Che JD Vance nutra delle ambizioni presidenziali per il 2028 è arcinoto. A essere meno noto è il fatto che, all’interno del mondo Maga, alcune galassie stiano remando contro di lui. La figura di maggiore spicco, da questo punto di vista, è quella di Laura Loomer: un’attivista che, nell’ultimo anno e mezzo, ha talvolta mostrato di riuscire a esercitare una certa influenza sulle decisioni di Donald Trump (soprattutto in materia di nomine e siluramenti).
Già dall’anno scorso, la diretta interessata si era mostrata piuttosto critica verso quelle figure del settore ipertecnologico che, da Peter Thiel a Elon Musk, gravitavano attorno al vicepresidente statunitense. Poi, negli scorsi mesi, la Loomer si è apertamente schierata con il capo del Pentagono, Pete Hegseth, nella sua «faida» con l’ormai ex segretario all’Esercito, Dan Driscoll: quel Driscoll che, recentemente dimessosi dal suo incarico, è un noto amico, nonché alleato, dello stesso Vance, il quale potrebbe a sua volta trovare proprio in Hegseth un rivale per la nomination presidenziale.
Gli strali della Loomer, filoisraeliana, non hanno risparmiato Tucker Carlson: giornalista che, un tempo alacre sostenitore di Trump, ha rotto con lui a seguito della guerra in Iran. Ebbene, Carlson è notoriamente un amico di Vance: insieme a Thiel, fu colui che, nel 2024, convinse Trump a sceglierlo come proprio running mate. E così, nelle scorse settimane, la Loomer ha messo sotto pressione il vicepresidente statunitense su X, chiedendogli ripetutamente di rompere con il giornalista. Cosa che Vance si è tuttavia rifiutato di fare.
Dietro alla questione della lealtà a Trump, si cela uno scontro politico-ideologico durissimo nel mondo Maga. La Loomer non vede infatti di buon occhio non solo le critiche che Vance ha riservato al governo israeliano ma anche il suo storico scetticismo nei confronti di Volodymyr Zelensky. Il vicepresidente, dal canto suo, non ha fatto mistero di volersi preparare a condurre una campagna elettorale «eretica» dal punto di vista ideologico. Vance ha esortato il Partito repubblicano a non trincerarsi dietro gli slogan pro libero mercato, sostenendo che bisogna rivolgersi anche ai giovani simpatizzanti del socialismo. In tal senso, Vance ha proposto una linea più improntata al comunitarismo e alla Dottrina sociale della Chiesa. Infine, le sue critiche a Benjamin Netanyahu riflettono anche un crescente sentimento di freddezza nell’elettorato americano nei confronti del governo israeliano (tanto che, secondo Axios, il candidato repubblicano al seggio senatoriale del Michigan, Mike Rogers, avrebbe chiesto all’Aipac di non sostenere la sua campagna).
Non si può dunque escludere che il vicepresidente stia giocando di sponda con Carlson. Il giornalista potrebbe avere intenzione di attrarre il voto dei trumpisti delusi e degli elettori più scettici su Israele e Ucraina, per poi farli convogliare su Vance durante le primarie. L’obiettivo di Vance non è solo quello di recuperare i voti dei Maga disillusi ma anche quello di superare steccati ideologici stantii per sparigliare le carte: esattamente come fatto da Trump nel 2016, quando il tycoon entrò in conflitto con l’ortodossia del Gop sui dazi e su alcune questioni di politica estera.
Certo, si tratta di una strategia rischiosa. Il vicepresidente potrebbe far fatica ad armonizzare le istanze dei colletti blu della Rust Belt con quelle del settore ipertecnologico. Inoltre, sa di non potersi alienare del tutto i repubblicani pro Israele (non a caso, pochi giorni fa, ha avuto un incontro a porte chiuse con la Republican jewish coalition). Tra l’altro, evitare di rompere con Carlson presenta, per Vance, i suoi rischi anche nel suo rapporto con Trump, visti gli strali al curaro che, da mesi, il presidente e il giornalista si lanciano reciprocamente. Ciononostante, la scommessa del vicepresidente un senso ce l’ha: Vance punta tutto sul fatto che i suoi due possibili principali rivali presidenziali, Hegseth e Marco Rubio, avrebbero maggiori difficoltà a rivolgersi tanto ai trumpisti delusi quanto a delle quote elettorali non allineate tradizionalmente al Partito repubblicano.
È proprio questa strategia a essere finita nel mirino della Loomer, che spera di convincere Trump a mollare il suo vice in vista delle primarie. Il presidente, per adesso, non si è schierato, anche perché ancora nessuno si è ufficialmente candidato alla nomination. Tuttavia, al netto delle smentite, il Washington Post, a inizio agosto, ha rivelato che, dietro le quinte, l’inquilino della Casa Bianca avrebbe esortato i finanziatori repubblicani a sostenere Vance. La strada è ancora lunga, certo. Ma la lotta per la nomination del 2028 è già iniziata. E si preannuncia più accanita che mai.
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