Sarà il precedente di un candidato dem a far crollare le accuse a Trump
Donald Trump (Getty Images)
  • Il processo traballa e un caso simile aiuta la difesa di The Donald che tuona: «Stanno usando la giustizia per vincere le elezioni».
  • Il tycoon è incriminato per «conspiracy», una sorta di associazione a delinquere. Ma sui giornali è cospirazione, così suona peggio.

Lo speciale contiene due articoli.

Donald Trump va al contrattacco. Martedì sera, dopo l’udienza preliminare a New York per l’incriminazione promossa dalla Procura distrettuale di Manhattan, l’ex presidente ha fatto ritorno nella sua villa di Mar-a-Lago in Florida, dove ha tenuto un discorso durissimo.

«Non avrei mai pensato che potesse accadere qualcosa del genere in America. Non avrei mai pensato che potesse accadere», ha dichiarato. «L’unico crimine che ho commesso è difendere senza paura la nostra nazione da coloro che cercano di distruggerla», ha aggiunto. «Il criminale è il procuratore distrettuale perché ha fatto trapelare illegalmente enormi quantità di informazioni del gran giurì, per le quali dovrebbe essere perseguito o, come minimo, dovrebbe dimettersi», ha proseguito, riferendosi al procuratore di Manhattan, Alvin Bragg.

L’ex presidente ha anche attaccato il giudice che supervisionerà il suo processo, Juan Merchan, accusandolo di faziosità. «Il nostro sistema giudiziario è diventato illegale. Lo stanno usando ora, oltre a tutto il resto, per vincere le elezioni», ha aggiunto, criticando gli altri procedimenti giudiziari che dovrà affrontare (dalla presunta interferenza nelle elezioni del 2020 in Georgia alla questione dei documenti classificati indebitamente trattenuti). Insomma, l’ex presidente non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro. E, come già annunciato poche ore prima di presentarsi al tribunale di New York, punta a rimanere in corsa per la nomination presidenziale repubblicana del 2024. «Condanniamo qualsiasi attacco contro i giudici o il sistema giudiziario», ha detto la Casa Bianca. Affermazione curiosa visti gli attacchi dei democratici, lo scorso anno, contro la Corte suprema sull’aborto.

A questo punto la domanda è: dobbiamo aspettarci un Trump rafforzato o indebolito da tale situazione? È magari un po’ presto per dirlo. Ma ci sono degli elementi che potrebbero andare a suo vantaggio. Innanzitutto, l’impianto accusatorio, articolato da Bragg in 34 capi d’imputazione, è traballante ed è stato definito «deludente» anche dalla testata liberal Vox. Il procuratore ha accusato l’ex presidente di aver falsificato i documenti aziendali della Trump Organization in riferimento ai pagamenti versati a tre persone, con lo scopo di evitare che potessero uscire rivelazioni compromettenti su di lui. Ora, la falsificazione di documenti aziendali non è un reato grave per la legge dello Stato di New York. In tal senso, Bragg punta a dimostrare che «Trump ha ripetutamente e fraudolentemente falsificato i documenti aziendali di New York per celare una condotta criminale, che nascondeva informazioni dannose agli elettori durante le elezioni presidenziali del 2016». In altre parole, l’ex presidente avrebbe violato le normative sui finanziamenti elettorali: il che, se dimostrato, si configurerebbe come un reato grave.

Ed è qui che emerge il problema. Esiste un precedente che gioca a favore di Trump. Nel 2012, l’ex candidato presidenziale dem, John Edwards (sconfitto da Obama nelle primarie del 2008), finì sotto processo con l’accusa di aver indebitamente usato fondi elettorali per nascondere una relazione extraconiugale durante la sua campagna elettorale del 2008. Il processo naufragò, dal momento che la giuria non fu in grado di dimostrare che Edwards avesse usato quei soldi per tutelare la propria campagna e non, magari, per salvaguardare la privacy della sua famiglia.

Si tratta di un precedente pesante, a cui ricorrerà certamente il team legale di Trump. D’altronde, nonostante l’altro ieri abbia detto di aver raccolto nuove prove, lo stesso Bragg, fino a pochi mesi fa, era scettico sulla solidità del caso.

Ebbene, un impianto accusatorio tanto debole favorisce la tesi trumpista della persecuzione giudiziaria. Tesi a sua volta rafforzata da due elementi. Primo: Bragg appartiene al Partito democratico e, secondo il New York Post, ricevette indirettamente dal magnate liberal George Soros finanziamenti per la sua campagna elettorale del 2021 tramite l’organizzazione Color of change. Secondo: stando a quanto rivelato dal Daily Mail, la figlia del giudice Merchan, Loren, ha lavorato per il comitato elettorale di Kamala Harris, quando quest’ultima si candidò alla nomination presidenziale democratica del 2020.

Non è allora, forse, un caso che, dopo la presentazione dei capi di imputazione, gran parte del Partito repubblicano sia tornato a fare quadrato attorno a Trump. A difenderlo contro Bragg non sono stati soltanto i suoi alleati, come lo speaker della Camera Kevin McCarthy , ma anche alcuni dei suoi più severi avversari interni, che non sperano affatto in una sua nuova vittoria elettorale: dal senatore Mitt Romney all’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton. In particolare, Romney ha accusato Bragg di «criminalizzare gli oppositori politici», mentre Bolton si è detto «straordinariamente angosciato» dall’incriminazione.

Tra l’altro, anche in ambienti dem qualcuno teme che un impianto accusatorio tanto claudicante possa rivelarsi prima o poi un boomerang per l’asinello. Del resto, nelle scorse ore, il team elettorale dell’ex presidente ha annunciato di aver raccolto dieci milioni di dollari da quando, giovedì scorso, è stata data la notizia dell’incriminazione.

Le difficoltà non mancano, di certo. Ma il magnate ex presidente è ancora tutt’altro che fuori gioco.


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