Il referendum che dice sì all’omicidio
  • Se la battaglia dei radicali va in porto, non sarà più considerato un reato l’uccisione del consenziente. Così chi offre un aiuto a morire non finirebbe nemmeno sotto inchiesta. Come mostra il caso esemplare di un ragazzo siciliano.
  • Il giudice Luca Coscioni: «Si parla molto di dolce morte, ma non c’entra nulla Si usano strumenti simili per far passare la cultura dello scarto».

Lo speciale contiene due articoli.

La sera del 25 agosto, sulla spiaggia di Punta Grande, a metà strada tra Porto Empedocle e Realmonte, in provincia di Agrigento, un ragazzo di 26 anni, Mirko Antonio La Mendola, viene trovato senza vita. La causa del decesso: un colpo di pistola alla tempia sinistra. Il calibro 9×21 del grosso revolver Beretta non gli ha lasciato scampo. Accanto al corpo c’era l’arma che ha sparato e dalla quale, hanno accertato gli investigatori, è partito un solo colpo. Era detenuta legalmente dal ragazzo, per uso sportivo. La delusione per un concorso in polizia finito male, poi, sembrava essere il pesante movente che avrebbe permesso di chiudere subito il caso. D’altra parte i giornali avevano già titolato in modo preciso: «Non supera il concorso in polizia e si spara». Facendo esplicito riferimento al ritrovamento di un bigliettino in cui Mirko avrebbe spiegato che la scelta di togliersi la vita era proprio legata all’insoddisfazione per non essere riuscito a superare il concorso nel quale fino a qualche settimana prima aveva creduto. Per un sogno infranto, insomma. Quella che sembrava una sentenza inappellabile, però, era, forse, solo una ricostruzione troppo frettolosa. Un’incongruenza saltata fuori dalle informative ha stoppato gli investigatori e impedito che il fascicolo finisse in archivio: Mirko non era mancino. E, senza un aiuto, non avrebbe potuto spararsi alla tempia sinistra. Una chat di Whatsapp, poi, ha permesso agli inquirenti di accedere ai messaggi agghiaccianti che la vittima si era scambiata con un amico minorenne di soli 16 anni. Si è scoperto che i due avevano un piano. E che, forse, il sedicenne avrebbe aiutato l’amico più grande a togliersi la vita. Ora l’inchiesta ha preso una piega completamente diversa: si indaga per l’ipotesi di «omicidio del consenziente». Sempre se un referendum abrogativo proposto dall’associazione Luca Coscioni, che viene propagandato come una battaglia per i diritti umani e che scade a fine settembre, non spazzi via quel reato dal codice penale. Rimarrebbe in piedi, stando al referendum, solo la parte che tutela minorenni, infermi di mente e persone alle quali il consenso sia stato estorto. Gli altri, in nome dei diritti umani, saranno liberi di farsi assassinare. Anche chi non ha gravi problemi fisici e patologie legate a stati irreversibili o a dolori insopportabili. Basterebbe quindi anche solo un momento di sconforto per chiedere a qualcuno di togliere la vita senza che ciò configuri un reato. Con quel ritocco al codice penale, insomma, il minorenne che avrebbe aiutato Mirko a morire non sarebbe finito sotto inchiesta.

«Eutanasia», la chiamano quelli della propaganda referendaria. Ma finché la prima parte dell’articolo 579 non verrà abrogata, «chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui», è ancora scritto nel codice penale, «è punito con la reclusione da sei a 15 anni». Esattamente la pena che rischia chi ha aiutato Mirko a morire. Questa parte dell’inchiesta sembra essere ancora in una fase poco avanzata. La chat tra i due protagonisti pare contenga frasi che farebbero riferimento al coinvolgimento del minorenne che, per via dell’età, stando alle stesse valutazioni esplicitate dei due amici, non avrebbe rischiato nulla. Non solo: Mirko avrebbe perfino detto di riuscire a comprendere la situazione, qualora l’amico non se la fosse sentita di arrivare fino in fondo. Tutti aspetti che hanno aiutato gli inquirenti a costruire la nuova ipotesi: l’omicidio del consenziente, infatti, presuppone che il consenso della vittima sia «esplicito, non equivoco e perdurante sino al momento della commissione del fatto». Mirko avrebbe quindi dovuto esprimere la sua volontà di morire in modo chiaro e convincente. I due amici, tra uno smile e l’altro, conversavano sulla morte come se stessero commentando una partita di calcio. Con una naturalezza che, stando a quanto riportano i quotidiani locali, gli investigatori pare abbiano definito «sconvolgente». L’appuntamento per quella maledetta sera del 25 agosto era in spiaggia, con qualche birra. Ma si tratta sempre di dettagli saltati fuori da Whatsapp. Per ora non ci sono celle telefoniche né testimoni che provino in modo certo la presenza del ragazzino.

I magistrati della Procura per i minorenni e quelli della Procura di Agrigento, per circostanziare l’accusa, oltre a disporre uno studio balistico (che andrà a completare il quadro che emergerà dalla consulenza autoptica) e un approfondimento sulle impronte digitali da prelevare sulla pistola e poi da comparare con il sospettato, hanno dato ai carabinieri l’indicazione di verificare l’esistenza o meno di polvere da sparo sulle mani, sul corpo e sugli indumenti del giovane deceduto con un accertamento tecnico che in gergo giudiziario viene chiamato «stub». L’esito negativo, secondo gli inquirenti, avvalorerebbe a quel punto l’ipotesi che l’amico minorenne abbia sparato il colpo su richiesta della vittima. Proprio come da accordi presi in chat.


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