Telefoni bollenti alla Segreteria di Stato: la Santa Sede si mette in gioco ma solo a condizione che gli incontri siano seri e ad altissimo livello. Il nodo principale è la posizione russa, ancora sibillina. Il ruolo dell’Italia.
«+379». Dopo la disponibilità di papa Leone XIV a ospitare i colloqui di pace fra Russia e Ucraina, il prefisso telefonico de jure del Vaticano (quello de facto è il buon vecchio 06) è bollente. Il ritorno della Santa Sede sulla scena della diplomazia mondiale dopo gli anni «bohémien» di papa Francesco è una buona notizia e alle indiscrezioni dei giorni scorsi si sono aggiunti tasselli importanti: la richiesta di Donald Trump e dei leader europei di organizzare i negoziati Oltretevere (portata avanti da Giorgia Meloni) e la telefonata della premier italiana per «esprimere gratitudine al pontefice per l’incessante impegno a favore della pace».
Ora quasi tutto è apparecchiato e la cornice è quella di un ruolo centrale, neutrale e autorevole ritrovato dalla Chiesa. Con la Segreteria di Stato guidata da Pietro Parolin a fungere da motore indispensabile per aggregare le varie sensibilità e farsi garante dell’efficacia della macchina organizzativa. Dopo l’estemporanea delega delle attività diplomatiche, una volta al presidente della Cei Matteo Zuppi e l’altra all’Elemosiniere Konrad Krajewski (l’altrimenti famoso cardinal Bolletta), il palazzo del Belvedere ha ritrovato la sua centenaria centralità e si sta muovendo per essere «un campo neutro ma non un campo muto». Vale a dire il luogo ideale per prestigio e legittimazione internazionale dove svolgere incontri che abbiano come obiettivo non accordicchi di facciata ma innanzitutto un cessate il fuoco e poi una pace vera.
Dalle sacre stanze trapela ben poco, ma ci sarebbero alcune condizioni per ospitare il summit. Agli incontri parteciperanno «tutti coloro che hanno già incontrato il Papa». Ci saranno i più alti rappresentanti di Washington (Trump medesimo, più verosimilmente il vice JD Vance o il segretario di Stato Marco Rubio), Volodymyr Zelensky che ha già espresso il suo sì, i leader europei degli stati nazionali con in testa Emmanuel Macron, Giorgia Meloni, i plenipotenziari di Londra e Berlino, con i quali il cardinal Parolin è in stretto contatto. È stato lui il primo a sottolineare «la disponibilità della Santa Sede per un incontro diretto fra le due parti così da avviare negoziati diretti. Per lo meno si parlino. È una disponibilità di luogo, lo abbiamo sempre detto, lo abbiamo sempre ripetuto. Se volete incontrarvi, il Vaticano è un luogo indicato, con tutte le discrezioni del caso». L’accelerazione è anche un suo successo personale, che allunga i tempi di un eventuale cambio al vertice dell’ufficio (adesso si parla dell’autunno) per non lasciare a metà quella che avrebbe le caratteristiche di un’impresa epocale. E se i negoziati vanno in porto, chi lo tocca più.
In tutto ciò è ben visibile un elefante nella stanza, Vladimir Putin. E qui arriva la seconda condizione. Perché la macchina organizzativa assuma contorni ufficiali è fondamentale un ultimo, decisivo passaggio: il riconoscimento «in chiaro» da parte di Mosca del ruolo del Vaticano. Ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato: «La Russia non ha ancora ricevuto alcuna proposta dal Vaticano per una possibile mediazione sul conflitto in Ucraina, ma accoglie con favore la disponibilità e gli sforzi di tutti quei Paesi che desiderano contribuire a una rapida soluzione». Un’uscita felpata e sibillina che forse dimostra la volontà di Putin di sedersi al tavolo; se attraverso i canali diplomatici arriverà la disponibilità a discutere ai massimi livelli, con la presenza dello stesso zar o del ministro degli Esteri Sergej Lavrov, allora dalla Segreteria di Stato vaticana partirà l’invito ufficiale. Si cammina sulle uova per non correre il rischio di ripetere il flop di Tirana.
Lo scenario evidenzia un buco evidente: l’assenza dell’Unione Europea di Ursula von der Leyen. Questo perché storicamente, in diplomazia, la Russia predilige interlocutori diretti, che abbiano una storia, una tradizione, un esercito, una chiara catena di comando (a Mosca si ragiona per «imperi»). Ed ecco l’importanza strategica degli stati nazionali, posti attorno a un tavolo sotto la cupola di San Pietro, da sempre garanzia di equilibrio e autorevolezza. È facilmente intuibile il ruolo dell’Italia, non solo geograficamente centrale nel possibile summit, guidata dalla premier Meloni, abile nel consolidare l’asse Usa-Vaticano, già naturalmente in essere dopo l’elezione di Robert Francis Prevost al soglio pontificio. Una posizione di privilegio intuita dal ministro della Difesa, Guido Crosetto: «Spero che le trattative siano possibili. È un’ottima idea il tentativo di portare su un terreno come il Vaticano una trattativa di questo tipo», ha detto a margine del question time.
Oltretevere (e al di là delle posizioni individuali) viene considerato con grande favore l’impegno di Trump nel portare avanti il progetto. Lì il pragmatismo è di casa e nessuno nega che sia stato l’unico a prendere in mano la situazione, a differenza dell’Unione europea che in vari momenti ha tentato di confondere le carte e ha visto con un certo fastidio l’intraprendenza del presidente americano. Anche in questo caso la variabile Putin fa sì che i passi ispirati dalle parole di papa Leone siano prudenti e ragionati. Si fa notare come la Russia sia maestra nella diplomazia delle dilazioni, delle trappole, delle penombre e degli inganni. Con il rischio che il linguaggio del Cremlino finisca per scontrarsi con l’irruenza e l’iper-trasparenza comunicativa trumpiana. «Putin è una volpe, sta negoziando sui negoziati», sussurra un ato prelato. Nelle sacre stanze troverebbe qualcuno che è allenato a farlo da duemila anni.
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