La denuncia di Francesco Perboni, il papà che – come ha spiegato egli stesso il mese scorso sui canali social di Pro vita & famiglia – ha ritirato le sue figlie dagli asili nido bolognesi perché questi non toglievano dei testi gender, ora non è più solo una denuncia.
È diventata un esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna; a presentarlo è stata Marta Evangelisti, capogruppo di Fratelli d’Italia presso il Consiglio della regione Emilia Romagna. L’esposto parte da una premessa fattuale: quella di ormai diverse «segnalazioni pervenute da parte di alcuni genitori di bambini frequentanti servizi educativi e scuole dell’infanzia del territorio bolognese, segnalazioni relative all’utilizzo, nell’ambito delle attività rivolte ai minori, di materiali scolastici, percorsi e contenuti aventi ad oggetto il superamento degli stereotipi di genere e ulteriori tematiche che, per contenuti e modalità di trattazione, potrebbero risultare attinenti all’ambito della sessualità».
Come le famiglie sono state scaavalcate
Già questo può apparire più che discutibile, naturalmente. Ma il dato davvero allarmante è che, come ricostruisce Evangelisti – di fatto confermando, in questo modo, anche la richiamata segnalazione di Perboni –, i poc’anzi citati contenuti «sarebbero stati proposti ai minori senza che i genitori fossero preventivamente posti nella condizione di conoscere in maniera completa e specifica la natura delle attività, le relative finalità educative, i contenuti affrontati e il materiale concretamente utilizzato».
Dunque le famiglie sarebbero state scavalcate in spregio a quel consenso informato introdotto, proprio per evitare simili scenari, dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara con la legge 9 giugno 2026, n. 104.
Aggrava il quadro già preoccupante il fatto che i testi gender non sarebbero stati proposti casualmente o solo qualche scuola dall’infanzia, ma rientrerebbero – è l’ipotesi della consigliera Evangelisti – in una sorta di pianificazione più ampia.
«Tali attività», è stato infatti riportato nell’esposto depositato in Procura, «potrebbero non costituire iniziative isolate delle singole strutture, ma inserirsi in un più ampio indirizzo pedagogico e culturale promosso ed attuato nell’ambito del sistema educativo bolognese».
Suffragherebbe tale scenario il fatto che, anziché prendere iniziativa, «il personale educativo e pedagogico avrebbe operato sulla base di indicazioni aventi carattere generale, circostanza che rende necessario chiarire se esistano atti, direttive, linee guida, progetti, disposizioni o indirizzi formalmente o informalmente impartiti dai competenti organismi amministrativi o pedagogici e, in caso affermativo, quale ne sia la fonte».
Il nodo dei libri gender a Bologna
In effetti, pare poco credibile una diffusione capillare di determinati libri gender negli asili della città amministrata dal sindaco Matteo Lepore senza che, a monte, vi sia una qualche direttiva o linea di indirizzo. Dunque delle due l’una: o i testi che hanno fatto arrabbiare diverse famiglie bolognesi non sono presenti e non sono stati proposti in tutte le scuole dell’infanzia oppure, se invece così fosse, è difficile che non vi sia stata una qualche indicazione al riguardo.
Come che sia, la capogruppo di Fdi ora ha chiesto alla Procura di fare gli «opportuni accertamenti», anche in ordine a «eventuali profili di rilevanza penale», rispetto a tutta la vicenda. A partire, come già detto, da un dato cruciale: il fatto che – come vuole la legge – le famiglie «siano state preventivamente informate in maniera completa e specifica, ovvero se il materiale utilizzato sia stato preventivamente messo a loro disposizione».
Alla magistratura, dunque, ora il compito di verificare se a Bologna il consenso informato delle famiglie rispetto ai libri gender negli asili di sia qualcosa di realmente assicurato o meno.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >