Siamo alle battute ultime dello scambio di concessioni: sblocco dei fondi europei in favore dell’Ungheria, per ottenere da Budapest il via libera a nuovi aiuti per l’Ucraina. Il Consiglio europeo vuole convincere il premier Viktor Orbán ad acconsentire ai negoziati di adesione di Kiev all’Ue, e mercanteggia perché approvi il fondo speciale di 50 miliardi di euro da consegnare a Volodymyr Zelensky. Oggi e domani, infatti, i leader Ue si incontrano a Bruxelles per decidere il rinnovato sostegno economico all’Ucraina.
Ieri, il primo ministro ungherese ha dichiarato di essere «disposto a fare affari finanziari», arrivando a dei compromessi, ma non a «fare accordi strategici o politici sulle questioni finanziarie». Non intende confondere questioni di denaro e di principio. «L’Unione europea si sta preparando a commettere un terribile errore, e bisogna impedirlo anche se 26 (Stati, ndr) vogliono farlo, e solo noi siamo contrari», aveva ribadito. Una rapida adesione «avrebbe conseguenze devastanti per gli agricoltori europei, il bilancio Ue e la sicurezza europea», ha scritto su X, «non serve gli interessi né dell’Ungheria, né dell’Unione Europea, quindi non possiamo sostenerlo».
Però martedì il principale consigliere del primo ministro, l’avvocato Balazs Orban, ha detto a Bloomberg che Budapest è pronta a ritirare il suo veto su un nuovo pacchetto di aiuti, se Bruxelles accetta di sbloccare tutti i fondi che sono stati congelati. Si tratterebbe di circa 30 miliardi di euro.
Dalla fine dello scorso anno, la Commissione europea ha sospeso quasi 22 miliardi di euro di fondi di coesione e i 10,4 miliardi di euro del piano di ripresa e resilienza destinati all’Ungheria. Per potervi accedere, il governo di Orbán avrebbe dovuto attuare una serie di riforme legate alla protezione dei diritti umani e allo stato di diritto.
Lo scorso maggio, l’Ungheria ha introdotto una serie di riforme legislative per soddisfare i requisiti, rafforzando il Consiglio giudiziario nazionale (Njc) salvaguardandone l’indipendenza giudiziaria, ma Bruxelles vuole altro. Intanto, però, l’Ue è disposta a sbloccare 10,4 miliardi di euro, (6,5 miliardi di euro in sovvenzioni e 3,9 miliardi di euro in prestiti a basso costo) dal fondo di ripresa post pandemia, anticipandone subito 500 milioni.
In cambio, Orbán dovrebbe ammorbidire le sue posizioni contrarie a nuovi aiuti all’Ucraina. Negoziati che è più realistico definire mercimonio: la Commissione europea «sta lavorando a un piano B per aggirare il veto dell’Ungheria sulla fornitura di aiuti finanziari su base bilaterale al Paese devastato dalla guerra», riferisce bne IntelliNews.
L’operazione viene fatta passare come un ricatto messo in atto dal premier ungherese, mentre in realtà è l’Unione europea pronta a rimangiarsi decisioni prese (fondi bloccati con l’accusa di «deriva antidemocratica» del governo di Orbán) pur di avere l’approvazione compatta di tutti gli Stati membri.
Alla vigilia del Consiglio europeo, il premier Giorgia Meloni ha avuto una conversazione telefonica con Zelensky, confermando il sostegno del governo italiano alle autorità e alla popolazione ucraina. «Dobbiamo tenere conto di tutte le sensibilità, ma essere uniti ed esprimere il nostro supporto per l’Ucraina e per fare dei passi avanti verso l’allargamento della Ue», ha dichiarato ieri il presidente del consiglio europeo, Charles Michel, annunciando che avrebbe già incontrato nel pomeriggio Orbán. In quanto alla posizione del premier ungherese, contrario all’adesione di Kiev, ha detto: «Per prendere alcune decisioni serve l’unanimità e dobbiamo rispettare i trattati. Il mio compito è di essere il guardiano dell’unità. Siamo forti se siamo uniti».
L’Ungheria sostiene che Kiev non è pronta per l’adesione, si è detta preoccupata per i costi in termini di assistenza finanziaria e di onere per le istituzioni dell’Ue, ma la questione urgente non è l’avvio dei negoziati per fare entrare l’Ucraina in Europa. A Bruxelles preme avere, adesso, un fronte compatto favorevole ad aiutare a Zelensky con 50 miliardi di euro. Ecco perché utilizza la promessa di sbloccare i fondi a Budapest come merce di scambio per ottenere l’approvazione del primo ministro ungherese.
La Slovacchia si è detta pronta a sostenere l’apertura del negoziato di adesione di Kiev alla Ue, e forse anche al sostegno economico. La contropartita, ancora non è nota. L’ex presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, nuovo primo ministro polacco, arrivando al vertice Ue ha detto che il suo ruolo sarà quello di rafforzare la determinazione europea a sostenere efficacemente Kiev contro l’invasione della Russia. «L’apatia sull’Ucraina è inaccettabile», ha dichiarato Tusk, aggiungendo che cercherà di convincere «alcuni Stati membri», con evidente riferimento all’Ungheria. Intanto, però, in Polonia rimane il blocco dell’import di grano ucraino.
E mentre si compie la farsa dell’Europa «unita» nel sostenere Zelensky, il centesimo sondaggio di Eurobarometro diffuso ieri dalla Commissione Europea rivela che la percentuale dei favorevoli a finanziare l’acquisto e la fornitura di armi all’Ucraina è calata dal 64% di maggio-giugno, al 60% in ottobre-novembre. Una diminuzione di quattro punti percentuali. In calo anche la percentuale (dal 64% al 61%) di cittadini europei che appoggiano la decisione di fare entrare dare Kiev nella Ue. E si registra una leggera incrinatura nella disponibilità ad accogliere i rifugiati dalla guerra: la quota dei favorevoli è scesa dall’86% all’84%.
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