- La proposta francese di inviare truppe in Ucraina trova i partner più che scettici. Intanto un’altra linea rossa verbale è superata.
- Frecciata di Zelensky a Trump: «Se sta con Putin è perché non lo conosce bene». Ma la storia mostra che, slogan a parte, i migliori alleati di Mosca sono i democratici.
Lo speciale contiene due articoli.
Emmanuel Macron sogna una Nato europea, con a capo la Francia: è la fissa per la grandeur. La prospettiva di andare a combattere col Napoleoncino a Kiev, però, non scalda gli alleati. Uno dopo l’altro, ieri, si sono sfilati. Inclusa l’Italia, la quale tenta di ritagliarsi un ruolo guidando il G7.
Il lampo di genio è balenato alla conferenza di Parigi, alla quale monsieur le président ha invitato, oltre a Volodymyr Zelensky, i leader di 20 Paesi. Per Roma è andato Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri. Macron ha dichiarato che non va escluso l’invio di truppe occidentali al fronte, anche se, sul punto, come ha poi confermato il polacco Andrzej Duda, non c’è consenso. Non c’è stato nemmeno sul peso che avrebbe avuto l’argomento al summit: il rappresentante di Varsavia ha riferito che su quel tema si sarebbe svolta «la discussione più accesa», mentre Mark Rutte, premier olandese in corsa per la Nato, ha garantito che l’ipotesi non è stata al centro del dibattito.
Gli aggrediti, naturalmente, considerano «un buon segnale» le parole di Macron. Al contrario, gli statunitensi non vogliono saperne. Joe Biden, ha dichiarato una portavoce, «è stato chiaro»: niente stivali sul terreno. Palazzo Chigi, in rapporti tesi con il presidente francese, ha specificato che il supporto a Zelensky «non contempla la presenza sul territorio ucraino di truppe di Stati europei o Nato». Identici i toni di Olaf Scholz: «Non ci saranno soldati inviati dagli Stati europei o dagli Stati della Nato sul suolo ucraino». Rishi Sunak ha escluso la mobilitazione dei militari «su vasta scala». E il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, ha ribadito che «non ci sono piani» in materia. Ha ragione il titolare della Farnesina, Antonio Tajani: «È un’idea di Macron» e basta.
Da un pezzo l’inquilino dell’Eliseo coltiva ambizioni di egemonia. Fu lui a dichiarare che la Nato era «in stato di morte cerebrale»: correva l’anno 2019 e alla Casa Bianca c’era Donald Trump, il quale, esattamente come il suo successore, premeva affinché i partner aumentassero il loro contributo alla Difesa comune. Ora, lo stallo al Congresso sugli aiuti a Kiev e l’eventualità che il tycoon rivinca le elezioni spalancano, per l’inquilino dell’Eliseo, una finestra d’opportunità. In Europa, con il disimpegno americano e la crisi profonda della Germania, si sta determinando un vuoto di leadership. La Gran Bretagna post Brexit è proiettata Oltreoceano; Berlino è tramortita dal divorzio con la Russia; così, la Francia punta a diventare la potenza dominante. In fondo, è quella che ha i mezzi e l’esercito migliori e l’unica dell’Ue con un arsenale nucleare. È la lotta per la supremazia: in questo pezzo di mondo, la storia si ripete. Solo il primato inscalfibile di Usa e Urss fu in grado di interromperla, durante la Guerra fredda.
Nei disegni di Macron, Bruxelles potrebbe non toccare palla. E Parigi sarebbe capace di rivendicare il futuro commissario alla Difesa, annunciato in vista di un Von der Leyen bis. Guarda caso, il capogruppo del Ppe all’Europarlamento, Manfred Weber, ieri ha rintuzzato il leader transalpino: «L’Europa e i singoli Paesi devono rimanere fuori dalla guerra, non diventarne parte. Per noi è una linea rossa, che non va oltrepassata». È una posizione che rispecchia il fastidio della Germania. Scholz è contrario alla consegna agli ucraini dei missili Taurus: teme di finire coinvolto nel conflitto. Macron, invece, ha dato ascolto alla proposta ceca di comprare da Stati extra Ue le munizioni per Kiev, anche se preferirebbe privilegiare l’industria domestica. In più, ha lanciato una «coalizione di volenterosi», per fornire alla nazione occupata armi a medio e lungo raggio.
L’Italia, appunto, si è chiamata fuori: «Bisogna essere molto prudenti, perché non dobbiamo far pensare che siamo in guerra con la Russia», ha ricordato Tajani. Ma intanto, la Meloni, sulla falsariga di Parigi, Berlino, Londra e Ottawa, ha siglato un accordo sulla sicurezza, che ci vincola per dieci anni a prestare assistenza a Kiev in varie forme. Compreso l’obbligo di reagire nel giro di 24 ore a un attacco russo. In che modo, non è chiaro. Dopodiché, aleggia il mistero sulla partecipazione alle iniziative su missili e proiettili: il primo ministro di Praga, Petr Fiala, sostiene che 15 Paesi siano con lui. Noi pure?
Ieri, Parigi ha incassato persino la bocciatura vaticana: il Segretario di Stato, Pietro Parolin, ha denunciato il rischio di «quella escalation che abbiamo cercato di evitare fin dall’inizio». Alla fine, il numero uno della diplomazia transalpina, Stéphane Séjourné, ha provato a minimizzare: la presenza di uomini in mimetica in Ucraina sarebbe limitata ad azioni di sminamento o produzione di armamenti in loco e non porterebbe a «varcare la soglia della belligeranza». Comunque, la Russia non l’ha presa bene. Macron dovrebbe «usare la testa», l’ha avvisato Sergej Lavrov. Il Cremlino, secondo cui inviare truppe in Ucraina «non sarebbe nell’interesse» degli occidentali, ha ammonito che la mossa renderebbe «inevitabile» lo scontro con l’Alleanza atlantica. A Mosca non distinguerebbero tra la Nato ufficiale e quella ufficiosa. Che sembra nata già morta. Sembra. Su una cosa, in effetti, il capo dell’Eliseo ha colto nel segno: «Vi ricordo che qualcuno ha cominciato due anni fa dicendo: invieremo sacchi a pelo e caschi». Oggi si parla di Taurus, F-16, contingenti militari. E domani? Parleremo di bombe atomiche?
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >