Ad Amburgo si sta svolgendo il processo del secolo, ma nessuno sembra essersene accorto. Alla sbarra c’è Serhii Kuznietsov, cinquantenne ex ufficiale delle forze speciali ucraine: avrebbe guidato il gruppo di sabotatori che, il 26 settembre 2022, danneggiarono tre delle quattro condotte di Nord Stream 1 e 2, i gasdotti nel Mar Baltico che portavano metano in Germania. Gli incursori agirono in acque internazionali, ma all’interno delle zone economiche esclusive di Svezia e Danimarca. La prima non era ancora entrata nell’Alleanza atlantica; la seconda era nella Nato dal 1949.
Processo Nord Stream: perché la difesa di Kuznietsov è stata respinta
Martedì, il tribunale tedesco ha vanificato il tentativo dei legali dell’ex militare, tra i quali c’è l’italiano Nicola Canestrini, di farlo archiviare.
Il pool sosteneva una tesi che imbarazza Kiev: Kuznietsov sarebbe stato sotto il comando diretto dell’esercito ucraino al momento dell’attacco. A suffragio della tesi, in aula, sono state lette due dichiarazioni giurate autenticate da ex superiori dell’uomo e alcune carte relative al suo servizio, nel periodo in cui vennero compiuti gli attentati. Gli avvocati ritengono che, essendo tenuto a mantenere il segreto, Kuznietsov non possa difendersi adeguatamente. I magistrati tedeschi non concordano: a loro avviso, sotto la giurisdizione di Berlino, l’imputato deve considerarsi libero da vincoli. Perciò, hanno disposto che il procedimento vada avanti.
La difesa, intanto, lamenta che l’Italia – Kuznietsov fu arrestato a San Clemente, vicino Rimini, il 21 agosto 2025 – avrebbe estradato l’imputato per sabotaggio e reati con esplosivi, ma non per crimini di guerra, accusa che gli sarebbe stata mossa solo in seguito. E che i legali, finora senza successo, hanno contestato: i proventi delle esportazioni di gas, osservano, servivano a finanziare lo sforzo bellico russo. Dunque, le pipeline sarebbero diventate obiettivi militari legittimi.
Zhuravlov, il secondo sospettato fermato in Croazia
Dalla querelle, al momento, resta escluso l’altro sospettato, Volodymyr Zhuravlov, catturato in Polonia a settembre 2025. Il mese successivo, dopo l’irrituale intervento a gamba tesa del premier, Donald Tusk, dichiaratosi contrario alla consegna del subacqueo alle autorità tedesche, la Corte ne aveva negato l’estradizione in Germania e lo aveva rilasciato. Zhuravlov aveva fatto perdere le proprie tracce, finché, lo scorso agosto, è stato fermato a Pola, in virtù del mandato di arresto emesso da Berlino nel 2024. Il quarantaseienne, per ora, rimane in Croazia.
Lo yacht Andromeda e la ricostruzione del sabotaggio nel Baltico
Gli investigatori lo avevano identificato come uno dei membri dell’equipaggio dello yacht Andromeda, a bordo del quale, nel settembre di quattro anni fa, sarebbero saliti cinque uomini e una donna. L’imbarcazione avrebbe fatto rotta nel Baltico e, a un certo punto, i sub si sarebbero tuffati in acqua per piazzare gli ordigni sui tubi. La squadra sarebbe stata capitanata da Kuznitesov, entrato in Germania all’inizio di settembre 2022 con un passaporto ucraino falso e unitosi al team nel porto di Rostock.
Zelensky e Zaluzhny: chi avrebbe ordinato l’attacco a Nord Stream?
Sui veri mandati degli attacchi se ne sono dette tante. Volodymyr Zelensky, comprensibilmente, ha sempre negato che l’operazione fosse stata ordita dai vertici ucraini, come invece affermano i difensori di Kuznietsov. I giudici tedeschi hanno tirato in ballo nientemeno che Valery Zaluzhny, all’epoca dei fatti capo delle forze armati ucraine, ora ambasciatore nel Regno Unito, dove il presidente lo ha spedito, dopo essere riuscito a scaricare su di lui la responsabilità del fallimento della controffensiva del 2023. In patria, Zaluzhny è considerato un eroe. Alcuni recenti sondaggi lo davano vincente, in caso di candidatura alle elezioni contro lo stesso Zelensky.
Le ipotesi sul ruolo degli Stati Uniti nel sabotaggio
Un altro discorso riguarda i possibili livelli ulteriori di coinvolgimento. A febbraio 2023, il giornalista investigativo Seymour Hersh scrisse – venendo prontamente smentito – che era stata la Casa Bianca a chiedere il sabotaggio, servendosi dei norvegesi. A ottobre 2024, il quotidiano danese Politiken riportò che, nei giorni precedenti all’attentato, nell’area dei gasdotti erano state avvistate alcune navi della Marina statunitense, con i trasponder spenti.
Anche il giornale tedesco Focus, nel 2025, accennò a un ruolo americano. D’altronde, a due settimane dallo scoppio della guerra, l’allora presidente Joe Biden si era incontrato con l’allora cancelliere tedesco, Olaf Scholz, per ribadirgli la contrarietà di Washington al raddoppio del Nord Stream, considerato un progetto geopolitico di Mosca. «Se la Russia invade l’Ucraina», affermò un alto dirigente Usa, «in un modo o nell’altro il Nord Stream 2 non deve andare avanti». In seguito, audita dal Senato, Victoria Nuland, vicesegretario di Stato di Biden e già nota per aver mandato l’Ue a «farsi fottere», in occasione della crisi ucraina del 2014, ammise che l’amministrazione era «molto soddisfatta di sapere che il Nord Stream 2 sia ora un pezzo di metallo in fondo al mare».
Trump, Gazprom e l’ipotesi di riattivare i gasdotti
È un orientamento che Donald Trump ha ribaltato. Nei recenti colloqui tra gli emissari americani e russi, è emersa la possibilità che un investitore degli States entri nel consorzio proprietario delle infrastrutture, approfittando di una corrispettiva riduzione della partecipazione di Gazprom. Nelle intenzioni del tycoon, sarebbe la premessa per riattivare i flussi verso l’Europa, bloccati già un mese prima degli attacchi con l’esplosivo.
L’Unione europea, però, ha fatto un investimento politico troppo grosso per rimangiarsi il divorzio da Mosca. Una separazione costosissima: basti ricordare che, nel 2021, se il gas, che già costava poco, viaggiava a 46 euro al megawattora sul Ttf, i tedeschi, ricevendolo dalle condotte baltiche, lo pagavano 26. Il modello economico della Germania, se non dell’intero continente, si fondava sull’import di energia a basso costo dalla Russia.
Nord Stream e le contraddizioni della politica energetica europea
In effetti, la vicenda del Nord Stream è un po’ l’emblema del masochismo e delle contraddizioni dell’Ue. Quella di settembre 2022, se è vero quanto sostengono le toghe di Amburgo, fu una vera e propria operazione bellica diretta contro un obiettivo civile. A parte la collocazione geografica delle pipeline, nell’infrastruttura erano implicati gli interessi di società europee. Il 49% di Nord Stream AG, che operava sul primo gasdotto, era detenuto dalle tedesche Wintershell ed E.ON (tramite Peg Infrastruktur), dall’olandese Nederlandse Gasunie e dalla francese Engie; la società operatrice del Nord Stream 2 era al 100% di Gazprom, però l’opera era stata finanziata da aziende tedesche, francesi, austriache e britanniche.
A capo del consorzio c’era l’ex cancelliere tedesco, Gerhard Schröder, figura vicinissima al Cremlino. Ce ne sarebbe stato abbastanza per convocare i membri dell’Alleanza atlantica ai sensi dell’articolo 4 del Trattato, se non per attivare l’articolo 5, che disciplina l’eventuale difesa collettiva di un Paese. Invece, all’indomani dell’attentato, i media facevano a gara per incolpare la Russia, sfidando il più basilare senso logico: Vladimir Putin avrebbe incenerito una fonte di guadagni.
Sta qui il drammatico cortocircuito, in un complotto sul quale il processo di Amburgo dovrà far luce: l’unica nazione ad aver attaccato sul serio la Nato, finora, è stata l’Ucraina.
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