Ci vorrebbe stavolta d’Arezzo un illustre quanto licenzioso cittadino: si chiamò Pietro e a cavallo tra ’400 e ’500 dette al Rinascimento una lirica sboccata alquanto. Famosissimi per quanto licenziosi sono i suoi Sonetti lussuriosi accompagnati d’altri versi egualmente coloriti che danno luogo a sentenze e massime in fatto di sesso esplicito: I dubbi amorosi.
Tra questi ve n’è uno che s’addice a una sentenza di tribunale (anche i Dubbi petreschi famosissimi tra i cardinali dell’epoca hanno struttura di questione legale) che anche se non si può per ragioni di decenza riportar per intero spiega che cosa è accaduto appunto al tribunale di Arezzo: «Ove ‘l mettrete voi? Ditel’ di gratia, dietro o dinnanzi? Io l’ vorrei sapere».
Cosa è successo? Che un signore nato con attributi maschili che ancora conserva è stato dichiarato donna dai giudici sulla scorta del suo intimo convincimento e del suo comportamento. Dalle varie sigle dell’arcobaleno Lgbtq+ questo pronunciamento è salutato come rivoluzionario e assolutamente liberatorio, forse dalle leggi e del nostro Stato e in particolare tenendo conto di alcuni pronunciamenti inequivoci della Corte costituzionale appare eccessivamente innovativo.
Tutti gli interrogativi che il tribunale ha ignorato
Di certo pone non pochi problemi agli uffici anagrafe, alle questure e alle prefetture che dovranno cambiare il paradigma di registrazione dei nascituri e dei documenti dei cittadini. Perché da ieri in Italia per essere donna basta dichiararsi tale.
Sarà complicato ora dirimere per esempio se le quote rosa sono state rispettate o meno. Pensate a un consiglio di amministrazione che abbia esuberanza maschile. Forse per sanare questa situazione sarà sufficiente che alcuni dei partecipanti si dichiarino donna? E lo stesso vale per le liste elettorali?
E se un prestante individuo dai marcati muscolosi attributi maschili si iscrive a una gara sportiva femminile gli si potrà negare di partecipare e la sicura vittoria se per esser dichiarati femmina non c’è bisogno né dei cromosomi, né dei parametri estetici propri di Venere?
Sono tutti interrogativi ai quali il Tribunale di Arezzo non ha prestato attenzione e così ha disposto la rettifica del nome e del marcatore di genere nei documenti anagrafici di Jasmine Piattelli, presidente di Arcigay Arezzo – Chimera Arcobaleno, senza richiedere documentazione psicologica, psichiatrica o sanitaria.
La storia di Jasmine Piattelli: dalle battaglie per i diritti dei trans alla sentenza di Arezzo
La sentenza è già passata in giudicato e rappresenta un importante precedente giurisprudenziale. I fatti sono chiari. Jasmine Piattelli – il vero nome da maschio non è stato rivelato per rispetto della privacy, ma le foto non lasciano dubbi sul suo sesso alla nascita: è un maschio – non si è mai sentito maschio e ha conformato la sua vita come se il suo sesso naturale fosse quello femminile.
Negli anni si è reso-resa protagonista di battaglie per i diritti delle persone trans fin quando ha preso coraggio ed ha deciso di porre in evidenza la sua questione personale. L’avvocato Matteo Mammini, presidente di Rete Lenford – Avvocatura per i diritti Lgbti+ Aps ha raccolto l’istanza di Piattelli e ha impostato un procedimento legale non privo di rischi che ha avuto alla fine esito positivo per le istanze di Jasmine.
L’avvocato è riuscito a far dichiarare dal tribunale una sentenza che «ha riconosciuto l’identità di genere della ricorrente sulla base della sua storia personale e del vissuto raccontato nel corso del procedimento». In pratica in Italia è da oggi possibile «ottenere la rettifica anagrafica senza subordinare il riconoscimento dell’identità di genere alla presentazione di relazioni cliniche o psicodiagnostiche».
È abbastanza intuitivo che detta così la sentenza non dice per quanto tempo ci si debba sentire femmina o maschio per ottenere un riconoscimento di identità di genere difforme da quella che si ha alla nascita. È anche una bella botta al business transgender: chi intende somministrare farmaci ormonali o chi vuole fare i corsi di avviamento alla transizione non serve più, basta rivolgersi al tribunale.
L’esultanza dell’avvocato e di Piattelli
Forte del pronunciamento dei giudici aretini l’avvocato Mammini sostiene: «Essere trans non è una malattia da certificare, né l’identità deve essere autorizzata dalla medicina per essere riconosciuta dal diritto».
Da parte sua Jasmine Piattelli, assai contenta per il risultato raggiunto, dà della sua vicenda una lettura personale e una interpretazione sociale: «Dopo oltre vent’anni di battaglie per i diritti, iniziavo a sentirli mancanti verso di me», ha commentato, «È un piccolo passo, ma importante, verso l’autodeterminazione delle persone trans».
I pronunciamenti della Corte Costituzionale nel 2024
Anche se per la verità la Corte Costituzionale la questione dell’identità di genere l’ha affrontata sotto un altro aspetto: la possibilità che esista una identità neutra né maschile, né femminile, ma il caso posto dalla sentenza di Arezzo è del tutto nuovo.
L’Alta corte con la sentenza del 23 luglio 2024 (la n. 143) ha affermato tre cose: esiste la possibilità di una identità di genere neutra e il legislatore se ne faccia carico, è però pienamente legittimo che l’ordinamento sia basato sul codice binario maschio femmina, chi vuole cambiare sesso attraverso intervento chirurgico non deve chiedere nessuna autorizzazione.
Ma del caso prospettato ad Arezzo non c’è alcun riferimento. O meglio sì. A parte l’Aretino Pietro c’è la storiella che si racconta del legato pontificio di Bologna che volendo consumare tortellini in giorno di quaresima se li fece egualmente servire e prima di consumarli imponendo il segno della croce solennemente pronunciò: «Ego te baptizo piscem».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >