«Repubblica» riesce a definire antifascisti i paramilitari russi che lottano in patria contro l’imperialismo multietnico di Mosca.

L’ultima novità che giunge dal fronte ucraino, molto pubblicizzata ieri dai quotidiani italiani, riguarda l’esistenza di gruppi paramilitari che agiscono non sul territorio di Kiev, ma sul suolo russo. Repubblica ieri li ha descritti in prima pagina come «ribelli» e non ha esitato a chiamarli «partigiani», ovviamente perché il conflitto in corso va presentato alla stregua di una «lotta antifascista» contro Vladimir Putin, identificato quale «nuovo Hitler». Tale piacevole narrazione viene ribadita dall’inizio del conflitto e da subito non è stato difficile notarne la propagandistica inconsistenza, se non altro perché gli ucraini si sono avvalsi del supporto (già dal 2014) di forze come il battaglione Azov, le quali tutto sono tranne che «antifasciste». Queste forze – descritte dai giornali italiani, prima del 2022, come pericolose e inquietanti – sono all’improvviso divenute buone e presentabili perché «leggono Kant» e, soprattutto, sono utili alla causa attualmente sostenuta dall’Occidente.

Quello a cui stiamo assistendo negli ultimi giorni, tuttavia, è un non indifferente salto retorico (e pure politico, come vedremo). Nel senso che qui non si tratta più di giustificare l’integrazione nell’esercito regolare ucraino di forze paramilitari appartenenti alla cosiddetta «estrema destra». No: qui abbiamo a che fare con gruppi armati russi operativi sul suolo russo in funzione antiputiniana.

Di che realtà parliamo lo ha spiegato bene, sempre su Repubblica, Daniele Raineri. «I volontari russi anti Putin vengono in prevalenza da ambienti di estrema destra e odiano le ambizioni imperialiste del Cremlino perché vorrebbero un piccolo etno-Stato russo, invece che una grande federazione che inevitabilmente fa da collettore per nazionalità ed etnie diverse. A loro il grande minestrone eurasiatico sognato da Putin non piace. Sono fanatici che seguono un’ideologia estremista, ma è facile immaginare che cosa pensino a Kiev: tutto funziona contro Mosca, se mandassimo in trincea soltanto chierichetti i soldati nemici sarebbero già arrivati a Odessa». Per essere chiari: qui il punto non è dimostrare quanto siano eventualmente cattivi i presunti partigiani anti Putin (è il segreto di Pulcinella che a combattere e morire per la patria vadano il più delle volte i nazionalisti e non i simpatizzanti del Pd). Semmai, ci interessa far notare le strabilianti falle della moralina di casa nostra. Abbiamo giornali e televisioni che ogni mattina vanno a caccia di fascisti immaginari, che vaneggiano di una «svolta autoritaria e illiberale» imposta dal governo di destra e poi magnificano combattenti fascistoidi perché così impone il sovrano che sta a Washington. Giusto per capirsi meglio: se qualcuno di quei volonterosi miliziani sfilasse in Italia nel corso di una manifestazione organizzata da un movimento di destra, avremmo i titoloni sulle orde nere che calano sulla Penisola. Invece ora abbiamo comunque i titoloni, ma incensatori. Non è tutto. Esiste pure una lieve contraddizione fra il racconto secondo cui si sta combattendo in Ucraina contro un regime oppressivo e invasore e il fatto che la lotta venga affidata anche a miliziani che operano in modo non esattamente ortodosso, cioè organizzando attentati ai danni di intellettuali, giornalisti e blogger russi. In nome della lotta al «terrorista Vladimir» ci facciamo piacere il terrorismo e la guerriglia? Buono a sapersi: anche questa è vecchia scuola da strategia della tensione.

C’è poi una questione politica decisamente più rilevante. I gruppi armati di cui sopra giocano – giustamente – la loro partita. Ovvero se ne fregano altamente di portare la democrazia liberale a Kiev o di proteggere i «diritti» di cui Europa e Usa si ammantano ogni volta che c’è da bombardare qualcuno. Costoro lottano per i propri obiettivi, e finora lo hanno fatto con il titubante benestare degli Stati Uniti e con la approvazione dei servizi di intelligence militari guidati dal generale Kyrylo Budanov. Quest’ultimo, dice Repubblica, «è un seguace entusiasta – ma con discrezione – del cosiddetto “Piano delle sette D”: demilitarizzazione, denuclearizzazione, decentralizzazione, democratizzazione, destalinizzazione, decomunistizzazione e deputinizzazione di Mosca. In breve: smembrare la Federazione russa e rendere la Russia inoffensiva per i decenni a venire. In parte, coincide con le ambizioni dei gruppi di combattenti russi che in questi giorni creano panico a Belgorod». A quanto ci risulta, l’obiettivo dichiarato della guerra in corso – per quanto fumoso e sfuggente – riguarderebbe la «liberazione» del territorio ucraino dal giogo russo (non è dato sapere se ciò coinvolga anche la Crimea e di quanto Donbass si parli, ma tant’è). Ecco: parlare di cambio di regime nella Federazione russa è un po’ diverso, sotto tanti punti di vista. Già il popolo italiano (come gli altri europei) non è stato interpellato sull’invio delle armi, ma se poi queste armi finiscono a movimenti russi che agiscono in Russia per fare fuori Putin, beh, forse sarebbe il caso di fermarsi un momento a riflettere. I ministri di Esteri e Difesa del Belgio, ad esempio, nei giorni scorsi hanno sollevato perplessità dopo aver visto servizi giornalistici in cui si mostravano i loro fucili nelle mani degli anti putiniani. Non sono dubbi peregrini. Chi ha disposto che le armi europee vengano spedite a questa gente? E che uso ne faranno i miliziani? Qualora dovesse stabilirsi un cessate il fuoco in Ucraina, i «partigiani» deporranno i mitra o continueranno a usarli per la loro guerra privata? E questa lotta di parte che conseguenze potrebbe avere? Non sarebbe la prima volta che l’Occidente arma gruppi i quali poi sfuggono al suo controllo, la storia degli ultimi decenni abbonda di casi analoghi.

Chiediamo dunque: stiamo mandando armi per «difendere l’Ucraina» o per «deputinizzare la Russia»? Quale è dunque l’obiettivo finale della guerra? Mandare via i russi dai territori attualmente occupati? Mandarli via della Crimea? Consegnare le popolazioni russofile e russofone del Donbass a Volodymyr Zelensky? Scatenare una guerra sporca dentro la Russia per farla capitolare? Sarebbe bello avere qualche risposta, perché la retorica bellicista è suggestiva ma non molto divertente. E perché, conoscendo come vanno di solito queste cose, il «partigiano russo» di oggi è il talebano di domani.

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