Proposta horror dalla Norvegia: donne morte usate come incubatrici
  • Idea choc dall’Università di Oslo: pazienti senza attività cerebrale da «arruolare» come madri surrogate per sviluppare feti da vendere. E l’autrice specifica: per la gestazione si potrebbero usare pure gli uomini.
  • Ripresentato da Fratelli d’Italia il ddl per rendere illegale la pratica anche all’estero. La proposta, bocciata lo scorso aprile da Pd e M5s, colpirebbe un business miliardario.

Lo speciale contiene due articoli.

Voi dite che esagerano? I senatori di Fdi, Lucio Malan e Isabella Rauti, hanno presentato un disegno di legge per estendere all’estero il reato di maternità surrogata. La loro potrebbe non essere una cattiva idea, considerando qual è la nuova frontiera dell’utero in affitto: reclutare come gestanti le donne cerebralmente morte. D’altronde, nei tempi in cui il serbatoio di «mamme per altri» – l’Ucraina in guerra – è fuori uso, bisogna fare di necessità virtù. E sopperire alla penuria di candidate.

La brillante invenzione l’ha presentata Anna Smajdor, filosofa dell’Università di Oslo, in un paper uscito su Theoretical medicine and bioethics qualche mese fa. Nel giro di poche settimane, il testo ha acquisito una certa notorietà e, negli ultimi giorni, ne ha parlato il Daily Mail.

L’autrice battezza con una bonaria etichetta burocratica l’orrida pratica che promuove: «donazione gestazionale dell’intero corpo». Un bel cortocircuito: nell’era in cui una disabile chiede un ascensore per la sedia a rotelle e lo Stato le propone l’eutanasia (è successo a un’atleta paralimpica in Canada), qualcuno, a chi è veramente defunto, vorrebbe negare il diritto di riposare in pace.

Già, perché la Smajdor concede, sì, che per sottoporsi alla procedura horror bisognerebbe esprimere il proprio assenso. Tuttavia, ella ragiona per analogia con le procedure per la donazione di organi. E osserva che, nel Regno Unito, «i requisiti per il consenso» all’espianto sono «estremamente vaghi»; così, può capitare che gli organi delle persone finiscano per essere prelevati «senza alcuna chiara indicazione» che le vittime sarebbero state d’accordo. Il sillogismo che ne consegue è rigoroso: se «gli attuali protocolli per il consenso sono accettabili nel caso della donazione di organi, dovrebbero esserlo anche per la donazione gestazionale dell’intero corpo». Magari, con l’aggiunta di qualche «campagna pubblica d’informazione» in più. Possiamo stare tranquilli…

Vi starete chiedendo se davvero sia possibile che una vita nasca in un corpo morto. La nostra filosofa sottolinea che non ci sono precedenti e che probabilmente servirebbero «interventi ormonali aggiuntivi». E ammette persino che quella della ventilazione a oltranza, allo scopo di servirsi dell’utero della donna trapassata, è considerata una «cattiva pratica medica». Pensate un po’ quant’è limitata la gente.

Ma adesso tenetevi forte, dal momento che, contro le obiezioni etiche di senso comune, arriva una carrellata di commenti talmente grotteschi da far sembrare l’intero lavoro una specie di macabra trovata comica.

Il segreto, sostiene infatti l’autrice, è trattare il corpo esanime da «mezzo per un fine», concependo l’individuo come «un deposito di tessuti che possono essere usati per recare beneficio ad altri». Non ci erano arrivate neppure le macchine del film Matrix, che almeno avevano l’accortezza di «coltivare» feti umani all’interno di bozzoli organici. E se qualcosa dovesse andare storto? Pazienza: c’è l’aborto, che avrebbe il vantaggio di essere meno traumatico della norma, giacché la madre biologica è incosciente. I committenti dovrebbero essere liberi decidere «a loro piacimento» il destino del nascituro. Il trionfo dell’umanesimo.

A essere sinceri, non è la prima volta che i cervelloni discutono un’ipotesi del genere. Nel 2000, fu Rosaline Ber, sulla medesima rivista edita da Springer, a suggerire che le signore in stato vegetativo venissero impiegate come madri surrogate. Il progetto della Smajdor si spinge oltre: dalle donne in coma si passa a quelle cerebralmente morte e da quelle che non possono portare avanti la gravidanza si passa a chiunque desideri «evitare i rischi e le responsabilità della gestazione nel proprio corpo». L’ultima spiaggia – in tutti i sensi – del capriccio.

Non siete rimasti ancora abbastanza scioccati? Potete contare su uno stomaco forte? Prima di proseguire nella lettura, abbiate comunque l’accortezza di assumere un gastroprotettore. A seguire, l’ultima chicca della raffinata pensatrice di Oslo: roba da trasecolare.

Il guaio è che, esattamente come capita quando l’utero in affitto riguarda le donne vive, specie se sono povere e sono soggette e lasciarsi irretire dalle cospicue cifre offerte dagli aspiranti genitori, chi ha a cuore la dignità degli esseri umani potrebbe sollevare qualche obiezione. Le più allarmanti, per la sensibilità della cerchia progressista, sono quelle delle femministe. Per aggirarle, la Smajdor avanza una teoria strabiliante: far «partecipare» gli uomini alla donazione gestazionale. Sì, proprio così: gli uomini. In stato di morte cerebrale, ça va sans dire. Biologicamente impossibile? Non saranno certe bazzecole a fermare la prode bioeticista: «Nel 1999», scrive nel suo articolo, «Robert Winston disse […] che non c’erano problemi medici intrinseci nell’avvio di una gravidanza maschile: il pericolo starebbe nel parto». Nondimeno, «sappiamo già che le gravidanze possono essere portate a termine al di fuori dell’utero». E qui scatta il colpo di genio: l’obiettivo è mettere «incinto» un maschio, tenuto in vita artificialmente da un ventilatore meccanico e un po’ d’iniezioni di ormoni? Basta impiantargli il feto nel fegato. Un travaglio biliare, con il quale si risolvono il problema della scarsità di volontarie ancora vive e i dubbi morali sullo sfruttamento delle donne. Mary Shelley non avrebbe saputo immaginare nulla di più agghiacciante. Fortunata l’epoca in cui il mostro più abominevole era Frankenstein.

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