Il piano inclinato. La fessura nel muro. La breccia nella diga. Usate l’immagine che preferite. Il concetto è uno: quando si apre uno spiraglio a certe pratiche eticamente controverse, tipo l’eutanasia, è arduo fissare un limite invalicabile. Succede come con una palla di neve: rotola da monte finché non diventa una valanga.
Ne offre un preclaro esempio l’articolo, uscito ieri su Quotidiano Sanità, di Maurizio Mori, filosofo morale e membro del Comitato di bioetica. Traendo spunto da un convegno che si è svolto a Cagliari, il professore prova a trarre quelle che gli paiono le logiche conseguenze della sentenza della Corte costituzionale sul caso Cappato. Essa ha equiparato «l’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale alla azione attiva con cui una persona si procura la morte», la condizione che distingue suicidio assistito ed eutanasia. «Ma poiché l’interruzione è attuata da terzi», prosegue Mori, «non si capisce perché anche l’azione finale che procura la morte non possa essere compiuta da terzi, ma debba rimanere in capo solamente all’interessato».
Il ragionamento non è proprio lineare: il docente sostiene che essendo già lecito, per i sanitari, sospendere le somministrazioni salvavita, o staccare i macchinari, ed essendo quegli atti sufficienti a uccidere il paziente, allora non c’è motivo per proibire al personale che assiste il malato di agire attivamente, per cagionarne il decesso. La tesi è rivestita di afflati compassionevoli: non è umano pretendere che una persona provata faccia anche la fatica, ad esempio, di schiacciare un pulsante per l’inoculazione di un farmaco; e poi, «un altro aiuto» può portare «allo stesso effetto con maggiore rapidità». Ma più che la (zoppicante) argomentazione in sé, conta ciò di cui essa è spia: del tentativo di stiracchiare una decisione della Consulta, che comunque sembra scritta apposta per spianare la strada alla deriva verso la «dolce morte». Formalmente, quella sentenza mette dei paletti al suicidio assistito. Formalmente, solo il legislatore può spostarli in avanti. Intanto, gli si prepara il terreno. Ci si predispone per le prossime battaglie, interne al Comitato di bioetica, o da combattere nei tribunali. Ormai, è in voga la teoria per la quale, ai presunti «vuoti» della politica, si deve sopperire mettendo i giudici al posto del Parlamento.
Pensate che esageriamo? E allora guardate cos’ha detto Silvana Sciarra, presidente della Consulta, in occasione della due giorni di confronto con gli omologhi della Corte costituzionale austriaca, maturato proprio attorno al tema del fine vita. «Alcuni interventi» delle toghe «hanno fatto riferimento alla legge come specchio dello sviluppo sociale». È la visione tradizionale: le norme, che sono approvate da assemblee elette a maggioranza, tengono dietro alla maturazione dei costumi. Non sempre seguendo un percorso agevole e privo di conflitti; ma in genere il metodo democratico di selezione della classe dirigente garantisce una certa ricettività delle istituzioni alle istanze che provengono dalla società. Eppure, ha proseguito la Sciarra, «talvolta le Corti costituzionali fronteggiano situazioni in cui la legge non è in piena sintonia con tale realtà sociale e può entrare in contrasto con i diritti fondamentali delle persone. Si palesa in queste situazioni il ruolo di garanzia che spetta al giudice delle leggi, anche a fronte dell’inerzia del legislatore».
La numero uno della Consulta ritiene che i Parlamenti non siano in grado di corrispondere in modo sistematico alle esigenze del corpo sociale. Sorge un dubbio: come mai dovrebbe essere la Sciarra e non il voto democratico a stabilire se i rappresentanti del popolo sono abbastanza reattivi? Può darsi che quelli che la toga considera «diritti» siano, invece, capricci, o almeno riguardino materie talmente delicate che persino la presunta «inerzia» del legislatore, in realtà, è il frutto legittimo dell’assenza di un consenso sufficientemente largo nell’elettorato? Perché, dunque, il giudice, non sottoposto ad alcun controllo da parte dei titolari della sovranità, dovrebbe attribuirsi il compito di riempire quelle ipotetiche lacune?
Siamo di fronte a un bivio: o, come faceva uno dei predecessori della Sciarra, Marta Cartabia, si sostiene che le Corti debbano «dinamizzare» l’ordinamento giuridico; oppure ci si limita a considerarle custodi delle Costituzioni per come sono e non per come dovrebbero diventare, in base all’ideologia dei giuristi.
È una questione che ha sollevato, con parole taglienti, il vicepresidente della Consulta, Nicolò Zanon: «Molto spesso», ha commentato sul sito di Comunione e liberazione, «si vuol far dire alla Costituzione non già quel che essa davvero dice, ma quel che si vorrebbe dicesse». Chi crede che si debbano colmare i supposti vuoti legislativi, semmai, si curi di far eleggere «rappresentanti disposti ad accogliere» certe richieste «e a votare le leggi pertinenti. Si chiama democrazia». Ecco: siamo una Repubblica democratica? O, viceversa, siccome dalla democrazia non vengono fuori le cose che piacciono ai progressisti, qualcuno vuole passare alla Repubblica dei giudici? Decidiamo – è il caso di dirlo – di che morte vogliamo morire.
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