Pugno di ferro, armi e investimenti. La ricetta del Marocco contro il jihad
Youssef Balla (Ansa)
  • Il Paese nordafricano è un punto di riferimento per Europa e Stati Uniti nella lotta al terrorismo. Uno staff di fedelissimi garantisce sicurezza ai massimi livelli. E re Mohammed VI ospiterà i Mondiali di calcio nel 2030.
  • L’ambasciatore del Regno Youssef Balla: «Esistono forti legami economicie culturali. Controllo sul Sahara occidentale quasi completo».

Lo speciale contiene due articoli.

Smantellare reti jihadiste, garantire la sicurezza di appuntamenti sportivi planetari, gestire le crisi del Sahara e manovrare con abilità nei corridoi della diplomazia riservata: il Marocco si appresta a giocare un ruolo chiave nello scenario globale, mentre si prepara a ospitare la Coppa d’Africa nel 2025 e a co-organizzare i Mondiali di calcio nel 2030.

In parallelo, la sua imponente macchina della sicurezza lavora a pieno ritmo. A capo di questo ingranaggio c’è il re re Mohammed VI, che esercita un controllo assoluto sulle questioni di sicurezza. Attorno a lui ruota un nucleo ristretto di collaboratori fidati – alti funzionari, dirigenti, ministri – che costituiscono una sorta di squadra d’élite. Lealtà incondizionata, preparazione tecnica e reattività operativa sono le loro cifre distintive. Le capacità operative di questo apparato non si limitano al territorio nazionale. L’expertise marocchina in ambito di sicurezza è ormai riconosciuta e richiesta anche all’estero: dal supporto fornito durante i Mondiali in Qatar alla collaborazione nella protezione delle Olimpiadi di Parigi 2024, fino agli interventi congiunti in operazioni antiterrorismo in Europa e negli Stati Uniti.

In un contesto regionale segnato da instabilità e tensioni crescenti, Rabat ha fatto della sicurezza non solo una colonna portante della sua politica interna, ma anche uno strumento di peso nella sua azione diplomatica. I protagonisti di questa strategia agiscono spesso nell’ombra, ma il loro ruolo è fondamentale. Figura centrale di questo sistema è il generale Mohammed Berrid, ispettore generale delle forze armate reali (Far) e comandante dell’area meridionale del Paese, una zona nevralgica per la sovranità marocchina. Berrid incarna la risposta militare del regno di fronte alle minacce esterne: dalle provocazioni del Fronte Polisario alle tensioni mai sopite con l’Algeria. Nel cuore del deserto, Berrid rappresenta il braccio armato della monarchia.

Nell’universo della sicurezza marocchina dominato da Mohammed VI, Abdelouafi Laftit riveste un ruolo centrale come vertice del cosiddetto «ministero dei ministeri», coordina l’operato di governatori e funzionari, fungendo da cerniera politica tra polizia, servizi segreti e gendarmeria. È il referente politico dei servizi Dgsn-Dgst, diretti da Abdellatif Hammouchi, con il compito di garantire il coordinamento istituzionale, anche nelle relazioni con partner internazionali quali Francia e Spagna.

Sul fronte della migrazione, supervisiona l’implementazione delle due principali campagne di regolarizzazione promosse dal sovrano e guida la lotta contro i traffici illeciti diretti verso l’Europa. In ambito economico, è alla regia della riforma dei Centri regionali per l’investimento, volta a semplificare la burocrazia e incentivare l’iniziativa imprenditoriale locale. A livello nazionale, Hammouchi ha riformato radicalmente una forza di polizia che ora conta 85.000 uomini e donne (la Dst ne ha 11.000). Numerose sono le operazioni condotte per smantellare cellule jihadiste e reprimere la criminalità organizzata: l’ultima, di particolare rilievo, si è svolta nella regione di Agadir tra l’11 e il 14 aprile, con quasi 5.000 persone arrestate.

Oltre i confini del Marocco, l’expertise di questo esperto in reti islamiste e dei suoi collaboratori è altamente apprezzata da partner europei, statunitensi, emiratini e russi. Dalla sicurezza dei Giochi Olimpici di Parigi alla Coppa del Mondo in Qatar, fino all’individuazione dei responsabili degli attacchi terroristici di Parigi del 2015, Abdellatif Hammouchi si è imposto come una figura centrale nella ristretta cerchia degli specialisti della lotta al terrorismo e alla criminalità internazionale. A conferma del suo rilievo, il Marocco ospiterà a Marrakech, il prossimo novembre, l’Assemblea generale dell’Interpol. All’interno del team di sicurezza scelto da re Mohammed VI, Mohamed Yassine Mansouri, 63 anni, incarna la figura dello stratega nell’ombra. Alla guida della direzione generale degli studi e della documentazione (Dged) – il servizio di intelligence esterna del Marocco – dal 2005, è un personaggio riservato, rigoroso e devoto, a cui sono affidati i dossier più sensibili del regno: dalla diplomazia segreta alle alleanze strategiche, dalla questione del Sahara alla normalizzazione dei rapporti internazionali.

Secondo indiscrezioni, sarebbe stato proprio lui l’artefice silenzioso della cornice riservata che ha portato alla firma degli Accordi di Abramo tra Marocco, Israele e Stati Uniti. Come sottolineato da un recente reportage di Jeune Afrique, sotto la sua leadership la Dged ha attraversato una fase di profonda trasformazione: rinnovamento tecnologico, espansione operativa, selezione di profili multilingue e costruzione di sinergie con gli altri organi di sicurezza. Il generale di corpo d’armata Mohamed Haramou, comandante della gendarmeria reale, ha il compito di vigilare su quegli spazi marginali – strade statali, aree rurali, confini indefiniti tra città e campagna – che raramente attirano l’attenzione della politica o dei media, ma che rappresentano la vera frontiera della coesione sociale. Alla testa della guardia reale, il maggior generale Abdelaziz Chatar assicura la protezione del sovrano, la sicurezza delle residenze reali e la gestione dei protocolli cerimoniali di Stato, svolgendo le sue mansioni con rigore militare e riservatezza assoluta. Il suo incarico, altamente simbolico, non ammette errori, ritardi né alcuna forma di improvvisazione.

Nel rigido assetto della sicurezza marocchina, Cherkaoui Habboub rappresenta invece la figura più esposta mediaticamente e la voce più comunicativa. Direttore dell’Ufficio centrale delle indagini giudiziarie (Bcij), soprannominato l’«Fbi del Marocco», agisce sotto la supervisione di Abdellatif Hammouchi ed è il volto ufficiale della lotta al terrorismo. È lui a presentarsi davanti alle telecamere dopo lo smantellamento di una cellula jihadista o il sequestro di armi, fornendo spiegazioni, rassicurazioni e dettagli, sempre con attenzione a non rivelare ciò che deve restare riservato. Nel sistema di sicurezza scelto da re Mohammed VI, Habboub svolge il ruolo di ponte tra l’opinione pubblica e il sistema giudiziario.

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