A Bologna va in scena la fiera degli sposi gay
La manifestazione ha il patrocinio della Regione Emilia Romagna e mette cartelloni pubblicitari sugli autobus e in strada. Però se qualcuno osa esporre manifesti contro l’utero in affitto, viene accusato di omofobia e multato per migliaia di euro.

Domani e domenica, a Zola Predosa, in provincia di Bologna, si terrà la quarta, sfavillante edizione del «Gay bride expo». Trattasi, informano gli organizzatori, del «primo Salone in Italia dedicato ai matrimoni tra persone dello stesso sesso». La fiera è patrocinata dall’Arcigay e si presenta come «il punto di riferimento del mondo gay in tema di diritti e unioni civili tramite incontri, eventi, mostre, ospiti. Il tutto con taglio accattivante, coinvolgente, appassionato ma anche ironico». A organizzare la manifestazione è una società chiamata Bussola eventi, che sul proprio sito Internet spiega con orgoglio di aver ottenuto il patrocinio della Regione Emilia Romagna.

Chi vorrà godersi l’evento (l’ingresso costa 5 euro), troverà senz’altro ospiti di rilievo: «Sarà presente Sergio Genna, il “Gay più bello d’Italia”, che sfilerà tra gli stand, non mancheranno le drag queen, ma ci sarà anche spazio per discutere dei “diritti di famiglia acquisibili” tramite l’unione civile e di “cosa manca e cosa si potrà fare per le famiglie Lgbt”: tra i relatori l’avvocato Michele Giarratano, copresidente di Gay Lex, Sergio Lo Giudice, Giuditta Pini (Pd), il segretario Arcigay nazionale Gabriele Piazzoni».

Un programma bello ricco, come potete vedere, impreziosito dalla presenza di alcuni esponenti del Partito democratico. Tra questi c’è, appunto, Sergio Lo Giudice, responsabile del dipartimento Diritti civili dei democratici. Questo signore, nei giorni scorsi, si è molto speso affinché il sindaco di Roma, Virginia Raggi, facesse rimuovere dalle strade i manifesti delle associazioni Pro Vita e Generazione famiglia contro l’utero in affitto. Cosa che il Comune di Roma ha provveduto a fare in tempi molto brevi.

I cartelloni contro la maternità surrogata sono stati censurati anche se invitavano a rispettare la legge e dicevano la verità (cioè che «due uomini non fanno una madre» e «due donne non fanno un padre»). Come se non bastasse, alle due associazioni che li hanno diffusi arriveranno multe salatissime: dai 400 ai 2.000 euro per ciascuno dei 50 manifesti.

Che c’entra tutto questo con il «Gay bride expo»? Beh, c’entra eccome. Per promuovere la fiera degli sposi gay, infatti, sono stati realizzati dei manifesti pubblicitari, che pubblichiamo in questa pagina. Sono stati diffusi sulla Rete e, soprattutto, saranno visibili per le strade di Bologna, sui giornali e persino sugli autobus (a confermarlo sono gli organizzatori della kermesse).

Il cortocircuito è curioso, non trovate? In Italia il matrimonio gay non esiste. Eppure si tiene una fiera ad esso dedicata, in cui per altro, supponiamo, si parlerà con favore anche dell’utero in affitto. Per giunta, tale fiera viene pubblicizzata con cartelloni sparsi in giro un po’ ovunque. Per questi manifesti nessuno si lamenta. Non interviene il Comune per censurarli o per multare chi li ha prodotti. Anzi, le istituzioni – la Regione, nello specifico – approvano, il Pd batte le mani.

È un’interessante versione della democrazia, la nostra. Le associazioni pro vita devono essere ridotte al silenzio, anche con maniere piuttosto ruvide. Le associazioni gay possono fare quello che desiderano. Tra l’altro, va ricordato un particolare. Il Circolo Mario Mieli di Roma (nota associazione Lgbt) si è battuto come un leone affinché Virginia Raggi facesse rimuovere i cartelloni anti utero in affitto. Ha rivendicato di aver fatto pressione sugli uffici comunali più e più volte, fino a che non è stato accontentato.

Che succederebbe, secondo voi, se Pro Vita si mettesse a tempestare di telefonate il Comune di Bologna per chiedere la rimozione dei cartelloni del «Gay bride expo»? Ovviamente scoppierebbe un putiferio, tutti i giornali parlerebbero di omofobia dilagante, griderebbero che siamo tornati al Medioevo.

Ora, qui non si tratta di chiedere la chiusura della fiera per gli sposi gay, e non si tratta nemmeno di invocare la censura dei manifesti pubblicitari, che per altro sono di dubbio gusto. Piuttosto, si tratta di interrogarsi sul regime che si è imposto dalle nostre parti. C’è un pensiero che non ha cittadinanza, che non può nemmeno pronunciarsi. Un altro pensiero, invece, domina e si impone.

Proprio a Bologna, mesi fa, Arcigay ha allontanato Arcilesbica dalla storica sede del Cassero. E il motivo è semplice: Arcilesbica si oppone alla maternità surrogata. Non solo. La Regione Emilia Romagna, oltre a patrocinare il «Gay bride expo», ha sborsato circa 105.000 euro per finanziare il film Gli anni amari, una pellicola celebrativa di Mario Mieli (uno che, per inciso, teorizzava la pedofilia).

Per qualcuno ci sono sempre soldi, spazi e libertà. Agli altri tocca il silenzio forzato. No, non è il Medioevo: è molto peggio.

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