Utilizzare le categorie dei «tagli di bilancio» senza accorgersi che il mondo è definitivamente cambiato ha l’unica funzione di preservare assetti di potere e rendite di posizione. La lezione francese è sotto gli occhi di tutti: lo Stato col welfare più ampio della storia viene regolarmente contestato da strati sociali politicizzati che chiedono più welfare.
Politici tanto cinici quanto incapaci di interpretare la fase storica aizzano proteste che producono danni per miliardi ed usano i fondi stanziati per i danni causati come prova circolare della possibilità di spenderli. L’impossibilità della coesistenza di welfare esteso ed immigrazione di massa viene risolta implicitamente e senza scendere mai nei dettagli da un’unica soluzione valida sempre e comunque: più tasse.
L’argomento polemico dei tagli di bilancio per la scuola offre un ottimo esempio di argomento obsoleto, sostenuto con retorica obsoleta per fini politici ormai insostenibili. Forse invece di chiedere nuove assunzioni nel settore dell’istruzione sarebbe il caso di riflettere sul fatto che esso, in Italia, considerando tutti i suoi comparti, occupa circa 1,3 milioni di addetti mentre la popolazione in età scolare è di circa 8 milioni di persone e gli iscritti all’università sono circa 2 milioni.
Aspettarsi un’espansione incessante del comparto a fronte del tanto noto calo demografico rappresenta una risposta politica impercorribile, basata sulla stessa «insostenibilità» che chi in questi giorni si lamenta dei tagli, quando è la Ue a imporli applaude.
Cosa non ha funzionato nella scuola
È forse giunto il momento di ammettere che la scuola di massa insieme alla funzione di «democratizzazione del sapere» ha generalizzato nella società la forma burocratica della certificazione, prima attraverso l’idea di «scuola dell’obbligo» e poi con la deriva universitaria delle «lauree triennali», facendo leva sull’idea di «titolo di studio» come unità minima di scambio simbolico destinata ad un mercato del lavoro che nel frattempo si precarizzava.
I famigerati «criteri qualitativi» – visti da sempre con sospetto in una nazione dall’impianto culturale cattocomunista – sono stati disinnescati gradualmente fino a dissolversi nell’irrilevanza burocratica senza rendersi conto che il peggior servizio che si possa fare a uno studente è quello di non trasferirgli reali conoscenze.
Infine non si può più rimandare la necessaria presa d’atto che la scuola è costruita su presupposti novecenteschi basati su di un corpo studentesco relativamente omogeneo per provenienza, aspettativa di mobilità e rapporto con l’autorità scolastica che si sono completamente dissolti a causa dell’immigrazione di massa.
E non si tratta nemmeno più di «mancata integrazione», si tratta del fatto che la scuola come dispositivo di omogeneizzazione culturale e sociale dovrebbe agire su di una popolazione che in molti casi non condivide affatto quella finalità perché estranea alle proprie radici.
I risultati dell’istruzione così come è stata concepita
Se dunque il mondo dell’istruzione obbligatoria, universale, gratuita ed in costante espansione è giunto alla fine forse sarebbe più interessante riflettere sui risultati che esso ha ottenuto o se sia ancora in grado di ottenerne. Un mondo che ha già incorporato fino ai suoi limiti la domanda di mobilità sociale, di legittimazione culturale e di stabilizzazione occupazionale che le era stata assegnata negli anni Settanta si trova ormai nella condizione di non essere più strumento di trasferimento delle masse nel sistema produttivo e di omogeneizzazione del tessuto sociale e culturale, ma di configurarsi sostanzialmente come struttura parastatale finalizzata alla propria sopravvivenza.
In questo senso chiedere espansione ulteriore significa chiedere che il sistema continui a risolvere un problema che esso stesso ha contribuito a rendere strutturale perpetuandosi nella propria funzione di ammortizzatore sociale informale per i propri addetti.
Tornare oggi sul tema delle residuali «classi sovraffollate» prescindendo dal considerare l’impatto che l’Intelligenza artificiale sta avendo su tutte le dinamiche di apprendimento, rappresenta un inaccettabile anacronismo basato forse sulla falsa convinzione che l’IA possa rendere superflua la figura dell’insegnante quando in realtà rende superfluo ogni mediatore di contenuti standardizzati ed orientati ad una precisa impostazione ideologica.
Che tipo di scuola servirebbe davvero
Chi oggi cerca di preservare un sistema elefantiaco, obsoleto ed inefficace si pone contro la storia in maniera miope ed autoconservatrice con l’unico scopo di preservare le proprie rendite di posizione senza accorgersi che quando le nuove tecnologie e la demografia riducono contemporaneamente sia il volume di mediazione culturale richiesta, sia il volume di risorse disponibili per sostenerla la possibilità di presentare l’autotutela di un ceto come difesa di un interesse generale viene meno.
Non vorremmo pensare che chi oggi continua a difendere l’espansione costante degli ambiti presidiati dalle casematte gramsciane sia così miope da non accorgersi dell’insostenibilità intrinseca di tale schema nel momento in cui esso si voglia applicare ad una società che tale schema o rifiuta o trova inutile. All’alba di un nuovo mondo in grado di fornire una formazione scolastica calibrata sulle esigenze dei singoli individui a costi enormemente inferiori forse Riace non è la scelta più sostenibile.
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