Pedro Sanchez
Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez (Ansa)

Cresce la disoccupazione tra gli spagnoli, mentre aumenta il lavoro per gli stranieri. A un mese dalle elezioni, il quadro che fornisce l’ultima Indagine sulla forza lavoro (Epa) dell’Instituto nacional de estadística (Ine) rivela quanto poco soddisfatti del governo Sánchez possano essere i cittadini che andranno alle urne.

La Spagna ha chiuso sì, il terzo trimestre 2026, con 22.852.600 occupati dopo aver creato 73.600 posti di lavoro (per 26.800 uomini e 46.800 donne), rispetto al trimestre precedente (+0,31%), ma l’occupazione è cresciuta per 75.400 stranieri (+2%) mentre è calata per 1.800 cittadini spagnoli (-0,01%). Non una diminuzione impattante ma significativa: la maggior parte dei posti di lavoro creati è stata destinata a lavoratori stranieri.

I dati che raccontano il «modello Sanchez»

Non solo, rispetto al trimestre precedente, tra luglio e settembre, si registrano altri 95.900 disoccupati (+3,84%), che raggiungono la quota totale di 2.591.200, il più forte aumento estivo dall’inizio della pandemia. L’incremento maggiore della disoccupazione si è registrato tra gli spagnoli, con 71.400 nuovi disoccupati, a fronte di 24.500 stranieri.

Un tasso di disoccupazione salito al 10,18% diventa difficile da giustificare in campagna elettorale, soprattutto se a rimetterci sono gli spagnoli. Anche perché la crescita trimestrale fatta spacciare come «da record» si è concentrata interamente nel settore dei servizi, che ha aggiunto 235.600 posti di lavoro, mentre l’agricoltura (-58.300), l’industria (-54.400) e l’edilizia (-49.300) hanno registrato cali.

A livello di Comunità autonome, l’aumento maggiore dell’occupazione si è registrato nelle Isole Canarie (+38.100 posti di lavoro, grazie anche alle attività turistiche), mentre la diminuzione più sensibile è avvenuta nella Comunità di Madrid (- 49.200 posti).

L’occupazione nel settore pubblico è aumentata di 89.900 unità, quella nel settore privato è diminuita di 16.300 unità, e ci sono anche 16.300 persone iscritte alle liste di disoccupazione in cerca del loro primo impiego. Oggi «in Spagna lavorano più persone che mai», ha dichiarato con toni trionfalistici il primo vice presidente del governo e ministro dell’Economia, del Commercio e delle Imprese, Carlos Cuerpo.

«L’occupazione e la forza lavoro hanno raggiunto nuovi massimi storici nel terzo trimestre», ha aggiunto omettendo di dire che oggi a cercare lavoro sono 2,59 milioni di spagnoli. E che altre 21.800 famiglie risultano avere tutti i componenti disoccupati, portando il totale a 786.100. Un incremento del 2,8% rispetto ai tre mesi precedenti, un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni.

Quanto alla crescita degli occupati, +73.600 rispetto ad aprile, maggio e giugno, a parte il fatto che si tratta del minore incremento registrato nel terzo trimestre dal 2019, è una crescita interamente dovuto ai lavoratori stranieri a seguito della straordinaria regolarizzazione dei permessi di soggiorno voluta dal governo di sinistra e avviata lo scorso aprile.

La denuncia dell’associazione dei lavoratori autonomi: «Servono meno burocrazia e tasse più basse»

«Nell’ultimo anno abbiamo perso più di 104.000 lavoratori autonomi», ha denunciato Lorenzo Amor, presidente dell’associazione dei lavoratori autonomi Ata. «Non abbiamo bisogno di scioperi o di farse elettorali. Ciò di cui i lavoratori autonomi hanno bisogno è meno burocrazia, tasse più basse, contributi previdenziali più bassi e maggiore protezione sociale. Il 29 novembre gli autonomi devono farsi sentire alle urne», ha scritto in un post su X.

Secondo Valentín Bote, direttore del centro studi e analisi Randstad Research, l’indagine Epa riflette «un lieve, moderato rallentamento» dell’economia spagnola. Pur ritenendo che «i livelli di crescita dell’occupazione siano ancora piuttosto solidi», avverte che «dobbiamo rimanere vigili per verificare se il ritmo continua a diminuire».

Salari e produttività bassi: ecco perché le regolarizzazioni di massa degli immigrati non aiuta l’economia

A settembre, l’analista economico Marc Vidal spiegava su radio Cope che l’occupazione di lavoratori stranieri regolarizzati è caratterizzata da salari bassi e bassa produttività, il che indebolisce la competitività nazionale. «Abbiamo legalizzato il mantenimento di un modello che cresce aggiungendo manodopera a basso costo e non contribuendo con maggiore valore per ora lavorata», sosteneva.

Quanto alla crescita del Pil, sottolineava che è «perché siamo di più e non perché produciamo meglio». A giugno, il rapporto di Bbva Research suggeriva che la procedura straordinaria di regolarizzazione avviata dal governo stimolerà a malapena la crescita economica nel 2027. Se l’ingresso di stranieri avviene in sostituzione di altri posti di lavoro, l’incremento del Pil non supererebbe mezzo punto percentuale. «In ogni caso, gli economisti ritengono che il contributo stimato al Pil sia molto esiguo e insignificante», riportava El Economista.

Il leader di Vox, Santiago Abascal, due giorni fa ha dichiarato che una delle priorità del suo partito, se vincerà le elezioni, sarà quella di non accettare processi di regolarizzazione, ma non ha specificato cosa accadrà alle pratiche già presentate, alle domande in sospeso o alle autorizzazioni concesse.

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