Kiev nella Nato? Il caos siriano apre spiragli
Volodymyr Zelensky (Getty Images)
  • Al tavolo dei negoziati coi russi, oltre che il Kursk invaso, potrà finire pure il destino della Georgia e della Siria, che è strategica per Mosca. Sono mezzi di pressione grazie ai quali l’Ucraina, che sarà smembrata, aspira a ottenere un solido ombrello difensivo.
  • Olaf Scholz promette altri aiuti. Sergej Lavrov: «Niente pause per lasciar riarmare il nemico».

Lo speciale contiene due articoli.

Kiev, Tbilisi e Aleppo distano migliaia di chilometri, ma per Mosca adesso sono vicinissime.

Fino a qualche settimana fa, sembrava che al tavolo dei negoziati sul futuro dell’Ucraina, per fare pressione su Vladimir Putin, l’Occidente avrebbe portato il Kursk invaso e la minaccia dei missili a lungo raggio. Ma a questo punto, sul piatto della bilancia potrebbero essere messe pure la Georgia delle proteste pro Ue e la Siria, ripiombata nell’inferno dell’avanzata jihadista.

Sono due scenari delicatissimi per i russi: essi non possono permettersi una nuova «rivoluzione arancione», come l’ha chiamata il Cremlino ieri, in un altro degli Stati che considerano un satellite; e non possono permettersi di perdere lo sbocco diretto sul Mediterraneo, assicurato loro dal porto di Tartus, né la base aerea di Hmeimim. In più, c’è in ballo la reputazione: non hanno mai avuto l’ambizione di diventare i poliziotti del mondo, ma ormai, immersi nel bagno di sangue del Donbass, rischiano di non riuscire a essere più nemmeno i poliziotti della regione sotto la loro egida. Dinanzi al caos seminato in Medio Oriente dall’amministrazione Obama, l’ordine imposto in Siria, anche a colpi di «macelleria», era stato uno dei più grandi successi internazionali della cinica politica dello zar. Una figuraccia lì potrebbe far vacillare la fedeltà dei tanti vassalli, sconvolgendo lo scacchiere postsovietico. E non è manco un ottimo biglietto da visita da spedire in Cina, un’alleata ingombrante, sempre più in posizione di vantaggio rispetto alla Federazione. Putin deve temere uno smacco storico. I suoi servizi segreti – forse sopravvalutati? – ne hanno già subiti due: quando non sono stati in grado di anticipare lo sconfinamento delle truppe di Volodymyr Zelensky e ora che sono stati colti di sorpresa dai ribelli anti Assad.

L’indebolimento geopolitico di Mosca diventerà un fattore di peso al momento dei negoziati con l’Ucraina. La cessione, ancorché de facto e non de iure, dei territori già strappati a Kiev, a cominciare dalla Crimea, non sembra essere in discussione. È un caposaldo della strategia di Keith Kellogg, il delegato scelto da Donald Trump per risolvere lo stallo a Est. Persino Volodymyr Zelensky si è rassegnato all’idea di lavorare alla riconquista solo con «mezzi diplomatici». Ieri lo ha ribadito a un’agenzia stampa giapponese, Kyodo news: «Il nostro esercito non ha la forza» di riprendersi le regioni perdute. Intervistato dal Financial Times, il suo ex ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba, ha addirittura paventato una sconfitta sul campo.

La vera partita si gioca su ciò che sarà dell’Ucraina dopo lo smembramento. Il presidente, ad esempio, pretende l’ingresso nella Nato. E vuole strumenti idonei a difendersi, ovvero a tenere sotto tiro il nemico. Tra le ipotesi, c’è l’invio di truppe Ue. Sergej Lavrov, il capo della diplomazia russa, ieri ha chiarito: non sarà accettata una tregua che consenta a Kiev di riarmarsi. Ma soggiogare l’Ucraina non è un obiettivo che si possa ottenere al prezzo di veder disgregata la propria influenza in altre zone di attrito con l’Occidente (la Georgia, appunto) e in Medio Oriente. Ed è evidente che Washington, almeno finché alla Casa Bianca ci sarà Joe Biden, intende approfittare del caos siriano – ammesso non abbia contribuito a innescarlo. Nella serata di domenica, l’aviazione statunitense ha bombardato basi e veicoli degli sciiti iracheni, sostenitori del regime di Bashar al-Assad. Ieri, Usa e Ue hanno proposto un congelamento delle sanzioni all’autocrate di Damasco, purché la smetta di foraggiare Hezbollah. La logica è la stessa: ridisegnare l’assetto della zona sotto al naso dei russi. Ecco perché questi ultimi accelerano per trovare una via d’uscita dal pantano siriano, promuovendo colloqui a tre con Iran e Turchia. Ankara, al solito, si muove in maniera ambigua. Ma al di là delle numerose frizioni, Putin ne ha bisogno per definire i contorni della difficile pace in Ucraina e per individuare un equilibrio condiviso in Medio Oriente. E non è un caso se, sul Ft, il magnate russo, Konstantin Malofeyev, abbia suggerito allo zar di mandare «a farsi fottere» Kellogg, a meno che l’uomo di Trump non accetti di aprire un dialogo su «questioni di ordine globale», sul «futuro dell’Europa e del mondo». Per la Federazione, il fronte della lotta è unico. Più che un impero, è in bilico la sopravvivenza.

I media e i politici occidentali hanno toppato le previsioni di sventura sulla campagna bellica di Mosca. La Russia ha retto militarmente ed economicamente e porterà a casa risultati ragguardevoli. Ma i contraccolpi non vanno sottovalutati: Paesi confinanti e storicamente neutrali – Svezia e Finlandia – sono entrati nell’Alleanza atlantica; e se la situazione negli altri teatri cruciali per la Russia rimanesse incandescente, anche l’Ucraina senza Donbass e Crimea potrebbe seguire un percorso d’integrazione in Ue e Nato. La faglia da cui è scaturito il terremoto del febbraio 2022, verrebbe solo spostata più in là. Per Putin, un’architettura che si sbriciola sarebbe un insuccesso strategico. Ma il revanchismo di Kiev e la risurrezione jihadista non sarebbero una buona notizia neanche per noi.

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