In manette il galoppino di Sánchez. Ora il premier socialista è in bilico
Pedro Sanchez (Ansa)
Santos Cerdán, ex numero tre del Psoe, finisce in carcere con l’accusa di corruzione e associazione a delinquere. I vescovi: «Decida il popolo». E pure «El País» chiede le dimissioni: «La sinistra rispetti la democrazia».

«La detenzione di Santos Cerdán ha oltrepassato i limiti di ciò che è accettabile per un partito salito al potere all’insegna dell’onestà», scriveva ieri El Confidencial, riassumendo lo sconcerto dei fedelissimi ma anche degli elettori di Pedro Sánchez per l’indagine che ha travolto l’apparato del premier ai massimi livelli.

L’ex numero tre del Psoe, benché abbia sostenuto nella sua deposizione del 30 giugno di essere «l’artefice di governi progressisti» e vittima di «persecuzione politica», non ha convinto il giudice della Corte suprema Leopoldo Puente, che ne ha disposto l’arresto. Da due giorni l’ex segretario organizzativo, che ha ammesso di aver negoziato la legge di amnistia con il partito Junts per Catalunya perché «era la parte chiave per garantire l’investitura di Pedro Sánchez», così pure l’accordo con il Partito nazionalista basco (Pnv), è rinchiuso nel centro penitenziario di Madrid V, meglio noto come Soto del Real. Senza possibilità di cauzione, perché secondo Puente «la sua vera situazione finanziaria e gli eventuali contatti e/o risorse che potrebbe avere all’estero sono ancora sconosciuti».

Inoltre, «ci sarebbe un fondato pericolo che egli possa procedere a nascondere, distruggere o alterare fonti di prova rilevanti». Non può lamentarsi Cerdán, è finito nel carcere dei Vip con piscina, campi da squash, palestre, il suo sistema di moduli adattati a diversi profili (detenuti senza precedenti, con buona condotta, oltre i 45 anni e altro), ma sempre di galera si tratta.

Nell’inchiesta sul «caso Koldo», riscossione di commissioni in cambio dell’assegnazione di appalti, l’ex factotum è indagato per reati tra cui appartenenza a un’organizzazione criminale, corruzione e traffico di influenze illecite. Nelle 22 pagine della sentenza, la Corte indica che Cerdán, mentre era il braccio destro del premier, nell’organizzazione a delinquere rappresentava «la persona incaricata di riscuotere premi in denaro, commissioni o tangenti in cambio delle quali venivano assegnati gli appalti illeciti» su cui sta indagando l’Uco, l’organo centrale del servizio di polizia giudiziaria della Guardia civil.

La svolta, nelle indagini, sono stati gli audio che Koldo García, già consigliere dell’ex ministro dei Trasporti socialista José Luis Ábalos, ha registrato segretamente per anni. Sono stati trovati durante le perquisizioni e ritenuti attendibili dal giudice. La pubblicazione del rapporto, con le prove che era Cerdán a esigere le somme dovute dalle imprese edili indebitamente favorite, a riscuoterle e a inoltrarle ad Ábalos e García, ha portato alle dimissioni dell’ex segretario organizzativo da tutti i suoi incarichi all’interno del Psoe.

Puente stima che l’importo ricavato dalla corruzione attraverso le tangenti possa superare i 5 milioni di euro e che altre persone fisiche o giuridiche potrebbero aver beneficiato di tangenti per contratti irregolari. Per Ábalos e il suo ex consigliere non è stata chiesta la detenzione ma il mantenimento delle misure precauzionali, quali il divieto di viaggio e la revoca del passaporto.

«Non nasconderemo la corruzione che si diffonde tra le nostre fila, per quanto dolorosa possa essere», proclamava Sánchez a metà giugno, sostenendo che il suo partito «è un’organizzazione pulita». La portavoce del governo, Pilar Alegría, ieri ha escluso che il Psoe sia coinvolto come «persona giuridica» nel caso Cerdán. Ma il terremoto ha sconvolto la leadership del premier socialista, che giusto sette mesi fa riconfermava il segretario organizzativo del Psoe.

Alberto Núñez Feijóo, presidente del Pp, ha cambiato idea sulla presentazione di una mozione di sfiducia che prima riteneva non praticabile mancando i numeri per far cadere Sánchez. Ieri ha chiesto al portavoce del Popolari al Congresso, Miguel Tellado, di convocare i partner parlamentari del Psoe per verificare se continuano a sostenere il primo ministro o se appoggeranno la mozione di sfiducia.

Junts ha messo come condizione l’incontro tra Feijóo e Carles Puigdemont a Waterloo, dove il leader catalano si trova in esilio, per discutere del futuro della legislatura spagnola, ma il presidente dei Popolari si è rifiutato. I partiti Bng ed Erc, rispettivamente catalano e gallego, hanno già detto che non si conti sul loro appoggio.

Che cosa deciderà il premier nelle prossime ore, mentre cresce la protesta sui social e perfino durante i concerti quando gli vengono lanciati insulti come è accaduto a Siviglia durante l’esibizione di JC Reyes, cantante di musica urban? Anche i vescovi hanno preso posizione. «La via d’uscita da questa situazione di stallo istituzionale è dare voce ai cittadini», ha dichiarato il presidente della Conferenza episcopale, Luis Argüello, chiedendo di fatto la fine del governo.

Perfino un quotidiano come El País, che ha sempre sostenuto il premier, ieri scriveva: «Il presidente Sánchez dovrebbe dimettersi? Senza giri di parole, sì […] manca di legittimità per governare».

L’opinionista Javier Cercas ricordava che anche la moglie del premier e suo fratello sono indagati per altri reati, e che affermare che non si dimetterà per non consegnare il governo alla destra e all’estrema destra «è inquietante: in una democrazia, non dovrebbero governare coloro che hanno il sostegno della maggioranza, che ci piaccia o no?». Per poi aggiungere: «Se la sinistra ignora la democrazia […] cessa di essere di sinistra».

Non servono elezioni, Sánchez dovrebbe lasciare il suo posto a un altro dirigente socialista. «La sua apparente sconfitta sarebbe la sua più grande vittoria», concludeva Cercas.

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