La mannaia islamica voleva colpire di nuovo «Charlie»
La vecchia sede di Charlie Hebdo (Ansa)
  • L’ex «minore non accompagnato» che ha agito venerdì a Parigi cercava il giornale satirico per vendicarsi delle vignette blasfeme.
  • Porte aperte e pensiero unico: così la Francia si suicida. Oltralpe l’isteria antirazzista impazza: lo stesso giorno dell’attacco, lo scrittore Eric Zemmour veniva condannato per reati d’opinione.

Lo speciale comprende due articoli.

Pensava di trovare sempre lì, in rue Nicolas-Appert, i giornalisti di Charlie Hebdo, per attaccare nuovamente la redazione già decimata nel 2015. Secondo Le Parisien, che cita una fonte dell’inchiesta, l’uomo che venerdì ha colpito con una mannaia due persone davanti all’ex sede del giornale satirico credeva che Charlie non si fosse mai trasferito, come invece è accaduto subito dopo la strage di cinque anni fa. La scelta del luogo non era quindi dovuta a una macabra coincidenza, né a una sorta di atto simbolico, ma si trattava di un vero e proprio nuovo attacco agli odiati autori satirici.

Nel frattempo, gli inquirenti hanno continuato il loro lavoro interrogando l’«autore principale» dell’attentato, come lo ha definito venerdì il capo della Procura nazionale antiterrorismo (la Pnat) Jean-François Ricard. Di lui si sa, come riportato da Le Figaro, che si chiama Ali H. (e non Hasham U., come trapelato venerdì) ed è un cittadino pakistano nato a Islamabad nel 2002. L’agenzia France Presse ha citato fonti vicine all’inchiesta, secondo le quali il migrante avrebbe «riconosciuto il proprio atto collocandolo nel contesto della ripubblicazione delle caricature (di Maometto, ndr) che non ha supportato». Anzi, si sarebbe definito «in collera» con quei disegni. Vari media transalpini hanno rivelato che il presunto attentatore non avrebbe espresso il minimo rimorso per l’accaduto. Per Le Parisien, inoltre, il giovane avrebbe riconosciuto «una dimensione religiosa del proprio atto». Inoltre, la polizia ha perquisito gli alloggi di nove persone, poi fermate, che avrebbero avuto legami con il presunto attentatore. Tra esse, il fratello minore del presunto attentatore. Invece, il cittadino algerino di 33 anni fermato venerdì è stato scagionato dalle accuse perché ne è stata accertata l’estraneità dall’attacco.

Già venerdì sera, il ministro dell’Interno francese, Gérald Darmanin, aveva spiegato al telegiornale delle 20 di France 2 che si è trattato chiaramente di «un atto di terrorismo islamico» e che Ali H., era arrivato in Francia «tre anni fa come minore non accompagnato». Questo gli aveva permesso di beneficiare dell’assistenza prevista dalle normative francesi per questo tipo di profili di migranti. L’età dell’individuo è stata però messa in dubbio, già al suo arrivo in Francia, dalle autorità che dovevano versargli l’Ase (sussidio per i minori). Tuttavia, il tribunale di minori aveva respinto la richiesta di un esame osseo nei confronti del sospetto attentatore.

Gli investigatori hanno perquisito gli ultimi luoghi di residenza del migrante. Fino al 10 agosto scorso, il giovane avrebbe vissuto in un albergo sociale a Cergy-Pontoise, pagato con i sussidi statali. Non avendo più diritto a tali aiuti, il pakistano si sarebbe quindi trasferito in un bilocale a Pantin, sempre nella banlieue «calda» di Parigi. Qui, Ali H. viveva con vari connazionali. Cinque di questi sono stati fermati. Da questa ricostruzione emerge che con la maggiore età, il «principale autore» dell’aggressione di venerdì avrebbe perso lo status di soggetto protetto, e avrebbe quindi potuto essere espulso dal Paese. Chissà se questa eventualità sia stata un altro dei motivi che lo hanno portato a ferire gravemente due persone. Se fosse confermato, si tratterebbe di una situazione simile a quella di Nantes dove, a fine luglio, un cittadino ruandese a rischio di espulsione aveva incendiato la cattedrale della città. Oltre alle polemiche sull’età del giovane pakistano, ha fatto discutere anche il fatto che per un luogo simbolico, come l’ex sede di Charlie Hebdo, non fosse stata prevista alcuna forma di sicurezza, soprattutto in concomitanza del processo per gli attentati del gennaio 2015. Ad esprimere la collera per questa leggerezza è stato Luc Hermann, condirettore dell’agenzia Premières Lignes. Intervistato ieri mattina dal canale d’informazione CNews, il giornalista ha, dapprima, confermato che i due suoi colleghi gravemente feriti erano stati operati e che le loro condizioni erano «rassicuranti». Poi, Hermann ha rivelato che i due feriti avevano ricevuto «colpi estremamente violenti al volto e sul collo». Il giornalista ha spiegato che lui e i suoi altri colleghi erano «sotto choc e arrabbiati» perché «questo palazzo è un simbolo della libertà di espressione e della libertà di stampa». Eppure, ha continuato il condirettore dell’agenzia giornalistica, in rue Nicolas Appert era evidente la «mancanza di sicurezza e l’assenza di forze dell’ordine dall’inizio del processo» per gli attentati a Charlie e all’Hyperacher.

Le falle alla sicurezza sono state peraltro ammesse anche dal ministro dell’Interno transalpino, che ha anche affermato che «le minacce nella via sono state sottovalutate». Subito dopo l’attacco di venerdì, il governo di Parigi si è invece voluto mostrare estremamente determinato nella lotta al terrorismo. Ieri il primo ministro Jean Castex ha lanciato un avvertimento: «I nemici della Repubblica non vinceranno».


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