Settori senza donne per Milan-Juve. In Arabia la Figc si gioca la faccia
  • Limitazioni sessiste allo stadio saudita di Gedda che ospiterà la Supercoppa italiana. Le tifose non potranno sedersi nei posti per single. La Serie A, che in Italia segue il Me too, all’estero accetta la discriminazione.
  • Il governo inglese chiede alle ragazze salvate dai matrimoni combinati in nome del Corano il rimborso di tutte le spese. Ma andrebbero riconosciute come vittime.

Lo speciale contiene due articoli.

Lo scorso 25 novembre i calciatori della Serie A sono scesi in campo con un segno rosso sulla guancia, in segno di adesione alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il 16 gennaio prossimo, invece, quindi appena 52 giorni dopo, una partita ufficiale della Figc si giocherà in un impianto che avrà interi settori chiusi alle donne. Parliamo della Supercoppa italiana che si giocherà nel King Abdullah sports city stadium della città saudita di Gedda. A contendersi il trofeo che vede di fronte la vincente dello scudetto e della Coppa Italia saranno Juventus e Milan (quest’ultima finalista perdente dell’ultima Coppa Italia, vinta dagli stessi bianconeri).

I club delle due squadre si stanno già attrezzando per permettere ai propri iscritti di andare a tifare i propri beniamini anche tra le dune del deserto. Le istruzioni arrivate dalle società contengono tuttavia delle postille a cui i supporter italiani non sono abituati. Abbiamo davanti una mail mandata dalla Juventus ai propri fan club ufficiali (ma in casa rossonera sarà sicuramente girata una comunicazione analoga). Oltre a varie specifiche tecniche, leggiamo che «è possibile richiedere biglietti in due sole categorie», denominate «cat 1 lower singles», dal costo di 24 euro, e «cat 1 upper families», al prezzo di 12 euro. Dimenticate curve, distinti, tribune e tutte le suddivisioni dei settori degli stadi a cui siamo abituati. Qui l’impianto ha solo posti per single e posti per famiglie.

Qual è la relazione tra il proprio stato civile e il fatto di ritrovarsi sugli spalti a tifare la propria squadra? Per capire dove si vuole andare a parare dobbiamo proseguire nella lettura della mail e leggere un’avvertenza preceduta da un «attenzione» scritto tutta in maiuscolo: «Nel settore single è consentito l’accesso solo a persone di sesso maschile, quindi vietato alle donne. Il settore family invece è misto quindi accessibile anche alle donne». Ebbene sì, metà dello stadio di Gedda sarà off limits per le donne.

Si dirà che sono queste le usanze locali e che, piacciano o non piacciano, vanno rispettate. Ma l’italiano che si sobbarcherà il viaggio fin nella seconda città araba non si troverà ad assistere a un match del campionato saudita, bensì a una competizione della Federazione italiana, organizzata dalla Lega calcio. Roba nostra, insomma, ma declinata secondo categorie culturali e sociali discriminatorie, lontanissime dal nostro sentire e dallo stesso discorso ufficiale delle nostre autorità sportive. La curiosa distinzione tra famiglie e single potrebbe peraltro far pensare che, anche nel settore che aprirà loro le porte, le donne debbano presentarsi accompagnate da un parente maschio. Non è del resto così che funzionano le cose lì, dove una donna sola non può praticamente avere vita sociale?

A quanto ci risulta, tuttavia, l’ingresso alle donne nel settore family sarà libero, senza dover mostrare un marito o un fratello a qualche occhiuto vigilante con il Corano alla mano. Chissà che le denominazioni dei settori non siano state pensate per salvare la rigorosa moralità di facciata, mostrando agli ambienti più conservatori che, orrore, gli spalti saranno occupati anche da donne, ma tutto è comunque sotto controllo: siamo o non siamo nel settore riservato alle famiglie? Sarebbe in linea con una certa ipocrisia spesso vista negli Stati del Golfo…

Quali che siano i complicati meccanismi che regolano l’etica locale, resta il fatto che una partita di calcio tutta italiana verrà giocata in presenza di una aperta segregazione degli spettatori in base al genere. Una circostanza su cui i dirigenti del nostro calcio hanno evidentemente preferito sorvolare, preferendo concentrarsi sui 21 milioni sborsati dal governo di Riad per poter ospitare il prestigioso evento.

Non è la prima volta che il potere dei soldi porta i club italiani a esibirsi in contesti esotici. La prima volta fu nel 1993, quando la Supercoppa si giocò a Washington. Dieci anni dopo, nel 2003, si tornò negli Usa, stavolta a New York (mentre l’anno prima si era giocato a Tripoli). Nel 2009, 2011, 2012 e 2015 si è finiti invece in Cina, tra Pechino e Shanghai. Nel 2014 e nel 2016 si è invece giocato a Doha, in Qatar. Scelte sportivamente discutibili e politicamente discutibilissime. Basti pensare che appena nove anni dopo la finale di Tripoli, l’Italia collaborò a una sciagurata missione internazionale contro il governo locale, ritornato Stato canaglia dopo decenni di rapporti altalenanti con la comunità internazionale. La finale di Gedda arriva in una fase di grandi manovre da parte del governo locale. L’operazione simpatia del principe ereditario Mohammed Bin Salman (ricordate la reclamizzata semi bufala sulle donne saudite che potevano finalmente cominciare a guidare?) ha subito una pesante battuta d’arresto con la morte del giornalista e dissidente Jamal Khashoggi, ucciso da un gruppo di agenti sauditi nel consolato del Paese a Istanbul, lo scorso 2 ottobre, e poi fatto a pezzi con una motosega. Una circostanza imbarazzante su cui è calato il silenzio. Pagato ben 21 milioni di dollari.


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