Così approvano l’eutanasia senza dircelo
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  • La norma sulle Dat ha aperto la breccia: poi si è pronunciata la Consulta sul suicidio assistito, l’Ordine dei medici ha voluto «aggiornare» la deontologia, e infine il Comitato di bioetica ha censurato l’accanimento terapeutico sui bimbi. Il «diritto alla morte» sta trionfando in assenza di controlli democratici.
  • I cattolici che guardano a sinistra? Fregati. Se ne sono accorti in Emilia. Il professor Stefano Zamagni confessa di essere deluso da Stefano Bonaccini: i fedeli hanno sostenuto la sua lista ma non hanno avuto nemmeno un posto in giunta. Dove invece spadroneggia Elly Schlein, paladina Lgbt.
  • «Per arginare i magistrati si cambi la Costituzione». Il giurista Agostino Carrino: «Lo Stato dei giudici è frutto di una rivoluzione clandestina. La soluzione sta solo in una politica autorevole».
  • «Mio figlio doveva morire, l’Italia lo aiuti». Parla la mamma del piccolo Maciej, di 7 anni. Per i dottori belgi, il suo «miglior interesse» è essere soppresso.

Lo speciale comprende quattro articoli.

Potere legislativo e potere giudiziario, classicamente in conflitto fra loro, hanno trovato un terreno di lotta comune: il sostegno alla cultura della morte. Anzi, l’incoraggiamento a «farla finita». La prova di questa nefasta alleanza sta nel combinato disposto della legge 219/17 e la sentenza 242/19 della Corte costituzionale. La prima, come avevamo tenacemente sostenuto durante la discussione nelle commissioni di Camera e Senato e con il sostegno compatto dei partiti del centrodestra, ha aperto le porte all’eutanasia con la legittimazione della sospensione delle cure di sostegno vitale; la seconda, con la decisione che l’aiuto al suicidio «deve essere dichiarato costituzionalmente illegittimo», riferendosi proprio agli articoli 1 e 2 della suddetta legge 219. In effetti, a ben vedere, la responsabilità più grande in questo passo indietro della civiltà – perché di questo si tratta – ce l’ha quella maggioranza (Pd, M5s e Leu) che ha fortemente voluto quella legge, sostenendo ipocritamente «che non si tratta di una legge eutanasica, tant’è che la parola stessa, eutanasia, non viene mai neppure citata». Sono parole che ho sentito con le mie orecchie, pronunciate da una deputata Pd in un convegno pubblico, a Bologna.

Ma i giudici della Consulta, con la competenza che li caratterizza, si sono ben letti la legge 219 e ne hanno tratto la coerente conseguenza: non è punibile chi «agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi …». Se la legge afferma il diritto di chiedere la morte con la sospensione delle cure di sostegno vitale, perché mai questo diritto non dovrebbe essere garantito anche a chi lo vuole ma si trova impossibilitato fisicamente a farlo?

Siamo di fronte a un radicale cambiamento di paradigma antropologico: siamo passati dalla tutela della vita in quanto bene fondamentale e quindi indisponibile all’arbitrio personale, all’affermazione dell’autodeterminazione soggettiva senza limiti, fino alla garanzia del «diritto di morire». Ovviamente, se un diritto viene sancito va da sé che ci deve essere qualcuno che rende fruibile tale diritto. E chi meglio dei medici! Il Giuramento di Ippocrate – assolutamente laico e non cristiano, non foss’altro perché scritto almeno tre secoli prima di Cristo – viene ancora una volta gettato nel cestino. Dai tempi arcaici e barbari in cui l’arte medica veniva posta al servizio della salute e della vita, ai tempi moderni, del «nuovo umanesimo», in cui il medico diventa attore diretto della morte del paziente che a lui si affida. Sinceramente, mi sembra una «nuova barbarie».

Di fatto, questa sentenza entra in conflitto non sanabile con l’intero Codice deontologico medico. Non solo con l’articolo 17, che condanna l’eutanasia, ma con l’intera architettura dell’ontologia dell’azione medica: l’articolo 3 del Codice dichiara che non già il «compito», ma il «dovere» del medico, è «la difesa della vita, la tutela della salute e il lenimento del dolore». E se per lenire la sofferenza si ricorre alla soppressione del sofferente, vuol dire che abbiamo toccato il fondo. Certamente nessun medico è obbligato, ognuno agirà secondo coscienza; ma state certi, non ci vorrà molto tempo e inizierà la trita e ritrita (oltre che falsa) querelle sull’insufficiente numero di medici per garantire l’aiuto al suicidio!

Purtroppo i segnali sono preoccupanti. È di pochi giorni fa la notizia che la Federazione nazionale degli Ordini medici ha approvato all’unanimità che, al fine di adeguarsi alla sentenza della Consulta, il medico che aiuta al suicidio, ottemperando a tutte le norme espresse in quel testo, non è passibile di procedimento disciplinare, senza però modificare l’articolo 17 del Codice deontologico. Come dire: l’eutanasia è vietata e condannata, ma chi vuole praticarla lo può fare senza incorrere neppure nella sanzione deontologica, che non ha rilievo penale, ma solo «morale». La giustificazione è che bisogna adeguarsi alle decisioni espresse da un organo dello Stato. Sorge una domanda: perché mai una dichiarazione di valori morali e deontologici deve adattarsi alle norme dello Stato? Il Dna dell’arte medica non può e non deve essere infettato dal virus della contingente scelta politica. Porre il medico a servizio del potere, come fosse un semplice amministratore pubblico, significa non solo uccidere la moralità alta della professione, ma anche spalancare le porte a ogni «barbarie» del momento. Concludo con una provocazione: a livello di Ordini, si chieda al medico favorevole a eutanasia/aiuto al suicidio di dichiararlo e, di conseguenza, di dichiarare «obiezione di coscienza» all’articolo 17 del Codice. Per semplice trasparenza e coerenza e perché ogni cittadino conosca le convinzioni del medico a cui sta affidando la propria vita.

Ps: per quanto riguarda l’affermazione della sentenza che «deve essere sempre garantita un’appropriata terapia del dolore e l’erogazione delle cure palliative […] (per) rimuovere le cause della volontà del paziente di congedarsi dalla vita», temo proprio che farà la fine dell’articolo 5 della legge 194, che dispone di rimuovere le cause della scelta abortiva: mai applicata! Amarezza e vergogna.



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