Il libro si intitola The Bill Gates problem ed è stato pubblicato, il mese scorso, dall’editore MacMillan. Al suo interno, oltre 500 pagine di inchiesta su come Bill Gates riesce orientare, senza nessun incarico ufficiale, l’intero universo della politica internazionale. Il libro è stato recensito sul New York Times, collocandosi così al di qua di ogni possibile accusa di complottismo. L’autore è Tim Schwab, un giornalista d’inchiesta di Washington che scrive per il Nation.
Il volume ripercorre la storia imprenditoriale di Bill Gates e ispeziona le diverse aree in cui lui e l’ex moglie, attraverso la Bill&Melinda Gates Foundation e un cospicuo flusso di denaro, riescono a indirizzare il corso degli eventi. Dall’istruzione all’agricoltura, dalle politiche sanitarie al giornalismo, dalla ricerca scientifica al controllo sulle nascite. Il testo di per sé non processa le intenzioni del fondatore di Microsoft, ma smonta il mito del multimiliardario filantropo e mette a tema una questione piuttosto rilevante: se è opportuno che un singolo uomo (o una coppia) disponga di tutto questo potere senza avere un diretto coinvolgimento politico e, dunque, le forme di controllo che esso prevede.
L’ultimo capitolo del libro affronta l’emergenza Covid. In esso l’autore evidenzia come Gates abbia di fatto avuto in mano il pallino della gestione dei fondi – anche pubblici – destinati allo sviluppo dei vaccini, orientando la ricerca verso la collaborazione con Big Pharma. «Il ruolo di leadership di Gates gli ha permesso di influenzare la direzione di miliardi di dollari di fondi dei contribuenti che sono confluiti nella risposta alla pandemia», scrive Schwab. «Ad esempio, quasi il 90% del budget di 3,2 miliardi di dollari (fino al dicembre 2022) della Coalition for epidemic preparedness innovations (Cepi) proviene dai contribuenti, la maggior parte dei quali viene utilizzata per sovvenzionare la ricerca e lo sviluppo dell’industria farmaceutica. Nel 2022, il Cepi ha confermato via e-mail che la Fondazione Gates fa parte di tutti e quattro i comitati interni che controllano come vengono spesi i fondi».
Un potere che derivava da anni di investimenti nella ricerca sui vaccini e dal fatto di essere uno dei principali finanziatori dell’Oms. Che, «come riporta il New York Times, […] voleva assumere un ruolo di maggiore leadership nella definizione degli accordi sui vaccini (durante la pandemia), ma la Fondazione Gates e le organizzazioni no profit globali hanno dichiarato di temere che le aziende farmaceutiche non avrebbero collaborato. Hanno lavorato per concentrare il ruolo dell’agenzia sulla regolamentazione dei prodotti e sulla consulenza ai Paesi per la loro distribuzione».
La colpa che l’autore maggiormente imputa a Gates è quella di aver spinto per l’esclusività dei brevetti sui vaccini, in particolare nei confronti del progetto dell’Università di Oxford. «Personalmente non credo che in un periodo di pandemia debbano esserci licenze esclusive», è la dichiarazione, riportata nel testo di Schwab, di Adrian Hill, direttore dello Jenner institute di Oxford, all’inizio dell’emergenza Covid. L’intenzione era di concedere una licenza aperta, in modo da consentire la produzione del vaccino a chiunque avesse la tecnologia per farlo, ma la fondazione del multimiliardario ha spinto per una soluzione differente. «Abbiamo discusso con l’Università di Oxford l’importanza di allinearsi con una società multinazionale per garantire che i loro ricercatori abbiano l’intera gamma di capacità e risorse necessarie per portare il loro candidato vaccino nel mondo», ha affermato Trevor Mundel, presidente del programma per la salute globale della fondazione Gates. «Quando Oxford, dopo il suo incontro con Gates, ha dato ad AstraZeneca una licenza esclusiva, ha deluso una delle principali speranze per un “vaccino del popolo”», scrive Schwab, il quale osserva anche come questa influenza del magnate derivasse dalle centinaia di milioni «donati» nei decenni precedenti all’università.
«Nel marzo 2020», aggiunge l’autore, «la Cepi ha annunciato che stava sostenendo il vaccino di Oxford con una donazione relativamente piccola. […] Dopo che Oxford e AstraZeneca hanno annunciato la loro partnership in aprile, la Cepi ha quasi immediatamente promesso fino a 384 milioni di dollari. A giugno, Cepi e Gavi (Global alliance for vaccines and immunization, altro ente di cooperazione mondiale pubblico-privato, di cui la Fondazione Gates risulta il secondo finanziatore, ndr) avevano annunciato un accordo da 750 milioni di dollari con AstraZeneca «per sostenere la produzione, l’approvvigionamento e la distribuzione di 300 milioni di dosi di vaccino.
Le ragioni addotte da Gates per incanalare la ricerca scientifica universitaria verso la collaborazione (esclusiva) con Big Pharma – ricerca che, ricorda Schwab, è finanziata dai contribuenti – vertono sull’idea che non tutte le nazioni avessero la capacità tecnologica per produrre i vaccini e che, dunque, la liberalizzazione dei brevetti avrebbe comportato dei rischi sulla loro sicurezza e, di conseguenza, sulla fiducia riposta in essi. Per questo si sarebbe sempre fermamente opposto a tutti coloro che invocavano una licenza libera. In tutta risposta, l’autore menziona casi come Cuba che, nonostante l’embargo, si è dotata di strutture proprie ed è stata in grado di produrre vaccini in tempi record, o la collaborazione tra Russia e India «per riadattare rapidamente e a basso costo un impianto di produzione che non aveva mai prodotto vaccini».
Gates a quel tempo sosteneva che il suo sistema garantisse l’utilizzo di tutta la capacità produttiva all’altezza, ma il testo di Schwab cita diverse inchieste giornalistiche, tra cui anche una del New York Times, che dimostravano il contrario, menzionando a supporto persino un intervento del nobel Joseph Stiglitz. Una dinamica pertanto opaca, che non intacca il dibattito sui vaccini – mai messi in discussione dall’autore, mentre noi continuiamo ad avere le nostre idee – ma smonta il mito del magnate filantropo che vuole salvare il mondo.
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