno quali media e informazioni sono attendibili.
  • L’azienda ospedaliera di Rho allontanò dottoressa no vax senza tentare di ricollocarla. Atto illegittimo per il tribunale di Milano, che ordina il rimborso di stipendi e contributi.

Lo speciale contiene due articoli.

Il Piano nazionale di comunicazione del rischio pandemico 2023-2028 detta le modalità con le quali d’ora in avanti potremmo parlare di virus e contagi. Con tanto di referenti «buoni» nei media per veicolare le informazioni istituzionali, e un controllo/censura delle notizie non allineate, anche se riferite a studi scientifici.

Visionato dai governatori, che il 14 dicembre avevano formulato le loro osservazioni, il documento è stato ripresentato ieri durante la Conferenza Stato Regioni. Una presa d’atto dell’informativa, nulla più, anche se le perplessità erano pesanti. È «un impianto di carattere teorico», generico e poco efficace, fa riferimento alla necessità di diffondere un messaggio univoco in una situazione di emergenza sanitaria «senza fornire indicazioni concrete», osservano i presidenti di Regione. Soprattutto, vogliono che «venga chiarita la relazione tra tale documento e il nuovo piano pandemico in corso di redazione da parte del ministero della Salute». Di fatto, però, rimane immutata la preoccupante impostazione della comunicazione del rischio, che sarà parte integrante della vita dei cittadini nell’ottica di prevenire, vivere e prevedere nuove epidemie.

Un’emergenza continua, come vuole l’Organizzazione mondiale della sanità. «Obiettivo del piano è far crescere la cultura della prevenzione nel nostro Paese come una buona abitudine quotidiana, un investimento strategico per la salute pubblica e non un obbligo straordinario», si è prontamente allineato il nostro ministero della Salute.

La sfida sarebbe quella «di indurre la popolazione ad assumere comportamenti protettivi nei confronti dei rischi reali, e per contro di farli sentire rassicurati sui rischi inesistenti o non elevati».

Il problema è il metodo che vogliono applicare, per contrastare «l’ondata di disinformazione» che a detta delle autorità sanitarie «ha influenzato le risposte dei Paesi» anche durante la pandemia. Senza un mea culpa per le responsabilità delle istituzioni, nel caos di annunci e nella scarsità di dati scientifici che sono stati fatti circolare. Eppure il documento, riferendosi alla «vera e propria alterazione e manipolazione delle informazioni», che sarebbe avvenuta durante l’emergenza Covid, afferma che «i messaggi circolanti derivavano solo in minima parte da contenuti costruiti dalle autorità competenti e da esperti». Senza ammettere che quei contenuti non esistevano, o erano lacunosi, contraddittori ed era perciò inevitabile che sarebbero emerse «le incertezze verso le prove scientifiche, le quali sono state sfruttate, esagerate e gonfiate a dismisura», come il testo accusa.

Allo stesso modo, citando comportamenti «dannosi per la salute e per l’economia», il documento porta come esempio l’influenza aviaria del 2005, quando le notizie sulla sua diffusione hanno provocato il crollo dei consumi di carne di pollame «con conseguenze disastrose per interi settori agroalimentari».

L’annotazione fatta è che «le rassicurazioni esagerate per placare i clienti diffidenti erano tra gli errori più importanti di una scarsa comunicazione del rischio». Guarda caso, la santificazione del vaccino per il Covid e l’ostinata negazione di eventi avversi che può provocare ha contribuito a rafforzare la diffidenza di molti cittadini, ma questo non lo si vuole riconoscere.

Anzi, il documento ha il coraggio di sostenere che «durante l’emergenza da Covid-19 si è delineata una strategia di comunicazione dell’Oms incentrata su condivisione delle informazioni, riconoscimento dell’incertezza, mantenimento della fiducia, attraverso la trasparenza». Hanno nascosto i contratti sui vaccini e la pericolosità di questi farmaci sperimentali, e sarebbe questa l’informazione trasparente?

Tra breve, osservazioni come questa non saranno più possibili. Verranno scelti i media che «saranno utilizzati nell’ambito dell’ampia gamma di potenziali mezzi di comunicazione», per raggiungere il pubblico e «informare, allertare, rassicurare, influenzare cambiare i comportamenti, creare consenso».

A decidere chi saranno buoni e cattivi sarà la Rete Interistituzionale per il coordinamento della comunicazione del rischio (Ricc), composta dai responsabili degli uffici stampa di ministero della Salute, Istituto superiore della sanità, Agenzia italiana del farmaco, dal direttore dei rapporti con Ue e Oms e avanti con l’allegra brigata di «super partes». A questi si uniranno i referenti per ogni singola istituzione, tutti al lavoro per elaborare strategie educative da affidare ai media selezionati che avranno «contenuti da divulgare preparando e pre-testando i messaggi da comunicare».

Saranno affiancati da stakeholder, definiti «veri e propri pilastri per la nostra comunicazione», che dovranno sapere che «sei più interessato al bene altrui che al tuo personale», e «vogliono che ti impegni a mettere in atto tutte le azioni ragionevolmente possibili perché un certo evento non si ripeta più». Non sarà più possibile dire che non ti vuoi vaccinare con un farmaco sperimentale, ma nemmeno lo si potrà scrivere. La parola d’ordine sarà «prevenire e contenere la divulgazione di disinformazione e fake news che possono portare alla diffusione di comportamenti non corretti (ad esempio il rifiuto di comportamenti di prevenzione, il rifiuto all’adozione di vaccini antinfluenzali».

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