Come un pugile messo all’angolo, Friedrich Merz ha provato a reagire al terremoto della Sassonia-Anhalt alzando ancora di più i toni contro l’Afd. Ma al Bundestag, durante il dibattito generale sul bilancio, ad attaccare per prima è stata Alice Weidel, forte del 43,8% conquistato domenica dal suo partito.
L’attacco frontale di Afd a Merz
«Il governo rossonero ormai è finito», ha scandito la leader sovranista, accusando il cancelliere di non aver «capito il messaggio degli elettori» e parlando di «fallimento totale» dell’esecutivo.
Weidel ha concentrato l’offensiva sui temi che hanno dominato la campagna elettorale: immigrazione, energia, conflitto russo-ucraino e costo della vita. Ha definito la politica energetica una «corsa folle», accusando la «grande coalizione» di spremere chi lavora con tasse troppo alte e chiedendo il ritorno al nucleare e al gas russo a basso costo.
In politica estera, inoltre, ha denunciato la «propaganda bellicosa» di Berlino contro Mosca, mentre sulla crisi migratoria ha attaccato un sistema che, a suo dire, penalizza chi lavora e premia chi vive di sussidi. «La svolta energetica è denaro perso e bruciato», ha aggiunto la Weidel senza usare mezzi termini.
La dura replica di Merz ad Alice Weidel
Merz ha risposto con grande veemenza, ma senza mostrare alcuna intenzione di correggere la linea che ha portato la Cdu al 17,2%. «Siete una forza distruttiva», ha detto rivolto ai deputati dell’Afd, assicurando che, con questa politica, il partito «non otterrà la maggioranza da nessuna parte in Germania». Una ben magra consolazione per il depresso «arco costituzionale» in salsa teutonica…
Non pago, il cancelliere ha poi rispolverato gli argomenti che, già prima del voto, non avevano funzionato: ha accusato l’Afd di stare «dalla parte della Russia» e ha persino equiparato la remigrazione a una «pulizia etnica per origine e colore della pelle». Se questo è il livello, non stupisce che l’elettorato gli abbia voltato le spalle.
Il cancelliere, insomma, appare intenzionato a insistere. Dopo aver ammesso lunedì di essere «profondamente scioccato» dalla disfatta, ieri ha ribadito che il governo deve proseguire sulla strada delle riforme. Semmai, ha concesso, bisognerà spiegarne meglio «il senso». Una risposta che, però, difficilmente potrà placare una Cdu nella quale il risultato della Sassonia-Anhalt ha già aperto una profonda fase di riflessione.
Lo strascico politico del voto in Sassonia
Fuori dal Bundestag, del resto, gli effetti del voto continuano a farsi sentire. In Sassonia-Anhalt, l’Afd ha invitato tutti i partiti del nuovo Landtag a colloqui esplorativi. Cdu, Spd, Verdi e Linke hanno rifiutato. L’unico ad accettare è stato il Bsw di Sahra Wagenknecht.
Il leader regionale, Thomas Schulze, ha confermato che il partito resta «fondamentalmente disponibile a parlare con tutti», definendo il rifiuto preventivo degli altri «un cattivo modo di fare politica» e «non un buon segnale per la cultura democratica del nostro Paese».
Nel frattempo, il risultato di Magdeburgo ha prodotto un incidente anche nei rapporti con Washington. Sul suo social Truth, infatti, Donald Trump ha festeggiato la vittoria dell’Afd, parlando di una «serata davvero importante» e chiudendo il messaggio con lo slogan Make Germany Great Again.
Poche ore dopo, Merz ha cancellato una telefonata già programmata con il presidente americano per l’anniversario dell’11 settembre. La cancelleria non ha spiegato il motivo di questa decisione, ma il portavoce ha ricordato che Merz considera inaccettabili le interferenze straniere nelle campagne elettorali tedesche.
Merz e la fiducia persa in Germania
Per il cancelliere, tuttavia, le scaramucce con Washington sembrano davvero il male minore. Sono ormai settimane che, nei corridoi, numerosi esponenti della Cdu si interrogano sull’opportunità di continuare a sostenere Merz.
In Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove si voterà il 20 settembre (e l’Afd veleggia intorno al 35%), il vicepresidente regionale della Cdu, Tino Schomann, ha chiesto apertamente la sostituzione di Merz. «Serve una personalità che trasmetta empatia, credibilità e affidabilità. Lui ha dimostrato di non esserne capace», ha attaccato.
E il dirigente locale Thomas Grote ha definito il cordone sanitario «uno dei maggiori sconfitti» delle elezioni in Sassonia-Anhalt, chiedendo alla Cdu di collaborare con l’Afd almeno sui contenuti. Si tratta ancora di piccole fughe in avanti, certo, ma la Cdu appare ormai come un partito tutt’altro che coeso.
Il punto è proprio questo. A tre giorni dal tracollo di Magdeburgo, Merz continua a comportarsi come se il problema fosse soltanto l’avversario.
Ma mentre Weidel incassa il risultato, il cordone sanitario scricchiola e pezzi della stessa Cdu mettono in discussione sia la linea del partito sia la leadership del cancelliere, la cui popolarità è in picchiata ormai da mesi. In alcuni sondaggi nazionali, peraltro, i partiti dell’Unione sono perfino scesi sotto la soglia psicologica del 20%. Sarebbe sbagliato attribuire tutto a Merz: il declino dei cristianodemocratici viene da molto più lontano. Eppure, se il cancelliere non è l’unica causa del problema, ogni giorno che passa appare sempre meno credibile come parte della soluzione.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >