Non sono elezioni di metà mandato in discesa quelle che si appresta ad affrontare Donald Trump. Sebbene non si voti direttamente per la Casa Bianca, la tornata elettorale di domani potrebbe essere gravida di conseguenze per il presidente americano. Qualora i repubblicani dovessero perdere la maggioranza anche in un solo ramo del Congresso, Trump rischierebbe infatti di trasformarsi nella proverbiale «anatra zoppa».
Non solo. Se i dem dovessero riconquistare la Camera, è assai probabile che avvierebbero un nuovo processo di impeachment contro l’inquilino della Casa Bianca. Certo, si tratterebbe di un procedimento che naufragherebbe verosimilmente al Senato, dove, per la destituzione presidenziale, sono richiesti i due terzi dei voti: un quorum quasi impossibile da raggiungere. Tuttavia, un simile processo bloccherebbe per mesi i lavori del Congresso, mettendo così a repentaglio l’agenda parlamentare di Trump.
Al contempo, va però anche ricordato che dal 1986 in avanti tutti i presidenti hanno concluso gli ultimi due anni del secondo mandato con il loro partito all’opposizione in entrambe le camere. È anche per questo che Trump sta cercando di muoversi per permettere ai repubblicani di mantenere la maggioranza almeno al Senato.
Trump punta a salvare il Senato
Nelle ultime settimane, il presidente ha effettuato un elevato numero di comizi negli Stati chiave, sperando di mobilitare quell’elettorato repubblicano che è storicamente restio a votare alle elezioni di metà mandato. Non solo. L’inquilino della Casa Bianca ha anche adottato alcune misure politiche per tentare di rafforzare i repubblicani al Senato. Ha, per esempio, annunciato uno stanziamento di 8 miliardi di dollari per tutelare gli agricoltori in difficoltà a causa dell’alto costo del diesel e dei fertilizzanti: una mossa con cui il presidente spera di blindare i seggi attualmente repubblicani negli Stati agricoli di Kansas e Iowa.
Trump ha anche revocato alcuni dei dazi al Canada, con lo scopo di rafforzare la candidatura della senatrice repubblicana Susan Collins in Maine. Per aiutare invece il Grand Old Party in Georgia, il presidente ha annunciato che l’Audi aprirà nello Stato uno stabilimento di assemblaggio da 4 miliardi di dollari con l’obiettivo di produrre Suv. Più in generale, consapevole dell’importanza della questione abitativa in campagna elettorale, l’inquilino della Casa Bianca ha altresì firmato un ordine esecutivo finalizzato a ridurre le rate dei mutui.
Il punto è che il livello di gradimento del presidente resta particolarmente basso, aggirandosi attorno al 38%. Inoltre, i repubblicani scontano l’alto costo del carburante, innescato dal conflitto iraniano: una guerra che continua a rivelarsi assai impopolare tra molti elettori statunitensi. A questo si aggiunga l’ostilità di numerose comunità americane nei confronti dei data center necessari per alimentare l’Intelligenza artificiale: un’infrastruttura che, al contrario, Trump sta difendendo a spada tratta in un’ottica di competizione geopolitica e tecnologica con la Cina. Queste vulnerabilità tendono quindi a rafforzare le prospettive del Partito democratico, che, almeno secondo i sondaggi, dovrebbe quasi certamente riconquistare la maggioranza alla Camera.
Le incognite dei democratici e la partita per il 2028
Tuttavia anche i democratici hanno le loro incognite da gestire. Non è infatti al momento chiaro quale sarà l’impatto dei candidati di estrema sinistra che si sono imposti alle primarie dem di quest’estate. Le alte sfere dell’Asinello temono da sempre che queste figure possano allontanare alcuni elettori decisivi. Del resto, nella corsa per il seggio senatoriale del Michigan, il candidato dem, Abdul El-Sayed, ha attualmente un vantaggio assai risicato: il che è un campanello d’allarme non di poco conto per il Partito democratico, visto che il Michigan non esprime un senatore repubblicano dal lontano 2001. Più in generale, durante le primarie, i candidati socialisti o di estrema sinistra non si sono mostrati granché attrattivi verso i colletti blu: una quota elettorale, questa, che, un tempo saldamente dem, si è man mano spostata verso il Partito repubblicano a partire dal 2016.
Ma non è tutto. Un sondaggio del New York Times e della Siena University, pubblicato il 21 ottobre, ha rilevato che appena il 28% degli elettori si dichiara soddisfatto del Partito democratico, mentre il 36% esprime lo stesso giudizio sul Partito repubblicano. In particolare, il 43% degli elettori dem si definisce scontento dell’Asinello.
La stessa rilevazione ha inoltre registrato che i democratici sono in vantaggio di undici punti per la Camera ma appena di cinque per il Senato. Tutto questo per dire che, se è indubbio che i repubblicani siano in difficoltà, non bisogna ritenere che per l’Asinello lo scenario complessivo sia esente da problemi. Se il Grand Old Party dovesse perdere entrambe le camere, Trump verrebbe probabilmente additato dai suoi stessi parlamentari come capro espiatorio. Al contempo, qualora i repubblicani dovessero riuscire a tenere il Senato, nel Partito democratico riprenderebbe l’accanito scontro tra la fazione centrista e quella di estrema sinistra, che si rimpallerebbero le responsabilità del mancato successo.
In tal senso, l’esito di queste Midterm avrà delle conseguenze significative sulla campagna elettorale per le primarie presidenziali di entrambi i partiti: campagna che prevedibilmente inizierà de facto già entro la fine di quest’anno. Una vittoria dem sia alla Camera che al Senato potrebbe rafforzare le figure più vicine all’ala sinistra del partito (si pensi solo ad Alexandria Ocasio-Cortez, che nutre notoriamente ambizioni presidenziali). In caso di mancata conquista del Senato, sarebbero invece gli esponenti meno radicali a consolidare la propria posizione, come il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro. Sul versante repubblicano, il mantenimento del Senato permetterebbe a Trump di arginare, almeno in parte, i malumori interni. E questo potrebbe aiutare a lanciare la corsa presidenziale di JD Vance che, in quanto suo vice, è ovviamente legato ai destini politici dell’attuale presidente americano.
Non è un caso che, negli ultimi mesi, il numero due della Casa Bianca si sia attivato per cominciare a intercettare il voto dei trumpisti delusi (soprattutto per quanto concerne la guerra in Iran). Qualora invece domani alle urne dovesse registrarsi una totale débâcle repubblicana, il vicepresidente cercherà di ritagliarsi uno spazio di relativa autonomia politica ma è probabile che si ritroverà ad affrontare avversari più accaniti durante le primarie presidenziali (il senatore del Texas, Ted Cruz, ha già cominciato a scaldare i motori, lanciando stilettate contro il numero due della Casa Bianca).
Trump stesso, che a causa del limite costituzionale non può candidarsi a un terzo mandato, guarda con attenzione al risultato delle Midterm: ha infatti bisogno di tenere salda la sua influenza sul Grand Old Party per potersi ritagliare il ruolo di kingmaker repubblicano, quando lascerà la Casa Bianca nel gennaio 2029. Un ruolo che Barack Obama, pur essendo uscito senza entrambe le camere dalle Midterm del 2014, è comunque stato in grado di confezionarsi in seno al Partito democratico.
Gli Stati chiave e il rebus sondaggi
I democratici avranno la maggioranza dei deputati, ma alla Camera alta i giochi sono ancora aperti. E in alcune roccaforti come Michigan e Minnesota sono in difficoltà.
Ormai ci siamo. Domani, negli Stati Uniti, si terranno le elezioni di metà mandato: un appuntamento elettorale con cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato. Non solo. Avrà anche infatti luogo un significativo numero di elezioni per la carica di governatore. Il quadro complessivo, dal punto di vista dei sondaggi, non appare troppo roseo per il Partito repubblicano. A fine ottobre, Decision Desk Hq dava ai democratici l’80% di probabilità di conquistare la Camera e il 57% di ottenere il controllo del Senato. Inoltre, la media sondaggistica di Real Clear Politics, dedicata alle intenzioni di voto generiche per il Congresso, attribuiva all’Asinello otto punti di vantaggio.
A livello storico, solitamente il partito del presidente in carica esce dalle Midterm del secondo mandato senza entrambe le camere: è accaduto nel 1986 con Ronald Reagan, nel 1998 con Bill Clinton, nel 2006 con George W. Bush e nel 2014 con Barack Obama. In tal senso, Donald Trump, che è attualmente al secondo mandato (per quanto non consecutivo), spera che i repubblicani riescano a mantenere il controllo almeno del Senato: l’obiettivo, sotto questo aspetto, non è soltanto quello di limitare eventualmente le perdite ma anche quello di smentire un trend storico, per evitare un eccessivo indebolimento politico.
Il Senato resta in bilico: i dubbi sui sondaggi e le roccaforti dem
E qui arriviamo al cuore della questione. L’attenzione maggiore, oggi, è infatti concentrata proprio sul Senato, visto che, stando almeno ai sondaggi, la Camera andrà quasi certamente ai dem. Vale quindi la pena di entrare nel dettaglio. Se vogliono riconquistare il Senato, i democratici hanno necessità di strappare almeno quattro seggi ai repubblicani, difendendo al contempo quelli che già detengono. Ebbene, quest’anno l’Asinello appare particolarmente competitivo in Stati come Texas, Alaska, Maine, North Carolina e Ohio. Alcuni sondaggi lo danno in ascesa anche in Iowa e Kansas. Addirittura, qualche rilevazione gli conferisce delle concrete possibilità in un bastione repubblicano come il Mississippi.
Eppure, come abbiamo visto, Decision Desk Hq dà la situazione complessiva per il Senato fondamentalmente in bilico. È infatti importante sottolineare alcuni elementi. Innanzitutto, non è detto che tutti i sondaggi in circolazione siano accurati. Come sottolineava in un’intervista rilasciata alla Verità il 19 ottobre il sondaggista d’area repubblicana Patrick Ruffini, è possibile che, soprattutto in alcuni Stati, i democratici siano sovrastimati (potrebbe essere il caso, secondo lui, di Iowa e Kansas). A questo si aggiunga che, durante alcune primarie parlamentari dem di quest’estate, le rilevazioni sondaggistiche hanno fornito delle predizioni decisamente errate. In secondo luogo, ammesso che siano affidabili, i sondaggi danno attualmente in difficoltà i democratici in due loro roccaforti, come il Michigan e il Minnesota. Si tratta di Stati in cui l’Asinello deve difendere i seggi senatoriali attualmente in palio.
Più in generale, è senza dubbio vero che i repubblicani risultano attualmente in difficoltà con alcune frange elettorali che si rivelarono decisive per la vittoria di Trump nel 2024: si pensi ai giovani e alle minoranze etniche. Dall’altra parte, è tuttavia anche possibile che i candidati dem socialisti o di estrema sinistra faranno fatica a intercettare il voto dei colletti blu, a causa delle loro posizioni molto spinte sul green e lassiste in materia di immigrazione clandestina. Insomma, per il Grand Old Party la strada resta in salita. Ma anche i democratici devono fare attenzione alle loro vulnerabilità. Occorre quindi andare con i piedi di piombo.
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