Esiste solo uno Stato dove gli arabi possono votare: è Israele. Dovrebbe essere sufficiente a tacitare chi parla di apartheid e di genocidio, dovrebbe bastare a far capire che quella di Tel Aviv è una democrazia compiuta dove martedì è andato a votare quasi il 77,7% degli elettori: un record. E gli arabi hanno votato in massa con le donne – determinanti nel risultato – commosse per poter esercitare un diritto che a tre miglia di distanza – tante ne corrono tra Kiryat Arba (territorio israeliano) ed Hebron (territorio palestinese) – è negato.
Hanno ottenuto un risultato significativo i partiti arabi, che dovrebbero arrivare a 19 seggi nella Knesset e aspettano una chiamata: potrebbero essere decisivi per formare un nuovo governo. Ma non accadrà, anche perché Mansour Abbas, leader di Ra’am, ha festeggiato intonando l’inno palestinese, pur avendo chiamato Gadi Eisenkot, il leader del partito centrista che non è riuscito a battere Netanyahu, proponendogli un’alleanza per fare fuori Bibi.
Il Likud, il partito di Netanyahu, ha subito stoppato l’operazione dichiarando: «Le elezioni in Israele sono state rubate dai partiti arabi che sostengono il terrore e l’eliminazione dello Stato ebraico». Questo rende politicamente difficile anche per Gadi Eisenkot — i sondaggi lo davano largamente in testa, mentre il Likud si conferma primo partito — stringere alleanze con loro. È trapelata soltanto la possibilità di un accordo per nominare il presidente della Knesset. Ma oltre non si va.
Le doppie buste possono cambiare gli equilibri
In apparenza, la situazione è di stallo. La coalizione di Bibi Netanyahu è arrivata a 53 seggi, con il Likud a 27; quella di Gadi Eisenkot a 48. Ma c’è un’incognita rilevante: circa 430.000-480.000 voti delle cosiddette «doppie buste». Sono quelli espressi da militari, ricoverati, diplomatici e altri elettori che votano in seggi speciali. Lo scrutinio è iniziato nella notte tra il 28 e il 29 ottobre.
Circa ogni 40.000 voti scatta un seggio. Le doppie buste potrebbero quindi modificare la distribuzione dei seggi, anche se non è scontato che ribaltino gli equilibri. Netanyahu spera che il voto dei militari favorisca il suo schieramento: secondo i dati riportati durante lo scrutinio, quasi l’80% dei militari dell’Idf ha votato alle elezioni. Non è però possibile dare per acquisita una loro preferenza quasi unanime per il Likud.
Bibi ci spera e, a caldo, ha detto: «È vietato fare un governo con i partiti arabi, sarebbe il nostro suicidio: ora ci vuole un governo forte di destra». Ma almeno al momento i numeri non ci sono. Anche Gadi Eisenkot è nell’impossibilità di formare un governo e sta cercando di pescare nel campo di Bibi. L’incognita delle doppie buste rende però assai ardua questa possibilità.
Herzog lavora a un governo di larghe intese
È invece il presidente della Repubblica, Isaac Herzog, a lavorare a un governo di larghe intese. Ha già annunciato che inizierà le consultazioni la prossima settimana, dichiarando: «Dobbiamo fare di tutto, tanto più dopo la giornata di ieri con una così massiccia partecipazione, per evitare di dover ricorrere a ulteriori elezioni. Mi aspetto che chiunque arrivi qui a parlare con me lo faccia con una mente aperta».
Lo schema di Herzog è formare una coalizione che includa tanto il Likud di Netanyahu quanto Yashar, il partito di Eisenkot, che ha ottenuto per ora 21 seggi, tagliando fuori le ali più estreme. Sul tavolo potrebbe esserci anche una proposta di alternanza alla guida del governo tra i due leader.
Eisenkot, peraltro, ha già fatto parte del governo di Bibi. È vero che il ministro della Difesa, Israel Katz, lo ha accusato di voler mettere i militari dell’Idf contro il governo, ma alla lunga una collaborazione potrebbe essere possibile.
La mappa del voto consegna un altro risultato significativo: le formazioni oltranziste non hanno sfondato. Ben Gvir, il ministro che ha messo più in imbarazzo Netanyahu, ha raccolto soltanto 7 seggi. Dunque potrebbero essere lasciati fuori sia lui sia gli ultraortodossi, mentre viene esclusa ogni possibile interlocuzione con i partiti arabi.
Solo il leader dei Democratici, Yair Golan, ha suggerito a Eisenkot: «Abbiamo l’opportunità di formare un governo del cambiamento in partnership con i cittadini arabi di Israele. Serve coraggio».
Golan dimentica che Eisenkot è associato alla cosiddetta «dottrina Dahiya», una strategia militare che prevede l’impiego di una forza schiacciante contro le infrastrutture e le aree da cui provengono gli attacchi. Il capo di Yashar non vuole riconoscere la Palestina, vuole sconfiggere Hamas e neutralizzare la minaccia iraniana. La differenza più marcata con Netanyahu riguarda la mancata copertura politica alle azioni dei coloni in Cisgiordania. Su questa base Herzog vuole evitare di indire nuove elezioni nella primavera prossima.
Trump si schiera con Netanyahu, l’Ue si congratula
Ieri la Borsa ha risposto male all’incertezza, perdendo il 2,4%, nonostante il Pil d’Israele cresca del 4,6%. Intanto Intel ha offerto 2,3 miliardi di dollari per l’acquisto di Classiq, una start-up attiva nel settore dei computer quantistici.
Donald Trump ha messo il cappello su Bibi: «Netanyahu sta facendo molto bene. Penso che quando è arrivato il mio endorsement lo abbia aiutato molto».
Dall’Ue sono arrivate congratulazioni per «l’alto esercizio democratico», ma soltanto a livello di portavoce. Livia Ottolenghi, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, ha dichiarato: «Bisogna segnalare la vivacità e la correttezza della democrazia israeliana sulla libera espressione del voto, esperienza impedita nella stragrande maggioranza dei Paesi confinanti».
Si è fatto vivo anche Hezbollah: «I risultati sono l’espressione di una sconfitta, e i tirannici Usa non si trovano in una situazione migliore, non ci interessa chi governa Israele, ma deve sapere che non potrà continuare la sua occupazione e deve lasciare la nostra terra, il Libano».
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