Nuovo studio choc sull’eutanasia. Serve a eliminare gli anziani soli
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  • Gli autori del saggio (tra cui un ex senatore pd): «Liberalizzare il suicidio assistito spinge i vecchi con deficit cognitivi a ricorrervi. Ci sarà un impatto a livello della popolazione». In Olanda, muore già così il 3% dei fragili.
  • Al Careggi di Firenze dati i bloccanti della pubertà a 44 minori su 140. Inoltre, l’esperto di salute mentale richiesto per le terapie risulta lavorare in un’altra azienda sanitaria.

Lo speciale contiene due articoli.

Il prossimo passo sul fine vita? Allargare ancora un po’ le maglie. Stiracchiando la decisione della Consulta sulla vicenda di dj Fabo. La questione l’ha sollevata, meno di un mese fa, il tribunale di Firenze. Essa verte sulla non punibilità dell’aiuto al suicidio, nel caso in cui quelli che lo richiedono siano «tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale». Una condizione che, secondo la Procura toscana, «discrimina irragionevolmente tra situazioni per il resto identiche» e «discende da circostanze del tutto accidentali», «senza che tale differenza rifletta un bisogno di protezione più accentuato». A pronunciarsi sarà, di nuovo, la Corte costituzionale. E il suo presidente emerito, Giuliano Amato, ha già suggerito come potrebbe andare a finire: «La formula “tenuto in vita da sostegni vitali”», ha spiegato a Repubblica il 31 gennaio, «non include solo pazienti dipendenti da macchinari – questo era il caso del dj Fabo – ma anche i malati che dipendono da terapie e farmaci». Un attimo: tra chi vive grazie all’uso dei farmaci non rientrano anche persone cardiopatiche, ipertese o diabetiche? Pure loro sono sopprimibili?

La tendenza è chiara: sempre meno paletti, nel nome dell’«autodeterminazione». È una strada scivolosa. E c’è il rischio che la battaglia per la libertà si trasformi in una tattica per evitare di investire nell’assistenza dei fragili. Lo affermano persino due studiosi difficilmente tacciabili di bigottismo, in un saggio uscito da poco su Population and development review. Si tratta di Asher Colombo, sociologo dell’Università di Bologna, e Gianpiero Dalla Zuanna, statistico dell’ateneo di Padova e già senatore, prima per il partito di Mario Monti, poi per il Pd.

Gli autori smontano le mistificazioni di chi va ripetendo che i cittadini sono favorevoli a un’ampia legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito. In realtà, «l’opinione pubblica sembra sostanzialmente d’accordo con una legislazione che […] caratterizza il suicidio medicalmente assistito come un modo di porre fine a una sofferenza intollerabile, piuttosto che per esercitare un diritto incondizionato a suicidarsi con l’assistenza di un dottore». Falso è anche che la depenalizzazione non favorisca la diffusione di quelle pratiche. All’opposto, «la crescita nel tempo è continua, ma dopo essere stata lineare negli anni successivi alla legalizzazione, aumenta progressivamente in quelli successivi».

L’aspetto più importante, però, riguarda l’effetto della liberalizzazione. Essa, da un lato, «rischia di diventare una scorciatoia», una scappatoia dalla necessità di organizzare «cure palliative appropriate»; dall’altro, unita all’«aumento di età degli anziani», la quale ovviamente «si accompagna anche a una rapida crescita nel numero di persone con deficit cognitivi», è in grado di «avere un impatto significativo sulla durata della sopravvivenza media».

Mettiamo che passi la filosofia secondo la quale eutanasia o suicidio assistito sono un modo per abbandonare vite «indegne di essere vissute» (così le chiamavano i nazisti di Aktion T4, il programma per eliminare i disabili mentali e chi era affetto da malattie genetiche inguaribili). Il combinato disposto tra la convinzione che, a un certo punto, ci si possa – o ci si debba – togliere di mezzo e la senilità galoppante, che tende a peggiorare la qualità dell’esistenza, minaccia di trasformare la vecchiaia in un evento raro. Lungi dall’accettare vite più lunghe, quelli che maturano disturbi neurodegenerativi, o magari, come dice Amato, «dipendono da terapie e farmaci», giungerebbero a considerare normale congedarsi da questo mondo prima di essere diventati un «peso». Sarebbe il trionfo della «cultura dello scarto», spesso denunciata da papa Francesco.

Il fenomeno è ancora circoscritto, ma in Olanda, «la proporzione dei deceduti con demenza senile come principale causa di morte che hanno fatto ricorso al suicidio assistito è salita dallo 0,9% nel periodo 2012-2015 all’1,4% nel periodo 2016-2019». Nei Paesi Bassi, nell’ultima decade, «più del 3% di tutte le morti non violente può essere attribuito a qualche forma di suicidio assistito». Dove prevale il principio che quelle pratiche servano ad affermare «il diritto dell’individuo di morire», piuttosto che afferire alla «fase terminale della malattia» o alla «sofferenza continua e insopportabile», la loro frequenza aumenta. E fa impressione che, nel 2021, «il 36%» dei 10.000 canadesi che hanno scelto l’eutanasia abbia citato «“il peso per la famiglia, gli amici o i caregiver” come parte della loro decisione e il 17% “l’isolamento o la solitudine”».

Certo, l’offerta di cure palliative, registrano Colombo e Della Zuanna, non per forza scoraggia la scelta della «dolce morte». Ma «l’interazione precoce tra medico e paziente, la rinuncia all’accanimento terapeutico e specialmente l’uso della terapia del dolore e, se necessario, della sedazione profonda, possono rallentare la diffusione del suicidio assistito». Di sicuro, snobbare le alternative, mascherando quel disinteresse da trionfo della libertà, è disonesto e pericoloso. Tocca restare vigili. In attesa della Consulta.

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