Lo scorso 23 luglio in Arabia Saudita un uomo e sua sorella sono stati giustiziati per aver ucciso i loro genitori e fratelli nella tranquilla cittadina di Qia vicino a Taif (Arabia Saudita occidentale). I dettagli del crimine sono degni di un film dell’orrore.
La coppia prima ha drogato i fratelli e la madre poi la mattina dopo hanno sparato a sangue freddo ai loro due fratelli. Successivamente sono andati nella camera da letto della madre e le hanno sparato. Sono rimasti in una stanza adiacente ai cadaveri dei loro familiari per un giorno o due. Infine, quando il padre è tornato a casa da un viaggio di lavoro durato tre giorni, hanno sparato anche a lui. Hanno trascinato i corpi in soggiorno, li hanno cosparsi di benzina, poi gli hanno dato fuoco. Il comunicato stampa ufficiale del governo è stato stranamente molto dettagliato, tanto che ha rivelato i nomi degli autori, Abdulaziz bin Fahd al-Harthi e sua sorella Ohoud, oltre ad una descrizione dettagliata di come hanno compiuto i crimini. Nella dichiarazione si legge che la Corte d’appello e la Corte suprema hanno entrambe confermato la sentenza ed è stato promulgato un regio decreto che autorizza l’esecuzione. Inoltre si legge che «la gravità del crimine richiedeva una punizione deterrente». Riferendosi ad Abdulaziz, nel comunicato si afferma: «A causa dell’oscenità delle sue azioni e dell’atrocità del suo crimine, che richiede una punizione dissuasiva per lui e per chiunque sia tentato di compiere un atto simile, e al fine di impedire lo spargimento di sangue [attraverso crimini simili], è stato condannato a morte per dare l’esempio». Perché questi due fratelli hanno commesso un crimine così efferato che ha sconvolto il Regno? Le autorità di Riad non lo hanno detto ma alcuni giornalisti sauditi che si occupano del caso ripresi da New Lines hanno rivelato che fratello e sorella erano amanti (zina al-maharem in arabo) e dopo essere stati scoperti dalla madre avrebbero architettato giorni per la strage. Non deve stupire il fatto che le autorità non hanno rivelato il movente della strage visto che nella regione del Golfo Persico è molto difficile denunciare i crimini. Inoltre è difficilissimo ottenere atti o trascrizioni dei processi. Se poi si tratta di crimini che coinvolgono la sfera privata o sono di natura sessuale allora la censura blocca ogni tentativo di appurare i fatti ma quando qualcosa filtra emerge come la società saudita, strettamente controllata dalla polizia religiosa e dove donne e uomini vivono separati, sia scossa da questioni che la tormentano: vedi l’abuso di droghe, in particolare cocaina e captagon (la micidiale droga chimica prodotta in Siria e Libano), il consumo abnorme di psicofarmaci e il boom dei siti porno. A proposito della pornografia: chi viene sorpreso a visualizzare immagini o filmati magari sul suo telefono cellulare viene sottoposto immediatamente a fustigazione pubblica. Internet è quindi il nemico giurato del clero saudita (e non solo) che racconta da tempo che «internet corrompe i giovani nella società». Ma i problemi della società saudita non sono certo derivanti da internet ma piuttosto da un controllo sociale reso insopportabile dal clero saudita che resta potente, dall’impossibilità di poter vivere la propria sessualità in maniera libera (sia etero che gay) e da mille altre limitazioni alle libertà fondamentali che rendono impossibile la vita delle persone ed in particolare ai giovani costretti a vivere sotta la cappa dei divieti religiosi.
Come detto le fonti ufficiali nascondono sempre il movente dei delitti, tuttavia, la società saudita è alla ricerca spasmodica dei dettagli e ne è prova il successo di alcuni giornalisti che spopolano su YouTube e che raccontano tutto nei dettagli come accaduto con la strage messa in atto da Abdulaziz bin Fahd al-Harthi e da sua sorella Ohoud. Tra loro c’è certamente Ali al-Abdallah, un podcaster e narratore di crimini che ha oltre 640.000 follower su TikTok e oltre 160.000 su Twitter animatore del podcast chiamato «Junha» (reato minore) che non ha risparmiato dettagli sulla strage. Secondo la sua ricostruzione la coppia ha prima cercato di reclutare uno dei loro fratelli per assistere all’omicidio poi al suo rifiuto gli hanno sparato. Apparentemente lo sparo ha svegliato l’altro fratello che si è precipitato dentro per indagare su cosa fosse successo per poi essere ucciso a sua volta. A questo punto la madre è stata svegliata dal trambusto e il duo omicida ha sparato anche a lei. Secondo Ali al-Abdallah la madre non sarebbe morta subito e così il figlio Abdulaziz l’ha pugnalata a morte. Poi il padre è tornato presto dal suo viaggio e, all’arrivo, è stato ucciso anche lui. La coppia ha quindi cosparso i corpi di benzina e ha tentato di bruciare la casa, sperando che le prove sarebbero bruciate con essa. Sui social network non si ferma il dibattito su quanto accaduto e numerosi utenti hanno aggiunto altri dettagli alla storia (nessuno sa con quale fondatezza). Ad esempio che gli investigatori «hanno controllato i telefoni dei due fratelli-amanti e avrebbero scoperto, ripristinando numerosi file cancellati, che la coppia seguiva degli account di social media che incoraggiavano l’incesto», un tema che è diventato sempre più comune sui siti web di pornografia. La storia di Abdulaziz bin Fahd al-Harthi e di sua sorella Ohoud mostra ancora una volta come l’Arabia Saudita delle città futuristiche e degli investimenti faraonici -ora anche nel calcio- voluti dell’erede al trono Mohhamed Bin Salman è in realtà un paese scosso nelle sue fondamenta da tensioni che potrebbero prima o poi esplodere.
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