Kevin Warsh, presidente della Federal Reserve, durante un intervento pubblico
Kevin Warsh, presidente della Federal Reserve (Ansa)

La Federal Reserve lascia i tassi d’interesse invariati. Ma la partita sulla politica monetaria americana è tutt’altro che chiusa. Dopo il rialzo di settembre, il primo dal 2023, la banca centrale statunitense sceglie di mantenere il costo del denaro nella forchetta tra il 3,75% e il 4%, prendendosi altro tempo per valutare l’evoluzione dell’economia.

Una pausa ampiamente attesa dai mercati, che tuttavia non cancella i dubbi sulle prossime mosse: l’inflazione resta troppo alta e il mercato del lavoro mostra segnali di indebolimento. A pesare sulla decisione è soprattutto la difficoltà di trovare un equilibrio tra la stabilità dei prezzi e la tenuta dell’occupazione. Non a caso, due membri del comitato hanno preferito un rialzo.

Nella conferenza stampa, il presidente Kevin Warsh non ha lasciato molto spazio alle interpretazioni: «L’inflazione è troppo alta», ha dichiarato, confermando che l’obiettivo resta il 2%. Per raggiungerlo, però, la Fed vuole prima raccogliere ulteriori informazioni. Soprattutto, vuole evitare di anticipare decisioni che potrebbero rivelarsi premature in un quadro economico ancora incerto.

I dati, del resto, raccontano una situazione complessa. A settembre l’economia statunitense ha creato appena 29.000 posti di lavoro non agricoli, mentre il tasso di disoccupazione è salito al 4,2%. Sul fronte dei prezzi, invece, l’inflazione ha accelerato al 3,7% su base annua, dal 3,4% di agosto, con una spinta significativa arrivata dall’energia. Anche il rincaro del petrolio, con il Brent tornato intorno a 111 dollari al barile, rischia di complicare il percorso verso la stabilità dei prezzi.

È proprio questa combinazione di crescita dei prezzi, tenuta della spesa e rallentamento del mercato del lavoro a rendere particolarmente delicata la scelta dei prossimi passi.

Dal 2027 meno riunioni dedicate ai tassi

Warsh ha annunciato anche una revisione del calendario della banca centrale: dal 2027 una delle otto riunioni annuali sarà dedicata esclusivamente alla strategia di politica monetaria, senza votazioni sui tassi né comunicati sulle decisioni. Nel 2028 gli incontri di questo tipo dovrebbero diventare due, lasciando sei riunioni dedicate alle decisioni di politica monetaria.

La pausa di ottobre non significa, dunque, che il ciclo dei rialzi sia definitivamente alle spalle. Secondo le stime riportate nel materiale di partenza, a dicembre ci sarà un aumento di 25 punti base. Molto dipenderà dai prossimi dati sull’inflazione e sull’occupazione, oltre che dall’evoluzione delle tensioni geopolitiche e dei prezzi energetici.

Un’indicazione migliore arriverà oggi dalla riunione della Bce.

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