- Il porto di Amburgo nuovo caposaldo del colosso asiatico in Europa. Un’avanzata minacciosa che non conosce fine.
- «Francia e Germania spianano la strada agli affari della Cina». Il vicerettore del Politecnico di Milano Giuliano Noci: «I tedeschi sono gli unici ad avere un interscambio commerciale positivo con Pechino».
- «Ritardi abissali sulle materie prime». Il direttore Unrae Andrea Cardinali: gli ecologisti ci hanno fatto perdere competitività.
- «Bruxelles deve difendere i marchi». Il presidente Coldiretti Ettore Prandini: è in atto una colonizzazione occulta che non incontra ostacoli.
Lo speciale comprende quattro articoli.
L’ultimo gol messo a segno da Pechino è stato ad Amburgo. Con una trattativa lampo, l’impresa statale Cosco ha acquisito il 24,9% di uno dei quattro terminal del porto tedesco, uno dei più importanti hub in Europa per il trasporto di container. In questo modo Cosco aggiunge Amburgo ai grandi porti europei dove ha partecipazioni: Rotterdam, Anversa, Zeebrugge e il Pireo di Atene, interamente controllato. Cosco progetta anche di entrare nel principale porto interno di Duisburg, alla confluenza tra i fiumi Reno e Ruhr. Una mossa strategica di valore geopolitico. Pechino allarga l’area di influenza commerciale in Europa. Ed è un accordo che riguarda anche l’Italia: la compagnia cinese, attraverso la Cosco shipping ports, ha il 40% della società terminalista Vado gateway, che gestisce il nuovo terminal container di Vado Ligure (Savona), controllata da Apm Terminals con il 50,1%, mentre tramite un’altra società, la Hhla Plt Italy (che fa capo alla Hamburger Hafen und Logistik), dal 2021 controlla la piattaforma logistica del porto di Trieste, cardine dei traffici marittimi in Adriatico.
La Cina investendo 5,6 miliardi di euro ha le mani sui maggiori porti europei. Sempre Cosco ha acquisito in Spagna, per 203,49 milioni di euro, il 51% della società terminalistica Noatum port holding, che gestisce i terminal container nei porti di Valencia e Bilbao e i terminal ferroviari Conterail di Madrid e Nrtz di Saragozza. Questa operazione garantisce un importante caposaldo nel Mediterraneo occidentale. In Italia, come detto, il 40% del container terminal di Vado Ligure fa capo a Cosco e il 9,9% a Qingdao port international. I cinesi sono interessati anche al porto di Taranto.
Bruxelles che fa? Sta a guardare. Non esiste ha un protocollo comunitario per monitorare le operazioni «pericolose» per la sovranità economica europea. Convenienza economica o superficiale mancanza di visione? Di fatto, da quando vent’anni fa Pechino fu ammessa all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), con l’intento di Bruxelles e Washington di sottoporre i traffici del Dragone a un sistema di regole stringenti, non solo continua a violare le norme del commercio internazionale, distruggendo milioni di posti di lavoro in Occidente, ma si è impadronita di pezzi importanti dell’economia europea riuscendo a controllare gangli vitali delle infrastrutture.
Dopo il Wto è arrivata la Via della Seta a spalancare altre porte. Mentre Germania e Italia si illudevano di fare affari con i cinesi, erano questi a mettere le mani sul loro business. Come se non bastasse, sono arrivati gli obiettivi capestro della transizione ecologica. L’attività mineraria è stata messa al bando, i centri di ricerca chiusi, le professionalità disperse mentre la Cina ha continuato a scavare, trivellare e stringere accordi con i grandi Paesi produttori di materie prime. Quegli stessi materiali necessari all’alta tecnologia di cui si nutre l’economia verde ma che l’Europa non ha, ed è costretta a importare.
Mettere il 2035 come obiettivo della decarbonizzazione mentre il presidente Xi ha indicato il 2030 come picco delle emissioni e il 2060 per l’abbattimento delle emissioni, significa fare harakiri.
La penetrazione del Dragone è avvenuta anche usando la «trappola del debito». Pechino ha fatto generosi investimenti in progetti poco redditizi con l’obiettivo recondito di portare i Paesi beneficiari a un indebitamento importante che nel tempo è diventata una vera dipendenza politica e finanziaria. È accaduto nell’area del Mediterraneo, in particolare nei Balcani. Uno studio del Torino world affairs Institute spiega che i megaprogetti infrastrutturali e gli investimenti industriali in precedenza abbandonati sono diventati l’architrave economica delle relazioni sino-balcaniche. La società statale cinese China road and bridge corporation si è aggiudicata la costruzione del ponte di Peljesac in Croazia nel 2017 e l’ammodernamento della linea ferroviaria Czyzew-Bialystok in Polonia nel 2019; la Hebei steel ha acquisito l’acciaieria di Smederevo in Serbia, a rischio bancarotta, trasformandola nel principale esportatore del Paese. In tutti i Paesi balcanici è aumentata in misura significativa la cooperazione con Pechino. E questo perché Bruxelles ha lasciato un vuoto.
Non solo le infrastrutture. La Cina ha approfittato del disimpegno europeo sull’industria mineraria, in osservanza dell’ortodossia ecologista, per consolidare l’egemonia anche in questo settore. Solo di recente la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, se ne è accorta e nel discorso sullo stato dell’Unione ha speso un paio di parole. «Litio e terre rare saranno presto più importanti del petrolio e del gas, la domanda entro il 2030 sarà cinque volte maggiore. Dobbiamo evitare di diventare dipendenti come lo siamo stati per gas e petrolio», ha detto. Ma i giochi sono fatti.
La Cina controlla il 90% delle materie prime con le quali si costruiscono i componenti dei prodotti ecologici: microprocessori, chip per computer, batterie per le auto elettriche, pannelli solari. Le regole sempre più stringenti sull’impatto ambientale rendono l’estrazione più complicata e soggetta a vincoli burocratici infiniti. In questo, l’Italia è totalmente dipendente dai mercati asiatici. In Liguria c’è il secondo giacimento europeo di ossido di titanio ma si trova in un parco naturalistico ipervincolato: guai a parlarne. Secondo un censimento dell’Ispra, nel nostro Paese ci sono almeno 3.000 miniere dismesse, 1.000 delle quali hanno ancora quantitativi interessanti di elementi indispensabili per la transizione ecologica e digitale, quali rame, piombo, zinco, argento e oro. All’industria ceramica sono mancati 4 milioni di tonnellate di argille provenienti dal Donbass. Se ci fosse stata una conoscenza maggiore dei nostri giacimenti, sarebbe andata meglio. Si potrebbero anche sfruttare gli scarti lasciato: in Sardegna ci sono 70 milioni di metri cubi di rifiuti estrattivi non utilizzati che possono contenere cobalto e terre rare. I depositi di fanghi di Monteponi sono ricchi di zinco.
La Cina è presente anche nella difesa. Secondo i dati pubblicati a luglio 2020 dall’Onu, i contingenti militari cinesi più importanti nella regione del Mediterraneo allargato sono localizzati in Libano (419 soldati), Sudan (370 soldati), Sudan del Sud (1.072 soldati) e Mali (426 soldati). È una battaglia su tutti i fronti che l’Europa sembra aver già perso.
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