- Sull’ultimo numero di «Arbiter», la paleontologa Daniela Basso ribalta la prospettiva sulla salute della Terra: «Il nostro pianeta, in costante mutazione, troverà un nuovo equilibrio». L’uomo invece dovrà cambiare i comportamenti, partendo dall’educazione.
- L’attivista Thunberg pensa ai bimbi di domani, ma tace sugli effetti in Africa del delirio green.
Lo speciale contiene due articoli.
Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo ampi stralci di «Salviamo il grande blu (e noi stessi)», l’articolo di Enzo Rizzo pubblicato sul numero di agosto di Arbiter (10 euro, in edicola). Con il parere autorevole della paleontologa e paleoecologa Daniela Basso (università Bicocca di Milano).
La cultura del bello proteggerà gli oceani. A salvarsi ce la faranno da soli, perché, come il resto del pianeta, non sono elementi statici ma in continuo movimento e modificazione, magari con tempi di centinaia di milioni di anni, come hanno dimostrato alcuni cambiamenti, per esempio nel Cryogeniano, circa 720 milioni di anni fa, quando la Terra fu investita dalla più grande glaciazione di tutti i tempi […]. Nel caso, dunque, sarà l’uomo a doversi adattare al cambiamento climatico e alla scomparsa di risorse naturali fondamentali […].
I problemi sono ormai noti: isole di plastiche galleggianti, trasportate per migliaia di chilometri dalle correnti, reti da pesca lasciate a chilometri nei fondali, sostanze chimiche tossiche, anche radioattive, sfruttamento delle risorse ittiche oltre la loro capacità di rinnovo, distruzione di habitat prioritari e riduzione della biodiversità. […] È con questa sintesi zippata che sono uscito dal dipartimento di scienze biologiche e marine dell’università di Milano Bicocca, dove tre ore e mezzo prima ero entrato per intervistare la professoressa Daniela Basso, ordinario di paleontologia e paleoecologia […] «I fondi oceanici sono meno conosciuti della superficie della Luna, che è stata mappata completamente, cosa che purtroppo non si può dire del mare», spiega la professoressa. «Molto più conosciute le isole di plastica, che sono generate dalla circolazione atmosferica e quindi oceanica naturale che esiste nel nostro pianeta e che fan sì che si accumulino in punti particolari degli oceani grandi quantità di plastiche anche vecchissime, in giro per il mare addirittura da decenni. Il problema è che la plastica tende a degradarsi molto lentamente e a sminuzzarsi in particelle, dette microplastiche, che molto spesso non percepiamo nemmeno e che hanno diverse potenzialità di essere acquisite dagli organismi viventi in vario modo». […]
«Il problema», continua Basso, «è la quantità di plastica che sta circolando, di cui solo una piccolissima percentuale viene riciclata e con una parte che non potrà mai essere riciclata con gli standard attuali: secondo un modello sperimentale ottenuto calcolando la quantità di plastica prodotta, quella in circolazione e quella riciclata, è stato stabilito che nel 2025 per ogni tre tonnellate di pesce ce ne sarà una di plastica in mare e nel 2050 ci sarà come massa più plastica che pesce, perché nel frattempo noi continuiamo a impoverire le risorse ittiche».
Purtroppo, le plastiche, costituite da molecole complesse a base di catene di carbonio, non tornano alla materia originale in modo spontaneo: «Sono in corso studi su attività batteriche che riescono a degradare la plastica e questo è uno dei grandi temi di ricerca per riuscire a controllare il problema», continua la professoressa. «Nel frattempo bisogna cercare di ridurla: senza fare i talebani, perché è un materiale meraviglioso soprattutto in ambito sanitario (una volta c’era il vetro che si sterilizzava), e oggi sostituire la plastica in quest’ambito da un giorno con l’altro è difficilissimo. Il problema è che ce n’è una quantità che usiamo in modo stupido, quindi bisogna limitarsi dove è possibile».
Di tutto questo è l’oceano a pagare: «Sta arrancando per la plastica, per quello che riceve dai continenti (sedimenti, inquinanti…), per la CO2 e per il pH che si sta abbassando e che comporta una mutazione degli habitat sottomarini», prosegue la paleontologa. «Certo, poi gli oceani e il pianeta una strada verso un nuovo equilibrio la troveranno comunque, perché non sono una cartolina o qualcosa di immobile, come dimostrano gli innumerevoli cambiamenti, anche climatici, che il pianeta ha già vissuto nel passato. Chi ci perde e deve salvarsi è il genere umano. L’uomo invece deve intraprendere la strada nella direzione di comportamenti virtuosi dove ognuno fa la sua parte, dal produttore al consumatore. E qui entra in gioco il problema della cultura dell’ambiente: la sensibilità su certe tematiche si sviluppa maggiormente in un’età dai sette ai dieci anni, è in questa fascia che si apprende uno stile di vita: i bambini sono molto più curiosi, aperti e sensibili dei ragazzi più grandi e degli adulti. Ecco dunque che è fondamentale per questi bambini avere una famiglia che insegni ad apprezzare la bellezza dei luoghi, degli ambienti e delle cose, soprattutto attraverso l’esempio e l’esperienza diretta […]. Succede che nel momento in cui cresce il benessere cresce il consumismo e diminuisce l’attenzione al non sprecare e a gestire responsabilmente l’ambiente. […] L’educazione a riconoscere ciò che è bello da quello che non lo è risulta fondamentale. La ricerca della bellezza è innata nell’uomo e il bello dunque ci salverà. Perché è il punto di convergenza di economia ed ecologia, dell’aspirazione umana e dei complessi e delicati equilibri della natura».
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