vance trump
JD Vance (Ansa)

Donald Trump è uscito politicamente ammaccato dalle Midterm di martedì. Il pessimo risultato del Partito repubblicano è infatti principalmente dovuto all’alto costo del carburante, determinato dalla guerra in Iran. È allora lecito chiedersi quale sarà il futuro del trumpismo.

Certo, al momento non è dato sapere se l’indebolimento dell’inquilino della Casa Bianca sia temporaneo o se, al contrario, sia ormai iniziata a tutti gli effetti la fase discendente della sua parabola politica.

Il punto è tuttavia un altro. Indipendentemente dal destino individuale di Trump, il trumpismo è destinato a restare centrale nel quadro politico americano. Le cause profonde che lo hanno generato continuano infatti a operare (pensiamo solo alla deindustrializzazione della Rust Belt innescata alla globalizzazione in stile clintoniano).

Una sua scomparsa è quindi totalmente inverosimile. Quello che accadrà, semmai, è un suo possibile «smembramento». È cioè ipotizzabile che possano emergere delle figure che reclameranno ciascuna un tratto peculiare di questo fenomeno complesso, non esente da tensioni e, finanche, da qualche contraddizione.

È d’altronde il destino dei movimenti fondati dai leader carismatici: questi leader riescono a contenere in sé fibrillazioni e contrasti. Ma, quando escono di scena, è possibile che le varie componenti dei loro movimenti si facciano maggiormente autonome.

È una dinamica che, mutatis mutandis, abbiamo visto all’opera in Francia nel rapporto di derivazione del gollismo da Charles de Gaulle: un fenomeno politico che, con il tempo, si è frammentato in varie anime.

Vance e l’America First populista: il fronte contrario alla guerra in Iran

Ebbene, nel mondo Maga si registrano due visioni dell’America First. Innanzitutto abbiamo quella «originaria»: maggiormente populista e attenta alle necessità dei colletti blu della Rust Belt, oltreché venata di isolazionismo.

Si tratta di un’anima incarnata soprattutto da JD Vance. «Il motivo per cui abbiamo perso è la guerra. Lo ha detto lo stesso presidente ieri sera», ha non a caso dichiarato ieri il numero due della Casa Bianca, che si è sempre mostrato scettico verso il conflitto mediorientale.

Un’affermazione che, condivisa anche da Donald Trump jr, va letta soprattutto alla luce delle ben note ambizioni presidenziali dello stesso Vance. Non è un mistero che sull’Iran il vicepresidente sia da tempo ai ferri corti con il capo del Pentagono, Pete Hegseth, il quale, al contrario, è molto più vicino alle posizioni battagliere di Benjamin Netanyahu.

Un Hegseth che, tuttavia, secondo varie indiscrezioni, potrebbe essere presto silurato dal Dipartimento della guerra: ieri, per quanto abbia ufficialmente smentito lo stesso Trump, avrebbe infatti chiesto consiglio al suo entourage per sostituire l’attuale capo del Pentagono con il governatore uscente della Florida, Ron DeSantis.

Certo, la débâcle repubblicana di martedì mette Vance in difficoltà: il suo ruolo di vice Trump, a questo punto, potrebbe creargli dei problemi in vista delle primarie presidenziali. E lo stesso Trump, ieri, non si è detto certo della candidatura del suo vice.

Tuttavia, il vicepresidente resta solidamente un potenziale candidato alla nomination. E, pur mantenendo la sua lealtà verso l’inquilino della Casa Bianca, già negli ultimi due mesi aveva iniziato a ritagliarsi un ruolo più autonomo sulla guerra in Iran e sulla questione del carovita, proprio per tendere una mano sia ai colletti blu della Rust Belt, sia ai trumpisti delusi.

E arriviamo così all’altra anima dell’America First: quella convinta che la tutela della nazione vada perseguita sul piano degli interessi geopolitici e di sicurezza.

Rubio e l’ala interventista: la tutela degli interessi geopolitici americani

Il che apre la porta anche all’uso della forza e alla possibilità di condurre delle guerre. Di questo fronte è, almeno in teoria, capofila Marco Rubio, che, più amato dai repubblicani «alla Bush», non è tuttavia classificabile propriamente come un neocon.

Da Vance a Rubio, le due anime del trumpismo si contendono il futuro dei repubblicani

Il segretario di Stato si è infatti più volte opposto ai progetti di nation building. Ciò detto, anche lui sembra nutrire ambizioni presidenziali. E chissà che non decida di dimettersi dall’attuale amministrazione americana per avere le mani più libere e distanziarsi, almeno in parte, da Trump. È chiaro che la forza di Rubio sta nella capacità di intercettare i repubblicani che non hanno mai digerito eccessivamente l’attuale presidente.

Di contro, il vantaggio di Vance è quello di risultare potenzialmente attrattivo per quote elettorali trasversali, superando, come fece Trump nel 2016, gli steccati dell’ortodossia repubblicana. Il trumpismo, insomma, non morirà con Trump.

Ma, nei suoi dibattiti e nelle sue tensioni intestine, è destinato a continuare a giocare un ruolo centrale nella politica statunitense, «contagiando» anche quei democratici che, appartenenti alla Rust Belt, hanno intenzione di recuperare il voto dei colletti blu. Ogni riferimento a Josh Shapiro non è puramente casuale.

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