- Oltre a supportare i suoi alleati tradizionali, il leader intrattiene rapporti più discreti con Hezbollah e il suo sponsor sciita, Teheran. Con cui c’è sintonia pure sugli Huthi.
- Le limitazioni Usa all’invio di armi hanno favorito la nascita di un’industria nazionale.
- L’analista Giovanni Giacalone: «L’offensiva con cui Al Jolani ha conquistato Damasco è partita dalla Turchia. Ora il sultano vuol trasformare il Paese in un protettorato per condizionare l’intera regione, compresi Libano e Iraq. Israele sarebbe a rischio, per questo sostiene i drusi».
Lo speciale contiene tre articoli.
Dal 2002 in poi, con l’ascesa al potere di un esecutivo legato all’islam politico della Fratellanza musulmana, guidato da Recep Tayyip Erdogan, la Turchia ha ricercato sempre di più la proiezione internazionale del Paese. Oggi Ankara esercita influenza geopolitica in diverse regioni grazie alla sua posizione strategica tra Europa, Asia e Medio Oriente, alla sua forza militare e all’attivismo diplomatico.
Nel Caucaso e in Asia Centrale, Ankara ha stretti rapporti con l’Azerbaijan, basati su legami etnici, culturali e linguistici (panturchismo) e fornisce supporto militare nella guerra del Nagorno-Karabakh contro l’Armenia. In Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistan e Uzbekistan, la Turchia ha avviato programmi di cooperazione economica e culturale nell’ambito dell’Organizzazione degli Stati turchici, con cui promuove un’identità comune turca. Nei Balcani – vedi Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Albania, Macedonia del Nord – esercita la propria influenza tramite investimenti economici, scambi culturali e legami religiosi (islam sunnita). Mentre con Serbia e Montenegro i rapporti sono più limitati, ma in espansione, anche per contrastare l’influenza russa e quella cinese, sempre più importante.
Per Erdogan il Medio Oriente è fondamentale, e da qui derivano le numerose operazioni di influenza, ad esempio in Siria, dove è intervenuto militarmente nel Nord del Paese con l’obiettivo di contenere le milizie curde e controllare aree di confine, senza dimenticare il ruolo avuto nella cacciata di Bashar Assad. Ankara è attiva anche in Iraq, dove mantiene una forte presenza militare nel Nord per contrastare il Pkk, oltre a promuovere la cooperazione economica con il governo centrale e con la regione autonoma del Kurdistan. Fortissimo il rapporto con il Qatar, che ha salvato più volte la lira turca e il Paese dal default grazie a ingentissime iniezioni di valuta, che sono servite a mitigare le scellerate scelte economiche dello stesso Erdogan. Con il Qatar è molto forte anche la cooperazione militare: in tal senso, la Turchia ha una base militare in Qatar, situata a Doha, con un contingente di circa 5.000 persone. La Fratellanza musulmana è il collante del sostegno politico ed economico ad Hamas, con le banche turche che custodiscono i fondi del gruppo jihadista e quelli dei loro leader, che in Turchia hanno investito miliardi anche nel mercato immobiliare.
La proiezione geopolitica della Turchia si estende anche in Africa, ad esempio in Libia, dove sostiene militarmente il governo di Tripoli (Gna) ed è focalizzata su obiettivi strategici nel settore dell’energia e nel rafforzamento della propria posizione nel Mediterraneo. In Somalia, la Turchia è focalizzata sulle risorse energetiche del Paese. Il sottosuolo somalo, e in particolare i fondali marini, nascondono riserve potenzialmente ricche di petrolio e gas naturale, rimaste a lungo inesplorate a causa di decenni di conflitti e instabilità. La Turchia non si ferma certo alla Somalia e continua la sua operazione di espansione in Sudan, Etiopia e Niger tramite investimenti, aiuti e soft power (istruzione, religione, cultura).
Anche l’Europa è oggetto dell’influenza turca, ad esempio in Germania, Francia, Paesi Bassi e Austria, tramite le diaspore turche e il controllo retorico su tematiche religiose e nazionaliste. Lo stesso avviene a Cipro del Nord, dove è forte la presenza militare e il sostegno politico alla Repubblica turca di Cipro del Nord, riconosciuta solo da Ankara.
Fin qui le operazioni di influenza alla luce del sole (o quasi) della Turchia. Tuttavia, Erdogan gioca anche su tavoli segreti, dove tutto è lecito, compreso il finanziamento al terrorismo. La Turchia, come emerso in una recente inchiesta di Nordic Monitor, sarebbe diventata una nuova fonte di sostegno economico per Hezbollah, il gruppo armato filo-iraniano attivo in Libano e sottoposto a crescenti pressioni internazionali a seguito delle operazioni militari israeliane e delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. In una comunicazione ufficiale indirizzata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Israele ha denunciato il coinvolgimento di Ankara in operazioni di finanziamento destinate al movimento libanese, citando voli specifici partiti dal territorio turco e contenenti ingenti somme in contanti. La denuncia è contenuta in una lettera inviata il 20 febbraio 2025 dall’ambasciatore israeliano all’Onu, Danny Danon, al segretario senerale António Guterres e ai membri del Consiglio di Sicurezza. Il documento illustra quelle che Israele definisce «gravi e ripetute violazioni» della risoluzione 1701, nonché dell’accordo di cessate il fuoco siglato con il Libano nel novembre 2024. Secondo quanto riportato nella missiva, Hezbollah starebbe ricostruendo le proprie capacità militari e sarebbe impegnato in operazioni transfrontaliere, in palese violazione degli impegni presi con la tregua. Un allegato particolarmente delicato riguarda la Turchia. L’intelligence israeliana e il Meccanismo internazionale di monitoraggio e attuazione» (Hlpf) guidato dagli Stati Uniti, evidenziano un sistema di trasferimenti finanziari verso Hezbollah attraverso intermediari turchi. I fondi, ritenuti destinati a sostenere le attività militari del gruppo, sarebbero stati incanalati tramite rotte commerciali che collegano Iran e Libano, con il coinvolgimento di entità turche nella gestione delle transazioni. Israele ha presentato prove di due voli provenienti dalla Turchia e atterrati all’aeroporto internazionale di Beirut il 7 e il 9 febbraio 2025, a bordo dei quali sarebbe stato trasportato denaro contante diretto a Hezbollah.
Benché la lettera non indichi direttamente il coinvolgimento di funzionari o enti ufficiali turchi, l’accusa non sorprende alla luce dell’orientamento sempre più ostile nei confronti di Israele da parte del governo guidato da Erdogan. Ankara ha rafforzato la propria convergenza strategica con Teheran su vari dossier regionali, dal sostegno ad Hamas alla netta opposizione all’offensiva militare promossa dagli Stati Uniti contro le milizie Huthi filoiraniane attive in Yemen. Gli agenti della Forza Quds, il ramo operativo dei Pasdaran iraniani per le operazioni estere, sarebbero attivi in Turchia da anni senza ostacoli, soprattutto dopo il collasso dell’inchiesta giudiziaria nota come «Tevhid Selam», avviata nel febbraio 2014 e considerata la più ampia indagine mai condotta nel Paese contro le reti operative iraniane. L’inchiesta aveva messo nel mirino anche figure chiave del governo turco: tra i coinvolti figuravano Seyfi Turan, consigliere speciale di Erdogan per il Medio Oriente, e Hakan Fidan, all’epoca a capo del Mit, i servizi segreti turchi. Tra gli indagati vi era anche Sitki Ayan, cittadino turco legato alla Forza Quds, accusato di aver collaborato con il generale iraniano Behnam Shahriyari, operativo in territorio turco sotto l’identità fittizia di Sayed Ali Akber Mir Vakili. Nonostante le gravi accuse, i sospettati godettero della protezione delle autorità turche, che insabbiarono il caso. Tuttavia, nel febbraio 2024, sia Ayan che Shahriyari sono stati formalmente incriminati dalla procura federale di Manhattan, con capi d’imputazione che spaziano dal finanziamento del terrorismo all’evasione delle sanzioni, fino alla frode e al riciclaggio di denaro, tutti connessi alle attività economiche illecite della Forza Quds. Ayan avrebbe svolto frequenti missioni in Libano per conto di agenti iraniani e risulterebbe legato direttamente al presidente turco. Secondo l’accusa, avrebbe elargito a quest’ultimo ingenti somme in contanti – derivanti da traffici illegali di petrolio e gas con l’Iran – sotto forma di tangenti per garantirsi copertura e impunità.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >