Mentre il mondo è alle prese con l’attuale crisi energetica, c’è un’altra emergenza globale che sembra essere passata in secondo piano: la crisi alimentare, in particolare quella relativa al mercato del grano.
Il 2026 è stato un vero e proprio annus horribilis: dalla guerra in Medio Oriente, con conseguente stop all’export dei fertilizzanti dal Golfo Persico, fino al blocco navale russo ai porti ucraini, che hanno tolto dal mercato circa due terzi del grano prodotto da Kiev; per finire con l’ondata di caldo estivo che ha guastato una parte dell’output cerealicolo di diversi Paesi europei, Francia e Germania in testa.
Il blocco del Mar Nero affonda le esportazioni ucraine
Per il mercato cerealicolo la crisi più grave è certamente quella nel Mar Nero, dove da luglio le Forze armate russe stanno imponendo di fatto un blocco totale alla navigazione da e verso i porti ucraini. I numeri di questo tracollo sono impressionanti. Secondo i dati del Ministero delle Politiche Agrarie ucraino, al 26 ottobre 2026 l’Ucraina aveva esportato appena 6,2 milioni di tonnellate di cereali e legumi, un dato in calo del 32% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Il dettaglio è ancora più drammatico per il grano, dove le spedizioni sono crollate a 3,5 milioni di tonnellate, con un -43% su base annua, mentre l’orzo ha registrato un -56% (475.000 tonnellate). La prospettiva per l’intera stagione è ancora più cupa, con il Foreign Agricultural Service (FAS) del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense che prevede un export di grano ucraino fermo a 12,2 milioni di tonnellate, il livello più basso degli ultimi 12 anni.
Anche la Russia riduce le stime sull’export
A questo si aggiunge la contrazione dell’offerta russa. Sebbene Mosca continui a esportare, le stime sono state progressivamente riviste al ribasso a causa delle difficoltà logistiche nel bacino del Mar Nero e dei ritardi nelle rotte alternative. Il Consiglio Internazionale dei Cereali (IGC) ha abbassato la previsione per l’export totale di cereali russi a 46 milioni di tonnellate (2,1 milioni in meno rispetto a settembre), con il grano atteso a 39,4 milioni di tonnellate. La combinazione di questi due fattori sottrae al mercato globale una quota significativa dell’offerta tradizionalmente più economica e vicina ai principali bacini di consumo.
Il risultato è che, per la prima volta da anni, il mercato globale del grano si trova in una situazione di deficit tra domanda e offerta. Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha stimato nel suo ultimo rapporto WASDE (World Agricultural Supply and Demand Estimates) un deficit globale di 5,51 milioni di tonnellate, in forte aumento rispetto alla stima di settembre, che indicava un deficit di soli 1,6 milioni di tonnellate.
Scorte di grano ai minimi: la Cina trattiene oltre metà delle riserve
Numerosi Paesi saranno quindi costretti ad aprire i propri silos strategici (le scorte accumulate negli anni passati) per colmare il vuoto, e infatti secondo il Dipartimento dell’Agricoltura americano le scorte globali di grano sono destinate a scendere a circa 276-278 milioni di tonnellate, il secondo anno consecutivo di riduzione, portando le riserve ai livelli più bassi degli ultimi anni.
Sebbene 276 milioni di tonnellate sembrino una cifra enorme, occorre ricordare che più della metà di queste scorte è detenuta dalla Cina come riserva strategica nazionale non destinata all’esportazione. Il “cuscinetto reale” a disposizione dei mercati internazionali è quindi estremamente ridotto.
Fertilizzanti ed El Niño, la minaccia per il raccolto del 2027
A rendere il quadro ancora più fragile ci pensano le prospettive per il prossimo futuro. Gli analisti di S&P Global avvertono che il vero deficit produttivo globale rischia di manifestarsi nella seconda metà del 2027. In un report pubblicato il 19 ottobre, l’agenzia mette in guardia da una “tempesta perfetta” di fattori che si amplificano a vicenda: per prima la carenza di fertilizzanti e carburanti legata alle interruzioni nello Stretto di Hormuz (da cui transita il 30% dell’urea scambiata a livello globale), poi l’aumento dei costi di produzione, infine i prezzi elevati del diesel e le condizioni meteorologiche avverse associate a El Niño.
S&P Global ha già ridotto le stime di produzione del mais brasiliano di 6 milioni di tonnellate a 137 milioni, con la possibilità di un’ulteriore contrazione di 10 milioni se El Niño si intensificherà, e prevede un calo del raccolto di grano australiano a 22 milioni di tonnellate rispetto ai 28 milioni attuali. Il rischio concreto è che questi shock produttivi, sommandosi alla già ridotta capacità di esportazione del Mar Nero e all’esaurimento delle scorte strategiche, creino nel 2027 una vera e propria crisi alimentare globale, con i Paesi a basso reddito, dove il cibo rappresenta circa la metà della spesa delle famiglie, come prime e più drammatiche vittime.
Il blocco del Mar Nero non è quindi che un pezzo del puzzle di una crisi che rischia di diventare globale, con effetti che potrebbero propagarsi ben oltre la stagione in corso.
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