- Mei Fong, giornalista premio Pulitzer, racconta il terribile «esperimento sociale» del Partito comunista. Il controllo della popolazione imposto dall’alto produce disastri e povertà. Proprio come accade da noi.
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Lo speciale contiene tre articoli.
Quando sentiamo parlare della «politica del figlio unico», il pensiero corre verso territori esotici, subito viene evocata una barbarie di cui solo un regime totalitario sarebbe capace. In realtà, si tratta di una storia che ci riguarda molto da vicino, in cui l’Occidente è coinvolto tanto quanto la Cina. Lo mostra chiaramente Figlio unico, il bellissimo libro di Mei Fong – giornalista americana di origine cinese vincitrice del premio Pulitzer nel 2007 – appena pubblicato da Carbonio editore.
Il 25 settembre del 1980, il Partito comunista cinese inviò una lettera a tutti i suoi membri, chiedendo (anzi, imponendo) di limitarsi ad avere un solo figlio per ogni famiglia. Era l’inizio dell’«esperimento sociale più estremo mai realizzato al mondo: è durato 35 anni e ancora oggi continua a influenzare il modo in cui una persona su sei nasce, vive e muore». Un esperimento realizzato dalla Repubblica popolare, ma le cui radici ideologiche sono occidentali.
L’allarme riguardante la sovrappopolazione, infatti, venne lanciato per la prima volta nel 1968 da Paul Ehrlich, professore di Stanford e autore di un saggio intitolato The population bomb. Le teorie del professore riscossero grande successo. Nel 1969, ricostruisce Mei Fong, «le Nazioni Unite lanciarono l’Unfpa, il Fondo per le attività demografiche (poi ribattezzato nel 1987 Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) allo scopo di limitare la crescita demografica nei Paesi del Terzo mondo». Poi, nel 1972, fu pubblicato I limiti dello sviluppo, il famigerato volume curato dal Club di Roma, «organizzazione non profit» che tra i fondatori vanta David Rockfeller e che si può considerare una stretta parente di circolini come il Bilderberg e la Trilaterale.
Il Club di Roma esibì argomentazioni che ancora oggi sono riprese da alcuni profeti della decrescita. Di fatto, sostenne che le risorse mondiali presto si sarebbero esaurite a causa dell’aumento della popolazione. Non sfugge l’odore malthusiano di tutta la faccenda. Se le risorse sono limitate e la popolazione aumenta – era il retropensiero – resta solo una cosa da fare: assicurarsi che i poveri smettano di riprodursi.
Furono queste idee a ispirare le campagne per il controllo demografico nei cosiddetti «Paesi in via di sviluppo». Sistemi di riduzione delle nascite furono imposti in Africa, ma anche in India e Indonesia. Tuttavia «solo la Cina possedeva la struttura autoritaria sul piano politico e, al tempo stesso, la disponibilità a livello sociale e culturale per far passare quelle idee su vasta scala. Mentre gli esperti occidentali, tipo quelli del Club di Roma, presentavano le loro teorie sul controllo demografico come meri esercizi intellettuali», scrive Mei Fong, «gli scienziati cinesi erano pronti a mettere in pratica tali idee sulla popolazione reale, quasi senza avere a disposizione una rete di sicurezza».
In realtà, quelli del Club di Roma e delle Nazioni Unite non erano soltanto «esercizi intellettuali». Erano indicazioni che l’Occidente recepì, ma in maniera più dolce e subdola. La Cina, semplicemente, decise di attuare su larga scala e in un brevissimo lasso di tempo ciò che l’Europa e gli Stati Uniti impiegarono anni a concretizzare.
Le autorità cinesi appresero la lezione dei luminari europei. Inviarono delegazioni in Europa per studiare e approfondire la pratica. Song Jian, uno degli scienziati che realizzarono i calcoli su cui si fondò la politica del figlio unico, nel 1975 si recò nei Paesi Bassi per incontrare il matematico olandese Geert Jan Olsder, autore di innovativi studi sul controllo della popolazione. Lo stesso Song Jian, in un articolo del 1980, sostenne che la riduzione della natalità avrebbe potuto causare seri problemi in un futuro non lontano, ma non fu preso in considerazione, e fino al 2013 il governo cinese continuò imperterrito a battere questo sentiero.
Nel libro di Mei Fong sono elencate le aberrazioni prodotte dalla politica del figlio unico: sterilizzazioni, aborti coatti, e via dicendo. Ma, al di là della denuncia delle atrocità commesse, la parte più interessante del saggio riguarda le conseguenze economiche di questo mostruoso esperimento sociale. «Le limitazioni imposte da questo piano demografico», spiega la giornalista, «hanno contribuito ben poco al progresso del Paese sul piano economico. Anzi, stanno mettendo a repentaglio il suo sviluppo futuro perché, nel giro di poco tempo, la popolazione finirà per essere composta da troppi uomini, da troppi anziani e, con ogni probabilità, per ridursi troppo in termini numerici».
Secondo Mei Fong, la Cina non avrebbe potuto «diventare un colosso manifatturiero se non avesse avuto a disposizione tanta manodopera a basso costo nata durante il boom demografico degli anni Sessanta-Settanta del Novecento, prima ancora che la politica del figlio unico venisse concepita». Le autorità cinesi non hanno considerato una regola di buon senso: più figli uguale più ricchezza. Oggi, invece, «la grande armata dei lavoratori cinesi sta progressivamente invecchiando. Entro il 2050, in Cina una persona su quattro avrà più di 65 anni. E la politica del figlio unico ha notevolmente ridotto la popolazione attiva che deve sostenere e sostentare questo esercito di anziani di domani».
Nel 2013, il governo della Repubblica popolare ha tentato di invertire la rotta, ma ormai era troppo tardi. La mentalità dei cinesi era cambiata. «Alla fine, il grande danno inferto dalla politica del figlio unico è aver costretto le persone a pensare razionalmente – forse troppo razionalmente – alla possibilità di diventare genitori, che invece è una grande salto nel buio, capace di estendere all’infinito la nostra comprensione di ciò che significa vivere e amare», scrive Mei Fong.
La stessa cosa è avvenuta qui da noi. La politica del figlio unico, in qualche modo, è stata applicata anche qui. Le idee del Club di Roma (e non solo) hanno modificato il nostro modo di vivere, hanno imposto quella stessa razionalità a proposito della riproduzione, ma in modo meno evidente, più sottile. I poveri del mondo continuano a riprodursi, mentre i benestanti hanno smesso di fare figli, e si impoveriscono di conseguenza. Il più grande esperimento di autodistruzione mai tentato è perfettamente riuscito: non solo in Cina, ma pure qui.
Francesco Borgonovo
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