Gli hacker russi e cinesi spariscono quando è Lula a vincere il ballottaggio
Il presidente brasiliano rieletto Lula (Ansa)

O la macchina propagandistica di Vladimir Putin è talmente potente da sovvertire il risultato in Brasile e premiare l’amico Lula. Oppure fa cilecca come in Serbia dove il putiniano Aleksandar Vučić perde nettamente le elezioni a favore di un movimento variegato, che mette assieme studenti e prof. In entrambi i casi ha vinto… il popolo. E qui si può dire senza provocare terremoti. Se invece il popolo sceglie Afd allora c’è lo zampone di Putin e apriti cielo.

È davvero tutto strano quando cerchi una narrazione che poi ti torna indietro. Allora non resta che assestarsi sull’antica regola: se chi vince è amico, allora si difende; altrimenti lo si dà in pasto all’orso russo. Le ingerenze straniere, se esistono, vanno indagate tutte, con lo stesso rigore, da qualunque parte arrivino, altrimenti è meglio lasciar perdere perché dietro non ci sono strategie ma solo alibi.

A leggere la grande stampa italiana degli ultimi mesi, Putin sarebbe stato il regista di ogni snodo cruciale: il «No» al referendum islandese sull’Ue, sulla scia della Brexit, è maturato grazie a spot e fake news del Cremlino; e pure dietro l’invasione dei migranti a Ceuta c’era la regia di Mosca: maranza col colbacco.

A proposito: pure dietro il caos del 17 ottobre sono riusciti a vedere una qualche contaminazione russa, con Youssef Siher in contatto con il collettivo di hacker filorussi «NoName057». «Guerre ibride», aveva dichiarato il ministro Guido Crosetto. E allora uno si domanda: ma Putin non era un baluardo contro il terrorismo islamico?

Le ipotetiche «trame russe» per manipolare le elezioni

Nel calderone delle trame russe ci sono stati i droni sul Nord Europa – non possono che essere guidati da Mosca, ci hanno spiegato – e pure il drone inesploso all’aeroporto di Lipsia, secondo Friedrich Merz, finisce in quota Putin, anche in assenza di prove. Del resto non ci sono elementi fattuali nemmeno sul deposito d’armi in un bosco vicino a Berlino o sugli incendi nelle fabbriche d’armi tra Estonia e Bulgaria. Ma tant’è.

Non tutto sarà falso, non tutto sarà vero, il fatto è che quando un risultato non piace, la spiegazione è pronta prima dell’indagine. E la sentenza è netta: dove c’è disordine, c’è il Cremlino. Che ha tutto l’interesse a disarticolare l’Occidente e, per quel che ci riguarda, dividere l’Europa. Però, come dicevamo, dove aveva l’interesse a tenere intatto lo status quo – cioè in Serbia – gli hacker hanno fatto cilecca.

Era davvero una sfida impossibile? Beh, per chi è stato in grado di far vincere Afd, di far uscire la Gran Bretagna dalla Ue o non farvi entrare l’Islanda, non doveva essere così difficile piegare la comunità serba, tra l’altro gemella di fede ortodossa. Invece no, Putin non ha salvato il presidente uscente Vučić.

Chi, invece, ha salvato la pellaccia e ha ribaltato il primo turno è il vecchio Lula, amico di Putin e di Xi Jinping; a ottant’anni suonati ha ribaltato il risultato grazie a una campagna social, intensa, martellante, aggressiva. Diremmo putiniana, se non fosse che Lula è meglio di Flávio Bolsonaro non solo per lo zar ma anche per la sinistra pro Kiev.

E ora, dopo la vittoria di Lula, gli hacker russi sono scomparsi

Al primo turno del 4 ottobre Bolsonaro era avanti, 47,03% contro 45,16%; al ballottaggio del 25 Lula ha vinto con il 51,7%, oltre quattro milioni di voti di scarto: mai prima un candidato battuto al primo turno era diventato presidente. Il racconto è stato unanime: la rimonta, il miracolo, la svolta digitale.

André Janones, deputato e creatore del canale Whatsapp «Exército do Lula», ha guidato la rimonta social e lanciato la campagna in maglia verde-oro; con lui Raul Rabelo al marketing, il ministro Sidônio Palmeira, Ricardo Stuckert e Nicole Briones ai profili di Lula, Paulo Okamotto alla rete di influencer.

Insomma, niente hacker russi. Eppure la Russia, come la Cina, ha tifato Lula e sarebbe stata una sconfitta per tutto quel mondo ex terzomondista se al potere fosse andato Bolsonaro jr. Il Brasile non è un Paese qualunque: è socio fondatore dei Brics, dal 2025 aderisce alla Carta di cooperazione dell’Opec+, il club guidato da Arabia Saudita e Russia, ed è un gigante di petrolio e minerali critici.

In Russia, Lula aveva partecipato in prima fila alle celebrazioni per gli 80 anni della vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale, su invito di Putin e subito dopo era volato in Cina. Non a caso Putin e Xi si sono congratulati con Lula.

Allora, come la mettiamo? ‘Sto diavolo di Putin è del mestiere oppure è l’alibi perfetto per armarci, per rafforzare la nostra propaganda e non guardare alla complessità della situazione?

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