Domani, alle 17, il presidente israeliano Isaac Herzog avvierà le consultazioni con le fazioni elette alla 26ª Knesset. Gli incontri, che seguiranno l’ordine crescente dei seggi, serviranno a esaminare le opzioni per formare il nuovo governo.
La prima delegazione ricevuta sarà quella di Sionismo Religioso-Zehut. Herzog ascolterà tutte le fazioni prima di passare ai partiti maggiori, per valutare nel dettaglio le alternative. Ieri ha detto di voler verificare «se esistano ulteriori direzioni o alternative» utili a raggiungere un accordo e ha lasciato aperta la possibilità di un secondo ciclo di consultazioni.
Al termine degli incontri, Herzog che vive il momento più importante della sua carriera, annuncerà il nome del membro della Knesset incaricato di tentare la formazione del governo. Secondo la Legge fondamentale sul governo, la persona designata avrà 28 giorni, con la possibilità di ottenere dal presidente una proroga fino a 14 giorni. La scelta si inserisce in un quadro parlamentare frammentato, a pochi giorni dalle elezioni del 27 ottobre.
Lo scenario frammentato nella Knesset
L’opposizione dispone complessivamente di 67 seggi su 120, ma è divisa tra partiti a guida ebraica, che ne hanno 48, e partiti a guida araba, con 19. La coalizione uscente di Benjamin Netanyahu conta 53 seggi. I partiti ebraici dell’opposizione si sono compattati attorno a Gadi Eisenkot, leader del partito centrista Yashar e principale candidato alla guida del governo.
B’Yachad e i Democratici hanno già annunciato che lo sosterranno. Il blocco dispone di 48 seggi, meno della maggioranza necessaria, e il possibile sostegno esterno dei partiti arabi è diventato uno dei nodi centrali dei negoziati.
Il rebus dei partiti arabi: hanno i seggi, ma Bibi e Liberman non li vogliono in coalizione
Lunedì il leader della Lista Unita, il maggiore partito arabo, ha definito le elezioni un «momento storico per il cambiamento» e ha detto che la sua formazione potrebbe sostenere dall’esterno un governo guidato da Eisenkot, senza entrarvi. Ra’am, l’altro partito arabo, dispone di otto seggi. Se Ra’am votasse a favore e la Lista Unita si astenesse, Eisenkot potrebbe ottenere la maggioranza.
Avigdor Liberman, presidente di Yisrael Beytenu, ha promesso di raccomandare Eisenkot come primo ministro, dicendo di averglielo comunicato «faccia a faccia». Ha però escluso che il suo partito entri in un governo di minoranza sostenuto dall’esterno dai parlamentari arabi. «Sono stato chiaro anche sulla questione di un governo di minoranza: non accadrà», ha detto in conferenza stampa, prevedendo che una simile coalizione avrebbe vita breve.
Ha inoltre contestato i rapporti dei partiti arabi con l’Autorità nazionale palestinese, affermando che l’Anp è «molto coinvolta, un legame che non possiamo permettere». Liberman ha criticato Eisenkot per quella che ha definito una campagna elettorale fallimentare. Gli ha attribuito la responsabilità di aver lasciato il blocco di opposizione a guida ebraica con 48 seggi e ha sostenuto che il leader di Yashar avrebbe anteposto gli interessi del proprio partito all’obiettivo di rimuovere Netanyahu.
La disponibilità a raccomandarlo, ha precisato, non implica quindi il sostegno a tutte le formule che potrebbero consentirgli di governare. Herzog ha sostenuto pubblicamente l’ipotesi di un governo di unità nazionale che includa i partiti dell’opposizione e Netanyahu, il quale ieri ha affermato: «Con qualsiasi partito lo desideri, purché non appoggi il terrorismo».
L’opposizione a un governo di unità nazionale
La proposta incontra però l’opposizione dei principali contendenti: il capogruppo della coalizione, Ofir Katz, ha escluso un accordo di rotazione tra Netanyahu ed Eisenkot, che ha respinto a sua volta l’ipotesi. Liberman ha detto che non entrerebbe in un governo guidato da Netanyahu in nessuna circostanza, neppure con un accordo che gli assegnasse per primo la carica di primo ministro. Ha dichiarato di voler diventare premier e ha riferito che, dopo il voto, alcuni esponenti della coalizione lo avrebbero contattato con «le proposte più strane».
Ha precisato di non aver incontrato Netanyahu di persona. Il partito di Liberman potrebbe invece sostenere Yair Lapid, numero due di B’Yachad, per la presidenza della Knesset, in sostituzione di Amir Ohana, alleato di Netanyahu. La scelta permetterebbe all’opposizione di approvare alcune leggi anche senza controllare il governo. Liberman ha inoltre ipotizzato che alcuni deputati del Likud possano abbandonare il partito, consegnando la maggioranza all’opposizione; lo scenario è considerato altamente improbabile.
Le accuse al Likud: «Attacca la democrazia israeliana»
Intanto Eisenkot ha accusato il Likud e Netanyahu di condurre una campagna «distruttiva e aggressiva» per delegittimare il voto e la Commissione elettorale centrale.
Il Likud continua a chiedere alla Commissione di convocare la presidenza per esaminare presunti illeciti elettorali. «È un attacco diretto alla democrazia israeliana e mette in luce il pericolo dell’egemonia del Likud e di Netanyahu e del loro controllo sui centri di potere e di governo», ha dichiarato Eisenkot. «Questa offensiva è l’ultima risorsa di chi sa di aver perso». Chi ricorre all’intimidazione per ostacolare il cambiamento, ha aggiunto, «sottovaluta la determinazione e l’impegno che io e i miei partner nutriamo nei confronti dei cittadini di Israele».
I leader del Blocco del cambiamento, formato dai partiti sionisti che si sono alleati alle elezioni del 27 ottobre, si incontreranno oggi alle 11.30 a Herzliya per discutere il «coordinamento delle mosse del blocco». Parteciperanno Gadi Eisenkot, Naftali Bennett e Yair Lapid dell’alleanza Together, Avigdor Liberman di Yisrael Beytenu e Yair Golan dei Democratici.
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