Il Regno Unito fa pure la «greenexit» per non affamare i propri cittadini
Rishi Sunak (Ansa)
Il premier Rishi Sunak, sfidando gli ecologisti, procede con l’ampliamento degli aeroporti: «Servono allo sviluppo del Paese». E critica le imposizioni ereditate dalle Ue, che impediscono l’edificazione di alloggi popolari.

E poi, all’improvviso, la realtà fa irruzione sulla scena. Finché la cosiddetta rivoluzione verde rimane un edificio ideologico con le fondamenta affondate nei documenti dell’Ue, politici e burocrati hanno gioco facile a riempirsi la bocca di belle parole. Ma quando si tratta di discutere di soldi, posti di lavoro e di economia reale – quella concreta e tangibile – allora il discorso cambia. E la transizione si rivela per quello che è: una gigantesca macchina di impoverimento. Motivo per cui le nazioni che ne hanno la possibilità – magari perché non sono sottoposte al giogo europeo – tirano il freno a mano o si cimentano in clamorose inversioni.

È quanto sta accadendo da qualche tempo nel Regno Unito, dove il governo guidato da Rishi Sunak ha deciso di ridimensionare notevolmente la spinta verso la mutazione green, dopo essersi reso conto di quanto potrebbe rivelarsi deleteria. Ieri il Daily Telegraph ha rivelato che Sunak e il suo esecutivo sono pronti a respingere le richieste provenienti dai consulenti per il clima che chiedono di fermare l’espansione degli aeroporti. Il premier britannico continua a perseguire una politica net zero e dunque a puntare sulla riduzione delle emissioni, ma ha dichiarato di volerlo fare in modo «proporzionato e pragmatico». Ecco perché, spiega il quotidiano inglese, «il governo respingerà il parere formale del Comitato sui cambiamenti climatici secondo cui tutte le espansioni aeroportuali devono essere fermate».

Il motivo di tale rifiuto è piuttosto evidente: «I ministri ritengono che la crescita degli aeroporti avrà un ruolo chiave nel rafforzare i collegamenti globali del Regno Unito e nel contribuire a far crescere l’economia. Gli aeroporti di Bristol e Southampton sono tra quelli che si preparano ad espandere in modo significativo la propria capacità dopo il fallimento delle cause legali contro le loro espansioni, e anche gli aeroporti di Gatwick, City e Heathrow di Londra sperano di intraprendere importanti progetti di espansione».

Tradotto: azzerare le emissioni significa distruggere ogni possibilità di sviluppo. Per questa ragione l’esecutivo è disposto ad andare allo scontro con il Comitato sui cambiamenti climatici, un organismo creato nel 2008 allo scopo di vigilare sull’applicazione dei protocolli ecologici. Certo, come nota il Telegraph, «rifiutare le sue raccomandazioni porterebbe il governo a un grave scontro legale con i gruppi ambientalisti». Anche perché lo scorso anno una sentenza dell’Alta Corte ha stabilito «che si dovrebbe dare un peso considerevole al parere del Ccc» e organizzazioni come Greenpeace intendono utilizzare l’ultima raccomandazione del Comitato sul clima per condurre battaglie legali contro l’allargamento degli aeroporti. Insomma, non sarà una sfida semplice, ma la posizione di Sunak resta chiara: non si può mettere a rischio il benessere della nazione per seguire l’ideologia green. Certo, il governo cercherà di puntare sui carburanti sostenibili e continuerà ad applicare misure che (in teoria) dovrebbero diminuire l’impatto ambientale degli aeroporti. Altro conto, però, è farsi male da soli per non indispettire Greenpeace.

Non è tutto. Come abbiamo anticipato nei giorni scorsi, il governo britannico ha intenzione di togliere di mezzo pure un vincolo ambientale ereditato dall’Ue contro l’inquinamento delle acque che impedisce, allo stato attuale, di costruire nuovi alloggi. La rimozione consentirà di sbloccare la costruzione di 100.000 unità abitative entro il 2030. «Voglio vedere costruire più case. Ma a volte le leggi europee che abbiamo ereditato sono un ostacolo. Non è giusto», ha commentato Sunak. Difficile dargli torto. Tutti sono favorevoli a tutelare la natura, come no. A patto che per salvare il pianeta non si vessi l’umanità.

Anche perché non è affatto detto che le trovate verdi portino un effettivo beneficio in termini di difesa della natura. È interessante, a tale proposito, leggere ciò che sostengono gli esperti di Oxford Economics riguardo all’Ulez, cioè la zona a bassissime emissioni che il sindaco di Londra Sadiq Khan vuole imporre alla città. Si tratta sostanzialmente di una gigantesca Ztl in cui i veicoli «inquinanti» dovranno pagare 12,5 sterline per accedere. Ebbene, non soltanto questa misura escluderà una fetta della popolazione (quella meno abbiente) da intere aree di Londra, ma non avrà nemmeno gli effetti desiderati. Lo scopo sarebbe quello di ottenere il solito net zero entro il 2030, e non è raggiungibile.

Secondo Richard Holt di Oxford Economics, la Ulez «ridurrà il numero di veicoli altamente inquinanti di circa 120.000 o meno, su 3 milioni di veicoli a Londra, quindi perdiamo di una piccola parte. Probabilmente avrà qualche beneficio, ma non sarà una gran cosa. I progressi che abbiamo visto finora sono in realtà dovuti solo al fatto che le auto sono diventate molto, molto più efficienti dal punto di vista energetico e molto più pulite di quanto lo fossero in passato. Penso», ha aggiunto Holt, «che nei primi quattro anni di Ulez, le emissioni di CO2 siano diminuite di circa il 3%, quindi ci vorrebbe più di un secolo per arrivare al net zero in questo modo». Chiaro? La riduzione totale delle emissioni non si potrà ottenere, in compenso si rischia di creare un danno enorme a troppi cittadini. A differenza di Sunak, però, Khan non sembra intenzionato a cambiare rotta. Per i liberal, purtroppo, la negazione della realtà continua ad essere un pericoloso hobby.

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