Trump lancia il referendum su di sé: «Se vinco io, 5.000 dollari a tutti»
Donald Trump (Ansa)

Donald Trump è «sceso in campo» per le Midterm. L’altro ieri sera, il presidente americano ha tenuto un discorso alla Convention repubblicana di Dallas. «Questi sono stati i due anni di maggior successo, dal punto di vista finanziario e sotto ogni altro aspetto, nella storia della presidenza», ha detto, per poi proseguire: «Vi chiedo di immaginare che io sia candidato, perché se perdiamo, perderete i vostri confini, perderete i vostri sgravi fiscali, perderete la vostra sicurezza, perderete la vostra ricchezza».

Il presidente mobilita i repubblicani: 35 comizi e un «dividendo» da 5.000 dollari

Il presidente ha poi assicurato che terrà comizi in 35 collegi elettorali nel prossimo mese e mezzo. Inoltre, nel caso i repubblicani dovessero riuscire a vincere, ha promesso un «dividendo» di 5.000 dollari per ogni cittadino adulto, che dovrà tuttavia «essere speso negli Usa».

Trump è quindi tornato a tacciare il Partito democratico di estremismo. «Non permetteremo che il comunismo si realizzi. Non qui, non in America, non nel nostro duecentocinquantesimo anniversario», ha affermato. «Un voto per qualsiasi dem quest’anno, in qualsiasi parte del Paese, è un voto per permettere a un piccolo e pericoloso gruppo di estremisti di tenere in ostaggio il nostro Congresso e il nostro Paese», ha anche detto.

Trump ha altresì rivendicato la necessità del conflitto contro Teheran, sostenendo che il regime khomeinista non può dotarsi dell’arma atomica. «La guerra finirà poco dopo le elezioni. Gli iraniani stanno aspettando con tutte le loro forze che perdiamo, sperando di poter avere a che fare con i democratici stupidi e deboli e di poter avere la loro bomba nucleare, ma non lo permetteremo», ha affermato. Il presidente ha quindi concluso il suo intervento, ricordando l’assassinio di Charlie Kirk. «Proprio un anno fa, domani (ieri, ndr), un estremista di estrema sinistra ha assassinato il mio grande amico e voce conservatrice, Charlie Kirk, perché Charlie Kirk diceva la verità», ha dichiarato.

Insomma, con il suo discorso a Dallas, Trump ha di fatto dato il via alla fase culminante della campagna elettorale per le Midterm. Il prossimo 3 novembre, si voterà infatti per rinnovare la totalità della Camera e un terzo del Senato.

Sotto questo aspetto, Trump ha necessità che i repubblicani mantengano la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. In caso contrario, si trasformerebbe nella proverbiale «anatra zoppa» e, qualora i dem conquistassero la Camera, rischierebbe di dover affrontare un terzo processo d’impeachment.

Processo che al Senato finirebbe, sì, in un buco nell’acqua (la destituzione necessita infatti di una super maggioranza pari a due terzi), ma che intanto bloccherebbe l’agenda parlamentare del presidente per diversi mesi, impantanandolo.

Del resto, che Trump tenga particolarmente a queste elezioni è testimoniato dal fatto che abbia organizzato una Convention: di solito, questo tipo di kermesse ha luogo infatti soltanto negli anni in cui si vota per la Casa Bianca. E allora vale la pena di azzardare uno scenario futuro. Come entrano repubblicani e dem nella fase clou della campagna elettorale?

Benzina, inflazione e data center: il Gop insegue nei sondaggi e teme il voto degli elettori

Il Grand old party è senza dubbio in difficoltà. Stando alla media sondaggistica di Real clear politics sulle intenzioni di voto generiche per il Congresso, l’Asinello è attualmente avanti di quasi sei punti. I repubblicani scontano principalmente l’alto prezzo della benzina che, specialmente a causa del conflitto iraniano, resta superiore ai quattro dollari al gallone e che, negli ultimi giorni, sta addirittura aumentando.

Si tratta di un problema rilevante, visto che queste elezioni saranno, almeno in parte, decise dalla questione del carovita. Ulteriore elemento di difficoltà per il Partito repubblicano risiede nel fatto che molti elettori appaiono ostili ai data center per l’IA, che invece Trump ha convintamente appoggiato.

Sta inoltre già facendo discutere la proposta del «dividendo» da 5.000 dollari a ogni cittadino adulto. Secondo l’Associated press, una simile misura, oltre a richiedere l’ok del Congresso, potrebbe costare circa mille miliardi di dollari, mentre gli Stati Uniti hanno attualmente un deficit annuo di 2.000 miliardi e un debito di 40.000 miliardi.

Trump, per ora, non ha chiarito quali dovrebbero essere le coperture, anche se ieri, intervenendo su Fox News, JD Vance ha suggerito che il dividendo potrebbe essere finanziato, almeno in parte, con le entrate generate dai dazi.

I democratici tra socialisti e crisi dei vertici: Obama resta il grande regista dell’Asinello

Al contempo, anche l’Asinello ha i suoi grattacapi. L’ascesa di alcuni candidati «socialisti» alle ultime primarie parlamentari dem rischia non solo di spaventare gli elettori moderati ma anche di non riuscire a intercettare il voto dei colletti blu della Rust belt: quei colletti blu che, un tempo saldamente democratici, hanno votato per Trump nel 2024, irritati dalle posizioni dei dem su green e immigrazione.

Del resto, questi «socialisti» hanno finora potuto contare su un blocco di consenso composto in maggioranza da elettori bianchi e abbienti. La working class resta invece profondamente scettica nei loro confronti.

Ma non è tutto. L’Asinello sconta anche un problema di vertici: vertici che, come sottolineato di recente da Ben Rhodes sul New York Times, appaiono a loro volta sclerotizzati e avversi a un ricambio generazionale.

Un’analisi corretta, certo. Peccato che a farla sia stato Rhodes, che fu advisor di Barack Obama. Quel Barack Obama che è uno dei principali responsabili dell’attuale crisi dell’Asinello. E che, nonostante questo, non sembra intenzionato a mollare la propria presa su di esso: guarda caso, secondo il Washington Post, proprio ieri ha partecipato a una raccolta fondi per i dem a New York.

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