La conquista di Camera e Senato da parte dei democratici cambia gli equilibri a Washington. Da gennaio partiranno le inchieste sull’amministrazione e si aprirà la partita sulle nomine e sulle leggi. Ma il presidente conserva poteri importanti, dalla politica estera agli ordini esecutivi. E avverte: «Veto a ogni legge folle».
La seconda metà del mandato di Donald Trump si apre con un Congresso che non sarà più dalla sua parte. La conquista di Camera e Senato da parte dei democratici, nelle elezioni di midterm, consegna all’opposizione il controllo del potere legislativo e mette la Casa Bianca davanti a una stagione di scontri che potrebbe condizionare le scelte del presidente fino alla fine del mandato. Per Trump si tratta di un cambio di scenario significativo: dopo due anni nei quali i repubblicani hanno garantito il sostegno parlamentare alla sua agenda, da gennaio 2027 dovrà confrontarsi con un’opposizione in grado di controllare le commissioni, avviare indagini e mettere sotto pressione la sua amministrazione.
Il presidente ha riconosciuto il risultato e, in un’intervista a Fox News, si è detto disponibile a collaborare con i democratici su alcuni temi, a partire dall’immigrazione. Ha però già messo le mani avanti, ricordando di avere a disposizione il potere di veto contro le iniziative legislative che riterrà inaccettabili. Un atteggiamento che lascia intravedere la possibilità di una convivenza tutt’altro che semplice tra i due poteri. Il rischio, per gli Stati Uniti, è quello di una nuova stagione di contrapposizione politica, con il Congresso impegnato a frenare il presidente e la Casa Bianca pronta a difendere le proprie prerogative.
Dalle commissioni alle inchieste, il Congresso prepara l’assedio
Il primo terreno di scontro sarà quello dei controlli parlamentari. Con il nuovo Congresso, i democratici potranno assumere la guida delle commissioni e utilizzare gli strumenti a disposizione della maggioranza per convocare funzionari, richiedere documenti e avviare audizioni. L’attenzione potrebbe concentrarsi sulle decisioni dell’amministrazione, sulla gestione della guerra con l’Iran, sulla politica commerciale e sui rapporti economici del presidente e dei suoi familiari dopo il ritorno alla Casa Bianca.
Non si tratterà soltanto di un confronto sulle singole scelte politiche. Le commissioni potranno trasformarsi in un palcoscenico per mettere in difficoltà l’amministrazione, chiamando a rispondere pubblicamente i suoi rappresentanti e alimentando uno scontro destinato a occupare una parte importante della vita politica americana. Trump ha già fatto sapere che si opporrà alle indagini promosse dall’opposizione, ma il controllo democratico delle Camere renderà più complicato evitare che le questioni sollevate arrivino al centro del dibattito pubblico.
La nuova maggioranza potrà inoltre intervenire sulle priorità legislative e sulla gestione delle risorse federali. Il bilancio e il finanziamento delle attività del governo rischiano di diventare altri punti di attrito, soprattutto se i democratici cercheranno di legare il proprio sostegno a determinate concessioni da parte della Casa Bianca.
Nomine e leggi, per Trump comincia la stagione dei veti
Il secondo fronte riguarda le decisioni che richiedono il passaggio parlamentare. Il controllo democratico del Senato è particolarmente importante perché questa Camera ha il compito di confermare le principali nomine presidenziali, dai ministri agli ambasciatori fino ai giudici federali. La maggioranza potrà quindi rallentare o bloccare le candidature proposte da Trump. La questione diventerebbe ancora più delicata nel caso in cui si liberasse un posto alla Corte Suprema: in quel caso il presidente potrebbe indicare un nuovo giudice, ma la conferma dipenderebbe dal Senato.
Sul fronte legislativo, invece, il presidente conserva una carta decisiva. Il potere di veto gli permette di respingere le leggi approvate dal Congresso, a meno che entrambe le Camere non riescano a superare il blocco con una maggioranza dei due terzi. È proprio su questo terreno che Trump ha già fatto capire di non voler concedere troppo all’opposizione. La disponibilità a trattare sull’immigrazione non significa che la Casa Bianca sia pronta ad accettare qualsiasi compromesso. Anzi, il presidente ha avvertito che fermerà con il veto quelle che considera iniziative «folli».
Il risultato potrebbe essere una seconda parte del mandato caratterizzata da meno accordi legislativi e da un ricorso più frequente agli strumenti esecutivi. L’amministrazione potrebbe cercare di portare avanti le proprie politiche attraverso ordini presidenziali, soprattutto in materia di immigrazione, dove Trump intende mantenere una linea restrittiva. Anche questa strada, tuttavia, non è priva di ostacoli: gli atti dell’esecutivo restano sottoposti ai limiti fissati dalla legge e possono essere contestati davanti ai tribunali.
Dall’Iran all’Ucraina, la politica estera resta nelle mani della Casa Bianca
Se sul fronte interno il margine di manovra del presidente si restringe, in politica estera Trump conserva prerogative più ampie. La gestione dei rapporti internazionali e delle operazioni militari offre alla Casa Bianca strumenti che non dipendono quotidianamente dal voto del Congresso. Questo non significa che il presidente possa ignorare il ruolo del Parlamento, soprattutto quando entrano in gioco finanziamenti, autorizzazioni e decisioni di lungo periodo, ma il nuovo equilibrio non gli sottrae la guida della diplomazia americana.
Il dossier più delicato resta quello iraniano. Trump ha lasciato intendere di essere ancora interessato a un accordo per porre fine al conflitto avviato a febbraio insieme a Israele. In assenza di un’intesa, però, non ha escluso di proseguire le operazioni militari: «Altrimenti, porterò a termine il lavoro», ha dichiarato a Fox News. La guerra è stata indicata tra i fattori che hanno contribuito alla sconfitta repubblicana, insieme al costo della vita e all’insoddisfazione per la gestione del Paese. Il presidente dovrà quindi fare i conti anche con le conseguenze politiche di un conflitto che ha inciso sul consenso nei confronti della sua amministrazione.
Un altro banco di prova sarà l’Ucraina. Trump ha costruito parte della propria immagine internazionale sulla promessa di arrivare a una soluzione negoziata e potrebbe continuare a esercitare pressioni su Kiev per favorire un’intesa con Mosca. Sono previsti nuovi colloqui trilaterali ad Abu Dhabi, mentre si avvicina anche il vertice con Xi Jinping e Vladimir Putin a Shenzhen. La sconfitta elettorale potrebbe complicare il lavoro diplomatico del presidente, offrendo ai suoi interlocutori un’immagine di Washington più divisa e di una Casa Bianca impegnata a difendersi sul fronte interno. Non è però automatico che questo si traduca in un cambiamento della strategia americana.
L’ombra del 2028 e il rischio di diventare un’anatra zoppa
Resta infine la questione politica più ampia: quanto peserà la sconfitta sulla capacità di Trump di guidare il Partito repubblicano negli ultimi due anni alla Casa Bianca? Il presidente non può ricandidarsi per un terzo mandato e il risultato delle midterm potrebbe accelerare la discussione sulla successione. I possibili aspiranti alla candidatura del 2028 avranno tutto l’interesse a consolidare la propria posizione, mentre tra i repubblicani potrebbero emergere voci critiche sulla strategia seguita dalla Casa Bianca.
La guerra con l’Iran e le difficoltà sul costo della vita sono già finite al centro del dibattito sulle ragioni della sconfitta. Non è escluso che una parte del partito cerchi di prendere le distanze da alcune scelte presidenziali, soprattutto se dovesse ritenere che il legame troppo stretto con Trump rischi di compromettere le proprie possibilità future.
È lo scenario dell’anatra zoppa, l’espressione americana che indica un presidente politicamente indebolito e con un’influenza destinata a diminuire nella fase conclusiva del mandato. Ma sarebbe prematuro considerare Trump già fuori gioco. Il presidente conserva poteri importanti, può continuare a incidere sulla politica estera e dispone di strumenti per contrastare le iniziative legislative dei democratici. La partita, dunque, non è finita: da gennaio si sposterà soprattutto sul terreno dello scontro istituzionale, con una Casa Bianca chiamata a difendere il proprio programma senza poter più contare su un Congresso amico.
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