- Dimenticate i Caraibi da cartolina. Oggi le isole tanto amate dai turisti sono un crocevia di droga, armi e tratta di esseri umani. E lì si concentra un terzo degli omicidi mondiali.
- Il bandito Jimmy «Barbecue» Chérizier controlla di fatto la capitale di Haiti. E si proclama difensore dei poveri.
- L’esperta Sandra Pellegrini: «La pressione americana sul Messico ha dirottato i flussi in questa regione. La ‘ndrangheta ha un ruolo strategico».
Lo speciale contiene tre articoli.
Dietro l’immagine da cartolina dei Caraibi si nasconde un processo silenzioso ma implacabile: l’avanzata delle organizzazioni criminali che stanno trasformando le isole in un hub globale di narcotraffico, traffici d’armi e tratta di esseri umani. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga ed il crimine (Unodc), la regione, che rappresenta appena il 9% della popolazione mondiale, concentra circa un terzo degli omicidi registrati a livello planetario. È un dato che da solo misura la portata di una crisi che sta superando i confini locali per assumere dimensioni geopolitiche.
La geografia è il primo alleato dei clan. Le centinaia di isole disseminate tra l’Atlantico e il Mar dei Caraibi, i confini marittimi difficili da controllare, le rotte che collegano Sudamerica, Nordamerica ed Europa: tutto concorre a rendere questa fascia un corridoio perfetto per la cocaina colombiana e venezuelana diretta verso gli Stati Uniti. Secondo le stime di Dialogo Américas, oltre il 14% della droga prodotta in Sudamerica transita oggi attraverso i Caraibi, generando profitti miliardari che rafforzano gruppi locali e cartelli esterni. Non si tratta soltanto di narcotraffico. Il commercio di armi è diventato un moltiplicatore di violenza. Molti arsenali provengono dal contrabbando statunitense, altri dalle scorte residue di guerre civili africane o conflitti centroamericani. Il risultato è che le bande caraibiche, spesso composte da poche centinaia di uomini, dispongono di un potere di fuoco superiore a quello delle forze di polizia. L’Onu avverte che in molte aree le autorità statali si dichiarano «sopraffatte» dalla potenza di fuoco delle organizzazioni criminali, dotate di armi automatiche e lanciarazzi. A peggiorare il quadro, sottolinea il rapporto, è la corruzione diffusa tra funzionari pubblici a ogni livello, che indebolisce ulteriormente la capacità di risposta delle istituzioni.
La conseguenza diretta è l’aumento esponenziale degli omicidi. A Saint Lucia il tasso di assassinii ha raggiunto quota 42,8 ogni 100.000 abitanti, superiore a quello di Honduras ed El Salvador, Paesi storicamente associati alla violenza delle maras. Nelle Barbados, considerate per decenni un’isola sicura, il numero di reati violenti è triplicato in dieci anni. In Giamaica, secondo i dati ufficiali del 2024, sono stati registrati oltre 1.500 omicidi, quasi la metà dei quali collegati a conflitti tra bande rivali. Il caso più drammatico resta Haiti, epicentro di un collasso statale che ha assunto le proporzioni di una catastrofe. Port-au-Prince è ormai una città divisa tra gruppi armati. La coalizione di differenti gang, conosciuta come Viv Ansanm (vivere insieme), controlla più dell’80% della capitale, imponendo tasse illegali, sequestri e regolando persino l’accesso agli ospedali. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, dall’inizio del 2025 sono stati uccisi più di 3.100 civili e 1,3 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case. L’incendio che ha distrutto il leggendario Hotel Oloffson, icona della cultura haitiana, è diventato il simbolo della caduta di un Paese nelle mani delle gang.
La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione. La Comunità Caraibica, riunitasi a Montego Bay, ha definito la violenza ad Haiti «una minaccia esistenziale» per l’intera regione, chiedendo un’azione coordinata sul modello della lotta al terrorismo. Ma gli sforzi di sicurezza sono ancora frammentati. La missione multinazionale guidata dal Kenya, che avrebbe dovuto schierare oltre 2.500 uomini, a oggi ne ha dispiegati meno della metà. Nel frattempo, il vuoto è stato colmato da attori controversi: Erik Prince, ex fondatore della compagnia militare privata Blackwater, ha annunciato un accordo decennale con il governo haitiano attraverso la sua nuova società Vectus Global per inviare centinaia di contractors. Una scelta che ha sollevato critiche per il rischio di trasformare Haiti in un laboratorio di guerra privatizzata. Gli Stati Uniti hanno reagito con misure drastiche. Il Dipartimento di Stato ha inserito gli affiliati a Viv Ansanm nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere. Un gran giurì federale ha incriminato Jimmy «Barbecue» Chérizier, ex poliziotto divenuto capo gang, accusandolo di massacri di civili. Su di lui pende una taglia di cinque milioni di dollari. Washington accusa Chérizier di aver ordinato almeno tre stragi tra il 2021 e il 2024 e di gestire una rete di riciclaggio che passa attraverso le rimesse della diaspora haitiana negli Stati Uniti e in Canada. Il quadro umanitario è disastroso. L’appello delle Nazioni Unite per raccogliere 900 milioni di dollari destinati a cibo, acqua e assistenza sanitaria è stato finanziato solo al 9%, uno dei livelli più bassi al mondo. Programmi alimentari segnalano che almeno cinque milioni di haitiani soffrono di insicurezza alimentare acuta. La scarsità di fondi ha già costretto diverse Ong a sospendere le attività di distribuzione, lasciando interi quartieri senza sostegno.
Ma Haiti è solo il punto più visibile di una crisi più ampia. In tutta l’area caraibica, la criminalità organizzata si intreccia con la politica e con le fragilità istituzionali. In Trinidad e Tobago, il ministro della Sicurezza nazionale Fitzgerald Hinds ha ammesso che «i confini marittimi sono troppo estesi per essere controllati». A Porto Rico, secondo un’inchiesta dell’Fbi, clan locali collaborano direttamente con i cartelli messicani per la gestione delle spedizioni di droga. In Repubblica Dominicana, il presidente Luis Abinader ha dichiarato che «la stabilità della nazione è minacciata dal narcotraffico che penetra ovunque, anche nelle istituzioni pubbliche». Secondo la Banca Mondiale, la criminalità organizzata costa alla regione fino al 3% del Pil annuo, una cifra che equivale a decine di miliardi di dollari sottratti a investimenti in infrastrutture, scuola e sanità.
Il dato più preoccupante riguarda però la percezione della popolazione: un sondaggio condotto nel 2024 ha rivelato che oltre il 60% degli abitanti dei Caraibi non crede più che lo Stato sia in grado di proteggerli. È il segno di un’erosione della legittimità che rischia di consolidare il potere dei clan come alternativa alle istituzioni.
La crisi dei Caraibi non è dunque un problema periferico, ma un banco di prova globale. La regione è oggi il crocevia dove convergono le rotte della cocaina sudamericana, del traffico d’armi e della tratta di persone dirette verso Stati Uniti ed Europa. Se non verrà affrontata con risorse adeguate, cooperazione internazionale e strategie di sviluppo inclusivo, il rischio è che l’immagine di paradiso tropicale lasci spazio a un futuro dominato dalla violenza organizzata e dal collasso statale.
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