DeSantis si candida alle presidenziali e sfida Trump con l’assist di Musk
Ron DeSantis (Ansa)
  • Il governatore della Florida annuncia su Twitter la discesa in campo per le primarie. Ora dovrà vedersela con il tycoon, rinvigorito dall’incriminazione. Dalla sua però ha grande seguito per le battaglie anti gender.
  • L’alternativa a The Donald è stata una spina nel fianco di Joe Biden su virus e migranti. Ed è in prima fila contro l’indottrinamento liberal nelle scuole e la censura su Internet.

Lo speciale contiene due articoli.

Ron DeSantis si è candidato alla nomination presidenziale repubblicana del 2024. A renderlo noto è stato lui stesso alla mezzanotte italiana durante una conversazione con Elon Musk su Twitter Spaces. Quando La Verità è andata in stampa ieri sera, l’annuncio non era ancora avvenuto. Tuttavia era stato confermato in anticipo da Fox News, Nbc e Cnn. D’altronde, non era un mistero che il governatore della Florida nutrisse ambizioni presidenziali. E adesso è pronto a diventare il principale contendente di Donald Trump, che, candidatosi lo scorso novembre, è tornato ieri ad attaccare DeSantis, definendolo «sleale».

Il numero di partecipanti alle primarie repubblicane sta quindi crescendo. Venerdì, si era candidato il senatore Tim Scott, mentre nei mesi scorsi erano scesi in campo l’ex ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, l’imprenditore Vivek Ramaswamy e l’ex governatore dell’Arkansas, Asa Hutchinson. È inoltre atteso a breve un annuncio da parte dell’ex vicepresidente, Mike Pence, mentre continuano a riconcorrersi voci di una candidatura del governatore della Virginia, Glenn Youngkin. Per il momento, è Trump a dominare la scena. Dopo un periodo di difficoltà seguito alle ultime midterm, l’ex presidente sembra aver beneficiato dell’incriminazione subita a fine marzo: da allora è tornato a salire nei sondaggi e la sua raccolta fondi si è impennata. Del resto, proprio l’incriminazione ha ridotto finora i margini di manovra dei suoi rivali interni attuali e potenziali. Fatta eccezione per Hutchinson (profilo politicamente debole, che porta avanti una candidatura apertamente antitrumpista), tutti gli altri si sono affrettati a difendere l’ex inquilino della Casa Bianca dal procuratore distrettuale di Manhattan, Alvin Bragg. Non è forse un caso che DeSantis, apparso in grande spolvero nei sondaggi tra novembre e gennaio, abbia iniziato a faticare a seguito dell’incriminazione. Ed è dunque qui che emerge la grande sfida della sua candidatura.

Il governatore ha molte carte da giocarsi. È l’unico a disporre di un carisma in grado di contrastare quello di Trump. Inoltre, rispetto a quest’ultimo, è molto più giovane e senza zavorre giudiziarie. Non solo. DeSantis è stato trionfalmente rieletto a novembre e ha contribuito a trasformare la Florida, uno Stato da sempre in bilico, in un feudo repubblicano. E proprio il «modello Florida» costituisce un punto di forza per il governatore, che ha intenzione di proporre a livello nazionale le ricette da lui finora adottate sul piano statale. Che DeSantis abbia le carte in regola per farcela è testimoniato anche dal fatto che, tra inizio marzo e inizio aprile, un suo Super Pac ha rastrellato 30 milioni di dollari. Il fatto stesso che Musk abbia tenuto a battesimo la sua candidatura lascia intendere che il proprietario di Twitter possa presto schierarsi ufficialmente con lui. Il che rappresenterebbe un notevole vantaggio mediatico e politico per DeSantis: Musk è oggi molto apprezzato da ampi strati dell’elettorato repubblicano e, sebbene pochi giorni fa abbia elogiato Tim Scott, a novembre aveva espresso l’intenzione di sostenere il governatore della Florida.

Eppure, il grosso punto interrogativo che aleggia sulle primarie repubblicane è quello della capacità di attrarre il voto degli elettori indipendenti, senza cui arrivare alla Casa Bianca è impossibile. Chi ha più chance tra Trump e DeSantis su questo fronte? A prima vista, molti pensano che l’ex presidente non sia adatto ad attrarre gli elettori indipendenti. In parte, è così. Trump è un nome divisivo che, in alcuni casi, allontana anziché attirare. Eppure va detto che, al momento, l’ex presidente è l’unico che sta conducendo una campagna ideologicamente trasversale, per coprire il Partito repubblicano sul fronte dei diritti sociali: si pensi alla sua difesa del programma sanitario Medicare o del programma previdenziale Social security. Si tratta di una strategia con cui Trump punta a conquistare i colletti blu della Rust Belt. DeSantis, dal canto suo, si è finora espresso poco sui temi sociali (probabilmente per non alienarsi le simpatie delle frange più ortodosse del Gop). Ha invece scommesso molto sul contrasto all’ideologia woke, battendosi contro l’indottrinamento liberal nelle scuole e contro le ingerenze progressiste di Disney nella legislazione della Florida. Una strategia questa che gli consente di posizionarsi bene rispetto agli elettori delle primarie, ma che non è ancora detto possa aiutarlo troppo alla General election. Tradizionalmente gli elettori indipendenti non sono interessati alle cosiddette «guerre culturali». Ragion per cui DeSantis dovrà sbrigarsi ad allargare il ventaglio dei suoi cavalli di battaglia, se vuole essere competitivo per la Casa Bianca.

Infine, attenzione a Rupert Murdoch: secondo il sito Axios, il fatto che DeSantis abbia annunciato la discesa in campo sulla piattaforma di Musk anziché su Fox potrebbe essere letto come una stoccata all’impero mediatico del magnate. Del resto, se a novembre quest’ultimo era sembrato puntare sul governatore, i rapporti tra i due hanno iniziato a scricchiolare, dopo che DeSantis definì la guerra in Ucraina una «disputa territoriale» (salvo poi fare marcia indietro). Senza trascurare che il siluramento di Tucker Carlson dalla Fox ha creato non poco malumore tra gli elettori conservatori: circostanza di cui DeSantis potrebbe aver tenuto conto.

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