Alla vigilia del voto di metà mandato, il presidente Usa arringa gli elettori dal Lincoln Memorial e attacca i candidati democratici: «Non vogliamo un jihadista in Senato». Promette 5.000 dollari a ogni adulto in caso di vittoria repubblicana e avverte: «Con i dem sarà come nel 1929».
«Votate e non consentite ai jihadisti e ai comunisti democratici di vincere». Donald Trump ha scelto parole durissime per il suo ultimo appello agli americani prima delle elezioni di metà mandato. Dal Lincoln Memorial di Washington, con alle spalle la Reflecting Pool appena restaurata, il presidente ha trasformato l’appuntamento in un comizio contro il Partito democratico, descritto come una minaccia per il futuro degli Stati Uniti. «Queste sono le elezioni di metà mandato più importanti della nostra storia. Non possiamo consentire a chi odia questo Paese di vincere», ha dichiarato.
Il messaggio è stato diretto soprattutto agli elettori repubblicani, chiamati a difendere le maggioranze del partito alla Camera e al Senato. Trump ha presentato la consultazione di martedì 3 novembre come una scelta tra la prosecuzione del suo programma e la consegna del Congresso a un’opposizione che, nella sua ricostruzione, porterebbe il Paese verso politiche radicali.
Trump: «Non vogliamo un jihadista in Senato»
Nel mirino del presidente sono finiti in particolare i candidati democratici che ha accostato al jihadismo e ai Fratelli musulmani. Trump ha citato Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato in Michigan, sostenendo che avrebbe definito gli Stati Uniti la «Casa di Satana» e che avrebbe condotto la propria campagna anche presso moschee radicali. «Non vogliamo che un jihadista sieda nel nostro Senato», ha affermato.
Il tycoon ha descritto la lista dei candidati democratici come «la più estrema e pericolosa della storia americana». Ha poi elencato quelli che considera i rischi di una loro vittoria: frontiere aperte, aumenti delle tasse, restrizioni sul possesso delle armi, interventi di transizione di genere sui minori e abbandono di petrolio e gas. «Con il vostro voto decideremo se questi estremisti avranno il potere oppure no», ha insistito.
La contrapposizione è stata accompagnata dalla rivendicazione dei risultati della sua amministrazione. Trump ha parlato di un Paese in pieno boom economico, ha difeso i dazi e il taglio delle tasse e ha ribadito di aver impedito all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. Ha inoltre invitato gli elettori a considerare il calo dei prezzi del petrolio, collegandolo alla prospettiva di una ripresa dei negoziati con Teheran. In serata, su Truth, ha scritto che un accordo per mettere fine alla guerra potrebbe essere vicino: «L’Iran vuole trovare un accordo, il prima possibile. Potrebbe succedere».
La promessa dei 5.000 dollari e lo spettro del 1929
Tra gli argomenti utilizzati per convincere gli elettori, Trump ha rilanciato anche una promessa economica: in caso di vittoria repubblicana, ogni adulto riceverebbe 5.000 dollari, con l’obbligo di spenderli negli Stati Uniti. Il presidente ha poi prospettato uno scenario opposto in caso di successo democratico: «Se vinceranno i democratici avrete una Depressione come nel 1929».
Un avvertimento che accompagna un voto diventato, nei fatti, un referendum sulla sua presidenza. Nelle ultime settimane Trump è sceso direttamente in campo per sostenere i candidati del suo partito, partecipando a 30 comizi in 32 giorni. Ora la campagna è finita e resta da capire se la mobilitazione sarà sufficiente a conservare il controllo del Congresso.
Le elezioni di martedì riguardano tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 35 seggi del Senato. Una perdita di una o di entrambe le Camere ridurrebbe il margine di manovra della Casa Bianca negli ultimi due anni di mandato e potrebbe aprire la strada a nuove iniziative di controllo parlamentare sull’amministrazione. Per Trump, dunque, la posta in gioco va ben oltre il risultato dei singoli candidati: è la possibilità di proseguire la propria agenda senza dover fare i conti con un Congresso controllato dagli avversari.