L’ideologia woke arretra in tutto il mondo occidentale, nuovi lavori scientifici, liberati dalla cappa ideologica cui era costretta la ricerca, ne mostrano le fallacie metodologiche e contenutistiche, ma per alcuni, in Italia, pare che l’orologio della storia si sia fermato a qualche anno fa. Per l’ennesima volta, l’Associazione italiana di ostetricia organizza corsi, previsti nei giorni 3 e 4 di ottobre a Riccione, per formare i professionisti alle istanze Lgbt. La partecipazione all’evento, in cui si discuterà, tra i tanti temi, di «panoramica su gravidanza, parto e allattamento nella comunità trans», garantisce 10,5 crediti formativi riconosciuti dal ministero della Salute.
Arrivati a questo punto, non si può certo più definirli progressisti: questi sono i peggiori reazionari, i reazionari del woke. Perché dopo la relazione Cass nel Regno Unito, la più grande ricerca scientifica indipendente sui trattamenti di genere sui minori, dopo gli scandali provenienti dagli Usa e dopo la sterzata cui le multinazionali, prima imbevute di retorica arcobaleno, sono state costrette dai consumatori, affrontare questi temi come se nulla fosse accaduto equivale a voler cementificare una realtà ormai superata, oltre che dal buonsenso (fin dall’inizio), anche dall’attualità del dibattito. Questo, certamente, non può stupire: la stessa ideologia woke si fonda sulla negazione pervicace della realtà allo scopo di «ricreare» l’essere umano a immagine e somiglianza di un’idea prodotta da un manipolo di uomini. Tuttavia, non fare i conti con l’evoluzione storico-politica del dibattito, anche se su tematiche non esattamente identiche, significa segare definitivamente lo stesso ramo su cui siede l’intera impalcatura gender: quella di una ridefinizione dell’essere sulla base del mero consenso tra una élite di illuminati.
Come sia possibile, poi, che proprio chi si occupa di fare venire al mondo bambini, chi più di tutti esperisce la prepotenza dell’elemento strettamente biologico nel mistero della vita che nasce, si ritrovi a riempire le fila di questi reazionari è di non facile spiegazione. Fatto sta che, per l’ennesima volta, è proprio l’Associazione italiana di ostetricia a promuovere, fuori tempo massimo, linee guida per trattamenti ostetrici Lgbt. Una realtà che, per quanto privata, è iscritta nel registro ufficiale delle società abilitate a produrre linee guida sanitarie presso il ministero della Salute.
All’evento di ottobre, si parte con il «Simposio sull’affermazione di genere», dove lo psichiatra e sessuologo clinico Rodolfo Pessina svilupperà temi come «pregiudizio e discriminazione verso la comunità Lgbtqia+», «vuoto normativo che impedisce a persone con utero di fare screening Hpv se non risultano anagraficamente come donne», «identità di genere vs genere assegnato alla nascita, orientamento romantico e sessuale, modello relazionale», mentre l’ostetrica e sessuologa Chiara Mogliazza spiegherà «Perché è necessario parlare di comunità Lgbtqia+ in ostetricia e ginecologia». Qui la proposta si fa interessante, perché tra i punti del programma si legge: «Chi sono le persone di cui ci prendiamo cura?». E a seguire: «Donne cisgender, uomini transgender, persone non binary,… Diversi tipi di famiglia! Coppie di donne e di uomini, famiglie poliamorose, storie di Pma in Italia e all’estero», e «uomini trans Afab (Assigned female at birth, femmina assegnata alla nascita, ndr), donne trans Amab (Assigned male at birth, ndr), persone non binary: percorsi di affermazione di genere e coinvolgimento dell’ostetrica nella salute riproduttiva e sessuale delle persone appartenenti alla comunità Lgbtqia+».
Il panel più interessante, però, è quello subito successivo: tre relatori – la stessa Chiara Mogliazza con Egon Botteghi (presentato come attivista, autore e formatore, rappresentante genitorialità trans presso Associazione «Rete Genitori Rainbow») e l’avvocato Stefania Narducci (sportello legale associazione Gruppo Trans) – discuteranno di: «Se a partorire non è “una madre”: panoramica su gravidanza, parto e allattamento nella comunità Trans». Queste «non madri», presumibilmente, sarebbero donne biologiche «diventate» uomini e rimaste incinte (o fecondate artificialmente) proprio perché spesso, appena sospesi i trattamenti ormonali a base di testosterone, tornano potenzialmente fertili (laddove la transizione non sia completa).
È qualche anno che l’Associazione italiana di ostetricia spinge in questa direzione, ma tutto il settore è alle prese con un feroce tentativo di colonizzazione ideologica. Da bizzarre partecipazioni ai Pride a corsi di indottrinamento Lgbt, l’agenda woke in ambito ostetrico nasconde, forse, anche interessi economici non secondari: dopo la procreazione medicalmente assistita e il progressivo sdoganamento della maternità surrogata (in Italia divenuta reato universale grazie a Fratelli d’Italia), la completa artificializzazione della natalità consentirebbe, oltre a un controllo sociale inedito, di allargare il mercato a un terreno finora sottratto alla sfera economica. Oltre all’utero in affitto, infatti, sono in corso studi per consentire alle donne trans – cioè a uomini biologici – di portare avanti una gravidanza.
D’altronde, se non ci fossero interessi economici di questo tipo, risulterebbe ancora più incredibile che tesi tanto surreali siano oggetto di un reale dibattito professionale. Il mondo orwelliano delle «persone con utero» e delle «non madri che partoriscono», per quanto assurdo, non è ancora vinto. Ma dopo quattro anni di governo di centrodestra, sinceramente, si sperava di non assistere più a corsi del genere. O quantomeno che si evitasse di assegnare crediti formativi per simili idiozie.
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