- Repubblica parla di uno scambio. Ma per la stessa cosa il produttore è stato linciato.
- Tmz pubblica la foto dell’attrice seminuda con Jimmy Bennett: sarebbe stata scattata dopo il rapporto. Online pure gli sms mandati a Anthony Bourdain e a un amico a cui avrebbe rivelato tutto. La debole scusa: «Ho scoperto che era un minore solo quando ha chiesto soldi».
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Qualora le accuse di Jimmy Bennett trovassero, negli accertamenti della polizia di Los Angeles, una qualche conferma, Asia Argento sarebbe tacciata di abuso su minore. Bennett, quel 9 maggio 2013, aveva solo 17 anni. Uno meno di quanto serve in California per raggiungere l’età del consenso. La Argento, invece, 37.
Eppure, a Repubblica, questa deve essere sembrata un’inezia. Perché, ha scritto Elena Stancanelli, l’episodio raccontato, con dovizia di dettagli, dal New York Times e da Tmz ha le stigma dello scambio commerciale. «Tra due persone ci può essere del sesso brutto, e anche del sesso che il giorno dopo ti fa sentire in colpa, del sesso concesso/dato per sbaglio eccetera», ha cominciato la scrittrice. «Ma quel sesso non è un reato. È un errore. Un errore clamoroso talvolta, ma uno degli infiniti errori che facciamo nella nostra vita. Non sto parlando di stupro, sia chiaro. Lo stupro è un reato, e come tale viene trattato. Sto parlando di sesso tra due persone che hanno una relazione emotiva di qualche tipo, che sono nella stessa stanza senza che qualcuno le abbia costrette, o da qualsiasi altra parte, nell’incertezza di qualcosa che può accadere o anche no». Ma, è la conclusione retorica, «se quella cosa accade, senza che una delle due venga legata, o picchiata, può essere considerata violenza? Può essere, davvero, considerata un reato la violenza psicologica, quella che spinge un sottoposto a far sesso con un superiore, un ragazzino con una donna adulta bella e famosa, una ragazzina con un regista che le promette un ruolo in un film?», ha chiuso la Stancanelli, azzardando che «forse quella cosa lì si chiama scambio». Forse, perché oggi conviene rivedere la propria morale, così da assolvere Asia Argento propagandando quella calma serafica e razionale che al Fausto Brizzi di turno è, però, stata negata.
Repubblica si è fatta viatico di concetti sacrosanti, chiedendosi, a ragione, se sia legittimo denunciare come violenza uno scambio che a distanza di anni si sia rivelato svantaggioso. Il rammarico, l’unico, è che la riflessione sia arrivata tardi. Quando, cioè, a essere strappata alla ferocia del pubblico doveva essere l’anima tormentata di Asia Argento, volto del Me too, mica quella di Harvey Weinstein. Al produttore di Hollywood, crocefisso quale emblema delle derive torbide del patriarcato e dell’abuso di potere, nessuno ha usato una tale cortesia. Weinstein è stato giustiziato pubblicamente, e al suo cospetto ogni attrice s’è trasformata in vittima impotente. In un esserino innocuo, per nulla determinato ad arraffare la propria fetta di torta. Nessuna transazione s’è consumato nella Hollywood dell’orco, nessun reciproco vantaggio.
Quel barlume di senno e buon senso e di uguaglianza in senso stretto proposto da Repubblica ha fatto capolino nel circolino dell’intellighenzia buonista come extrema ratio pro Argento. Propagandare una doppia morale o sostenere, acriticamente, che un uomo non possa subire controvoglia le effusioni di una donna non sarebbe stato opportuno. Così, ecco la soluzione: Asia Argento non avrebbe abusato del proprio ruolo circuendo un ragazzino disturbato. Uno che, stando al New York Times, l’avrebbe vista come una madre. No, la Argento avrebbe avuto con il ragazzino un rapporto consensuale, e questi avrebbe scelto di denunciarla, cinque anni più tardi, perché da quel rapporto consensuale non avrebbe cavato un fico secco. Sarebbe stata una ripicca, un modo per monetizzare una delusione. E poco importa che lo schema sia identico a quello che ha decretato la fine di Weinstein. Il produttore, grassoccio e lubrico, non meritava d’essere salvato.
Claudia Casiraghi
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