Gli Usa, la Francia, la Russia e la Cina. Berlino ha perso tutti i suoi «amici»
Friedrich Merz (Ansa)
  • I quattro pilastri sui cui si fondava la politica estera tedesca sono venuti meno. Pechino da junior partner è diventata una rivale. L’Europa non offre più un mercato di sbocco. E il riarmo annunciato fa paura a Parigi.
  • La parola d’ordine ora è «ausgeben»: spendere. Merz rinnega il pareggio di bilancio e annuncia investimenti per 800 miliardi.

Lo speciale contiene due articoli.

La Germania si guarda intorno e non trova più gli amici di un tempo. Per decenni ha costruito la sua forza sull’export, con un’economia che cresceva vendendo automobili, macchinari e chimica al resto del mondo. Mentre in casa stringeva la cinghia (come dimenticare il mantra della stagione di Angela Merkel: «Fare i compiti a casa»), fuori cercava sbocchi per la sua esuberante produzione industriale. È stato un modello che ha consentito qualche vantaggio di breve termine, ma che ora sta crollando su sé stesso. Non solo perché ora l’economia soffre, ma anche perché la politica estera tedesca degli ultimi trent’anni è stata rasa al suolo.

Le linee di politica estera della Germania si basavano su quattro pilastri. Il primo era naturalmente l’Unione europea, mercato da aggredire e da disegnare a propria immagine e somiglianza. La moneta comune e le politiche di austerità erano gli strumenti di una politica verso i partner europei a base di sostanziali dumping (valutario, salariale, ambientale, energetico). Ora che il mercato interno è azzoppato dall’austerità, l’industria tedesca piange.

Il secondo pilastro era la Russia. Fino al 2021 ben più di metà del gas importato dalla Germania arrivava da lì. Una dipendenza voluta e pensata come garanzia di competitività per guadagnare spazio sui mercati internazionali, con partecipazioni incrociate in iniziative dalla chimica all’energia, sino alle automobili. Ma poi, ecco la questione Ucraina. Con l’invasione, la Germania si è trovata sul tavolo il conto di una alleanza geopolitica che aveva suscitato le ire del potente alleato americano. Da alleata silenziosa della Russia, la Germania è diventata uno dei principali sponsor militari e finanziari di Kiev. Un voltafaccia che ha irritato i Paesi dell’Est europeo, prima per aver stabilito contatti diretti in un abbraccio stretto, poi per aver ribaltato le posizioni quando punta sul vivo dei propri interessi.

La terza colonna della politica estera tedesca era Pechino. La Cina era il grande mercato che doveva fornire nuova benzina alla macchina industriale tedesca e al tempo stesso una enorme fabbrica a costi molto più bassi di quelli europei. Dalle prime fabbriche Volkswagen a Shanghai nel 1984 si è passati nel 2014 al partenariato strategico globale tra i due Paesi. Pochi hanno capito che è stata la Germania ad insegnare alla Cina l’idea del salto tecnologico. Il piano « Industrie 4.0» di Berlino, che risale al 2011, è stato lo spunto per il piano «Made in China 2025» di Pechino, che risale al 2015 ed è stato fortemente voluto da Xi Jinping. La Cina ha imparato a digitalizzare la manifattura, collegare macchine e sistemi, integrare dati e produzione, scalare le catene del valore, ed oggi è il rivale da battere per antonomasia.

Infatti oggi i conti non tornano e nel 2024 il deficit commerciale tedesco con la Cina ha toccato i 66 miliardi di euro. La Cina esporta di tutto in Europa e mette in difficoltà le imprese tedesche, sia in Germania che altrove. Bruxelles ha reagito con i dazi, almeno sulle auto, mentre il governo di Berlino ha pubblicato una «China-Strategie» che parla di ridurre i rischi. Intanto, nei sondaggi della Camera di commercio tedesca in Cina, cresce il pessimismo. La lezione è, purtroppo per la Germania, molto semplice. Mentre il blocco politico-finanziario-industriale tedesco vedeva in Pechino uno junior partner e un mercato da conquistare, Pechino vedeva in Berlino un laboratorio da cui imparare. Per fagocitarlo.

Il quarto pilastro della politica estera della Germania erano gli Stati Uniti. Washington resta la meta preferita dell’export tedesco: nel 2024 l’interscambio ha superato i 250 miliardi di euro. Ma sin dal Dieselgate gli Stati Uniti hanno reagito ai continuati surplus tedeschi, fino alla deflagrazione dei dazi imposti dal rieletto Donald Trump, che già al primo giro di Casa Bianca aveva aggrottato la fronte guardando a Berlino. Senza fare troppe distinzioni, Trump ha imposto un dazio generalizzato del 15% su gran parte delle merci europee, mentre sulle auto e sull’acciaio restano al 27,5% e al 50% rispettivamente.

Già nel 1978 il cancelliere Helmut Schmidt, parlando con la Bundesbank, spiegava che per la Germania il legame con Washington non era una scelta ma una necessità: gli Stati Uniti garantivano sicurezza militare e stabilità economica. E aggiungeva che la Nato e la Comunità europea funzionavano come un «mantello» che proteggeva la Germania e la faceva accettare dagli altri, trasformando l’ex potenza aggressiva in un partner civile. Quell’equilibrio durava perché l’America tollerava l’attivo commerciale tedesco in cambio di fedeltà strategica. Ma quando Berlino si è voltata con maggiore decisione verso Est, gli Stati Uniti sono intervenuti. Meno surplus e più allineamento è ciò che oggi pretende Washington. Può non piacere, ma per molto tempo Berlino ha finto che i rapporti di forza non contassero nulla.

In questo scenario pesa come un’incudine l’eredità di Angela Merkel. La cancelliera, rimasta in carica sedici anni, ha incarnato la continuità del modello tedesco che arrivava dall’impostazione degli anni Novanta. Fu soprattutto lei a spingere sull’Ostpolitik energetica, difendendo il Nord Stream 2 anche dopo l’annessione della Crimea nel 2014, quando altri mettevano in guardia sui rischi geopolitici di una eccessiva dipendenza da Mosca. E fu sempre sotto il suo governo che la simbiosi con la Cina si rafforzò, mentre in Europa la Germania si presentava come lo sponsor dell’allargamento selettivo dell’Unione e dell’accoglienza. Tutto ciò in omaggio ad una tendenza storica di allargamento ad Est, che la Germania ha trapiantato anche nell’Ue (molto ansiosa di espandersi nell’est europeo).

La vicenda del Nord Stream è emblematica del disastro diplomatico tedesco. Oggi sappiamo che del sabotaggio del gasdotto, che ha tagliato il cordone ombelicale energetico tra Russia e Germania, è accusato un gruppo di ucraini, di cui la Germania è in teoria alleata. L’imbarazzo diplomatico di Berlino è sin troppo evidente, considerato il silenzio politico con cui la notizia è stata accolta.

Oggi che i pilastri esterni sono caduti, l’atterraggio sarà molto duro, come dimostra la vicenda della Francia. Parigi è alle prese con una annunciata stagione di austerità, che la porterà ad una recessione certa, mentre l’immaginario asse franco-tedesco è al suo punto più basso nel secondo dopoguerra. Il rapporto con la Francia è segnato dalle divergenze, nonostante gli incontri a base di sorrisi e strette di mano tra il cancelliere Friedrich Merz e il sempre meno gradito (dai francesi) Emmanuel Macron.

L’attuale governo sta ponendo un forte accento sugli investimenti a debito in armamenti, tanto da ripristinare la leva obbligatoria. Le maggiori spese per la difesa servono, nell’idea di Berlino, a riconquistare un ruolo militare di primo piano in Europa, più in competizione che in collaborazione con la Francia e gli altri Paesi. Questo sforzo non basterà a colmare la solitudine di Berlino, una potenza economica che ha scoperto di avere molti clienti e ben pochi amici.

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