Il patriarca Kirill incontra Zuppi. «Chiese unite per pace e giustizia»
Ansa
L’inviato della Santa Sede ricevuto dal leader ortodosso durante la sua missione a Mosca: una visita dall’alto valore simbolico. Ma Dmitry Peskov gela tutti: «Nessun accordo raggiunto, solo scambi di vedute».

«Fratello, finalmente!». Nel segno della storica frase pronunciata da papa Francesco nel 2016, ieri a Mosca il patriarca ortodosso Kirill e l’emissario della Santa Sede cardinal Matteo Zuppi si sono incontrati per condividere il senso più profondo della parola pace. Pace in Ucraina, pace nella Russia percorsa dalle fibrillazioni ribelli, pace come collante religioso fra due Chiese che sono tornate a parlarsi dopo mille anni proprio sette anni fa a Cuba. Nella società dell’immagine un colloquio, un dialogo, una fotografia da prima pagina potrebbero già decretare il successo della missione russa di Zuppi.

Non è così, le vie della diplomazia sono molto più scoscese e scivolose, la diffidenza russa è difficile da scalfire e i nodi da sciogliere sono numerosi. Lo conferma alla fine del tour il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov: «Alla fine nessun accordo specifico è stato raggiunto, solo uno scambio di vedute». Ma l’accoglienza del patriarca ortodosso, molto vicino a Vladimir Putin, è un segnale politico: le tonache remano in sintonia. Kirill accoglie Zuppi con cordialità: «Il cardinale è accompagnato da fratelli che conosco bene». Poi entra nel merito, come riferisce l’agenzia Ria Novosti: «Le Chiese possono lavorare insieme per servire la causa della pace e della giustizia. È importante che tutte le forze del mondo si uniscano per prevenire un grande conflitto armato». La preoccupazione è condivisa ma i tavoli che possono determinare una svolta sostanziale sono altrove.

La seconda giornata dell’inviato di papa Francesco comincia presto e con un colloquio inatteso: di fronte a Zuppi si materializza Maria Llova-Belova, commissaria russa per i diritti dei bambini. Il cardinale mantiene la promessa fatta agli ucraini a inizio giugno e sollecita il Cremlino sul delicato tema dei «rimpatri dei rifugiati» (come lo chiamano i russi) e dei «bimbi deportati» come vengono definiti da Volodymyr Zelensky. Sulla funzionaria russa, come sullo stesso Putin, pende un ordine di arresto della Corte penale internazionale con l’accusa di «deportazione illegale di bambini», che Belova ha sempre respinto come false. «La Santa Sede è impegnata a favorire il ritorno dei piccoli ucraini, come ha già fatto per lo scambio di prigionieri», trapela dal Vaticano, da dove le vicende moscovite sono seguite con particolare attenzione. La stretta di mano con Belova crea polemiche in Italia per il ruolo discutibile della commissaria; i dilettanti sono convinti che per fare la pace si debba parlare con gli amici e non con i nemici.

Lo sforzo diplomatico del Papa sotto gli occhi del mondo è considerato coraggioso, nobile ma non del tutto efficace. È difficile smuovere due contendenti che da un anno e mezzo si sparano, è strada impervia convincere l’uno e l’altro che «un nemico deve diventare col tempo un avversario con il quale si parla», come auspicava il presidente della Cei medesimo alla vigilia del viaggio. Sulla stessa linea di grande cortesia formale (e poco più) è l’incontro più importante della giornata di mercoledì, quello serale con il consigliere speciale del Cremlino per la politica estera, Yuri Ushakov. Secondo l’agenzia Tass «la questione dei rifugiati, compresi i minori, è stata il tema centrale» discusso fra l’emissario del pontefice e il Richelieu di Putin. Entrando nel merito, l’arcivescovo di Mosca Paolo Pezzi ha puntualizzato: «L’incontro si è svolto in un’atmosfera positiva con un argomento su tutti, quello che riguarda i problemi umanitari, quindi scambio di prigionieri e bambini».

L’agenda ufficiale è ferma ai primi due punti e soltanto il tempo saprà dire se i colloqui sono destinati ad avere conseguenze positive. Di sicuro a Kiev si attendono un’apertura, anche se non subito. Le vie della diplomazia vanno percorse con passo sicuro, quindi senza correre. Lo conferma il portavoce Peskov che sottolinea: «Abbiamo un alto apprezzamento degli intenti vaticani nella ricerca di una soluzione pacifica alla crisi ucraina e accogliamo gli sforzi del Papa nel contribuire alla cessazione del conflitto armato. Però nessun accordo specifico è stato raggiunto fra il cardinale Zuppi e Ushakov. Si è trattato di uno scambio di vedute su questioni umanitarie nel contesto della situazione ucraina. Non ci sono decisioni specifiche o accordi; se necessario il dialogo continuerà». Sembrerebbe una frenata, forse è solo effetto del linguaggio burocratico. Più ottimista sembra il Nunzio apostolico a Mosca, monsignor Giovanni D’Aniello: «La missione che il Santo Padre ha affidato al cardinal Zuppi è di individuare e incoraggiare iniziative umanitarie che permettano di iniziare un cammino che possa portare alla tanto desiderata pace».

Al termine dell’intensa due giorni moscovita, il presidente della Cei in missione per conto del Papa ha incontrato nella cattedrale dell’Immacolata la comunità cattolica, concelebrando in russo con vescovi e sacerdoti una funzione religiosa e portando «il saluto, la vicinanza e la preghiera di papa Francesco, che sta pregando per la pace». Nel pomeriggio l’arcivescovo di Bologna torna a Roma con i dossier pieni di speranza. La sensazione palpabile è che i contendenti siano interessati ad avere come interlocutore il Vaticano – sia per il prestigio, sia per lo spirito propositivo, sia per l’equidistanza diplomatica – ma ritengano che i passi decisivi debbano arrivare da Washington. Diceva Giulio Andreotti: «La pace si celebra in chiesa ma si costruisce in sacrestia».

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